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L’Italia ai tempi del Coronavirus: è tempo di silenzio. di Federico Traversa

C’é chi si incazza perché c’é ancora gente in giro, e chi perché ritiene ingiusto restare a casa. Chi soffre sentendo il peso delle limitazioni e chi se la vive

“Cari figli miei: due chiacchiere con i bambini ai tempi del Coronavirus” di Federico Traversa

Cari figli miei, cari bambini tutti. Mi dispiace tanto e vi chiedo scusa. Mi dispiace che ancora così piccoli dobbiate vivere tutto questo. Restare a casa tutto il giorno, senza

In libreria “Italian Rhapsody”

Finalmente in libreria “Italian Rhapsody”, il volume di Antonio Pellegrini che racconta la storia dei Queen dagli esordi, approfondendo lo straordinario rapporto di amore reciproco tra la band e l’Italia…

FABRIZIO DE ANDRÉ E I PELLEGRINI SULLA CATTIVA STRADA

IN LIBRERIA LA STORIA DI DE ANDRÉ E DI TUTTI GLI ARTISTI CHE L’HANNO ACCOMPAGNATO SULLA “CATTIVA STRADA” DELLA POESIA: BRASSENS, VILLON, COHEN, LEE MASTERS, RIMBAUD, MANNERINI, PIVANO… E TANTI

Esce il 20 aprile “Canapa Una Storia Incredibile”

Una pianta che da migliaia di anni fa parte della vita degli umani, ma che da circa novant’anni è diventata oggetto delle attenzioni di quasi tutte le forze di polizia

L’ultimo valzer – Un ricordo di Pau Donés degli Jarabe de Palo

Oggi si è spento Pau Donés, deux ex machina degli Jarabe de Palo.

Quando lo scorso aprile è riapparso dopo più di un anno di silenzio assoluto, ho capito che era tornato per un ultimo delicato valzer prima dei saluti. Magrissimo, sciupato, provato oltre l’immaginabile, eppure affascinante come e più di sempre, Pau ci ha mostrato fino all’ultimo che anche le malattie più terribili si possono affrontare senza lasciarsi spegnere il sorriso sulle labbra.

Be here Now, essere qui adesso, dicono i mistici orientali; che vuol dire controllare le proprie paure sul futuro e i propri rimorsi o rimpianti relativi al passato. I maestri spirituali lo consigliano da secoli ma è molto più facile a dirsi che a farsi, perlomeno per noi uomini comuni. Quasi impossibile se si soffre di una malattia incurabile alla quale, statistiche alla mano, sopravvive solo il 20% dei malati sulla distanza dei cinque anni.

Eppure c’è chi ci riesce, chi trova la forza e l’equilibrio per non sprecare nemmeno un secondo del tempo che gli resta e va avanti a giocare con la vita, ride in faccia alla morte e si gode il presente al meglio delle proprie possibilità.

Ed è così che ha fatto Pau, sin da quel maledetto pomeriggio dell’agosto 2015 quando, di ritorno da un lungo tour in Sud America, gli viene diagnosticato un tumore al colon con metastasi al fegato.

D’altronde una vita sulle montagne russe la sua lo è sempre stata, un costante alternarsi di successi e difficoltà.

Catalano purosangue, nato nel comune spagnolo di Montanuy, comunità autonoma dell’Aragona, l’11 ottobre del 1966, allo start della vita non parte benissimo. Dislessico, iperattivo, perde la mamma morta suicida a sedici anni e rimane da solo con il papà, due fratelli e una sorella più piccoli. Di colpo è costretto a farsi uomo, vietato perdere tempo. Eppure non si abbatte, si rimbocca le maniche e fa tesoro del suicidio della mamma per convincersi ancor più del fatto che la vita sia un bene prezioso e non vada mai sprecato. Senza considerare che prima di andarsene lei gli regala una chitarra elettrica e… niente, ciao, il futuro è scritto anche se allora ancora non lo sa.

Pau si impegna nello studio, lavora il doppio per via della dislessia, ma alla fine si laurea all’Università di Barcellona in Scienze Economiche Aziendali, più per far contento papà che per reale vocazione imprenditoriale. E infatti raccolto il pezzo di carta brucia i libri e si dedica a quello che davvero ama: scrivere canzoni che facciano star bene la gente e poi cantarle.

Mentre si mantiene lavorando in un’agenzia pubblicitaria, nascono gli Jarabe de Palo, che fanno centro già col primo disco, La Flaca; l’omonima canzone, un blues latino che racconta lo struggimento di Pau per una tremendissima mulata incontrata nella magica isola di Cuba, si trasforma in un successo mondiale e lancia il gruppo nel gota dei musicisti latini.

Con gli anni il suono si ammorbidisce, le sfumature stilistiche aumentano ma l’esito continua a mantenersi stabile, disco dopo disco.

Anche qui da noi Pau e i suoi vengono accolti a braccia aperte, un successo mainstream che li porta a esibirsi al Pavarotti and Friends e a collaborare con un altro maestro del pensiero positivo come Jovanotti.

Canzoni come Bonito, Depende, Agua, solo per citare le prime che mi vengono in mente, sono certo sappiano canticchiarle almeno tre italiani su quattro

Nel frattempo Pau fa una figlia, crescendola con tanto amore, gira il mondo, per un po’ abita a Berlino, sempre di corsa, sempre desideroso di vivere al massimo. Le tante estati a Formentera, i piatti di pesce al Quiosco Anselmo, un chiringuito de puta madre, le scalate in montagna, i concerti infiniti in tutto il mondo, la musica, immancabile e fedele compagna di una vita. Una vita sbranata, dicevamo, fino a quel maledetto pomeriggio di agosto, la diagnosi maledetta, le operazioni, la chemioterapia, una lunga riabilitazione piena di speranza. Già perché dopo l’operazione e le terapie quel bastardo di un cancro sembra sparito, e quando per i 50 anni esce il libro e il disco 50 Palos (un doppio album dove Donés duetta con tanti volti noti della musica italiana, dall’amico Jovanotti a Francesco Renga passando per Noemi e Kekko dei Modà…) lui posta una foto bellissima dove sorridente – una maglia dei Velvet Underground, le braccia aperte come ali sul mare blu e il sole caldo sul viso – dichiara al mondo di essere libero dal cancro.

Ma quella libertà dura poco, e ben presto la bestia ritorna.

Lo incontro brevemente a Bologna circa due anni fa, già sciupato ma ancora in forma, purtroppo la prevista intervista salta all’ultimo per un disguido. Conto di recuperarla al successivo concerto italiano, ma poi Pau peggiora e arriva l’inattesa chiusura di ogni attività e di tutti i social degli Jarabe de Palo; consapevole del poco tempo rimasto, Pau legittimamente sceglie di dedicare ciò che gli resta da vivere agli affetti veri, alla figlia Sara…

Il ritorno a sorpresa qualche mese fa, in piena emergenza Covid, lui e la sua chitarra sul terrazzo del nuovo appartamento di Barcellona, la faccia scavata dalla malattia ma il sorriso bellissimo dei giorni belli.

Un nuovo disco, Tragas o escupes, esce a sorpresa il 26 maggio. E qualche giorno prima un ultimo singolo, Eso que tu me das, leggero e allegro come da tradizione, nel cui video Pau canta con la consueta forza e sorride, e gioca con la vita, ancora e ancora, indicando a tutti una strada anche quando tutto dentro di noi, stavolta letteralmente, sta cadendo a pezzi. E intorno a lui e alla band balla la sua adorata Sara, bellissima nei suoi sedici anni, il viso celato da una maschera gentile.

Niente dura per sempre, niente rimane uguale a sé stesso per più di un secondo e quanta tristezza quando le persone belle e pulite lasciano questo mondo.

Ciò detto è molto meglio perdersi che non essersi mai incontrati.

Ciao Mr Pau, grazie di tutto. Ultimo valzer compreso.

Federico Traversa

L’Italia ai tempi del Coronavirus: è tempo di silenzio. di Federico Traversa

C’é chi si incazza perché c’é ancora gente in giro, e chi perché ritiene ingiusto restare a casa. Chi soffre sentendo il peso delle limitazioni e chi se la vive come Jerry Calà in “Villaggio Vacanze”. Ci sono i media e i dottori a fare terrorismo alla tv, e sono pressoché gli stessi che un mese fa banalizzavano tutto all’urlo di “Dai é solo un’influenza”.

Si snocciolano i numeri, si fanno i grafici, si ipotizzano catastrofi.

“Ci stanno rubando la libertà, é l’anticamera del regime” dicono di qua.

“State a casa, coglioni, che se ci ammaliamo tutti é una carneficina” dicono di là.

Su watsup lo zio del cugino della moglie del cognato di tale ha ricevuto un vocale dalla cugina della sorella della madre di tizio che é virologo, e dice che il virus non te lo prendi se mangi 2kg di arance al giorno per un mese.

A patto che tu riesca a sopravvivere alla dieta, questo é sottointeso.

L’incubazione é di 14 giorni.

No sono 21.

Devi stare a un metro.

No a 4.

Il virus d’estate va via.

Macché si mette il costume e sguazza di naso in bocca.

Andra avanti 2 anni.

No in 20 giorni finisce.

È la natura che ci punisce per come trattiamo il pianeta.

Ma quando mai? L’hanno creato gli americani per fiaccare l’economia cinese e l’Italia ci é finita dentro per la storia della via della seta.

Ma non l’aveva passata un serpente in un mercato di Wuhan?

Quei cinesi mangiano di tutto, che schifo.

Ma stai zitto, che ci hanno salvato il culo con mascherine e tutto quanto.

Comunque muoiono solo i vecchi.

Seee, creditelo, mi ha detto una mia amica anestesista che ci sono un sacco di trentenni intubati. Sono morti pure ragazzi di 16 anni, siamo spacciati.

Ma avevano patologie.

No, erano sani.

Moriremo tutti.

Non morirà nessuno.

E comunque l’economia crollerà. Tra meno di un mese saremo tutti a svaligiare i supermercati. Bisogna riaprire tutto, sennó é la fine.

Chiudere chiudere chiudere, sennó ci contagiamo tutti e il sistema sanitario crollerà definitivamente.

È già crollato.

Non è vero, resiste.

Tu ce l’hai la mascherina? Quelle chirurgiche non vanno bene.

Sì che vanno bene

Mia moglie ne ha fatto una con la carta da forno.

Il virus è piccolo, passa.

No non passa, e comunque meglio che niente.

Comunque i casi sono almeno 10 volte di più e per la maggior parte asintomatici quindi la letalità é più bassa.

I morti in casa non finiscono nelle statistiche, é più alta.

Fratello prendila easy, si muore perlopiù col coronavirus, non di coronavirus.

Sciocchezze é il coronavirus che ti ammazza.

Oh ma il campionato? La Champions?

SILENZIO!

Ce la fate ad ascoltare un istante, uno solo, quanto é bello e aiuta il silenzio?

E poi, visto che non si possono trovare risposte là fuori, che ne dite di provare a cavalcare questo silenzio e vedere di trovare qualche piccola risposta dentro noi stessi?

Quando sulla superficie del mare infuria la tempesta e le onde sono alte, basta scendere in profondità di qualche metro e a poco a poco le acque si fanno silenziose, calme e tranquille.

Ripartiamo da questa tranquillità, da questo silenzio. Facciamolo per noi e per rispetto dei tanti che hanno perso la vita, per le loro famiglie decimate.

Tutto cambia, tutto muta. Tutto passa. Lo farà anche il Coronavirus.

Cerchiamo se possibile di imparare tutti qualcosa da questa brutta esperienza, partendo proprio dal ripensare il nostro atteggiamento e i nostri comportamenti verso il mondo.

Attraverso il silenzio plachiamo le urla e limitiamo il più possibile la paura.

Le scelte fatte nel chiasso, col terrore nelle orecchie e il timore negli occhi sono sempre irragionevoli.

E a noi, mai come adesso, serve coraggio e buon senso.

La storia ci ha barrato con una X, Generazione X: cari anni 90 vi scrivo…

di Federico Traversa

Tutto iniziò con Beverly Hills 90210, che sarà stato stupido, vuoto e patinato quanto volete ma ha innegabilmente aperto le porte a un nuovo genere televisivo che ci torturerà negli anni a venire: il teen drama – per dirlo in modo figo, all’americana – o più semplicemente le serie televisive a puntate per ragazzi. Costruita sul modello delle telenovela sudamericane per casalinghe annoiate, moderatamente aperta nell’ affrontare tematiche attuali, seppur trattate con manate di vasellina e politically correct, BH 90210 ha segnato un paio di generazioni agli inizi degli anni novanta, compreso quella del sottoscritto. Classe 1975, vidi la prima puntata che non avevo nemmeno 16 anni e mi fece del male, visto che da allora tarai il pivello che ero sulle fattezze del bello e scorbutico Dylan McKay, una specie di James Dean ricco e problematico portato sullo schermo dal bravo e sfortunato attore Luke Perry. Capitemi, allora si andava in discoteca di sabato pomeriggio e la cosa più eversiva che si faceva era incollare il citofono del vicino calabrese del primo piano, un ex carabiniere in pensione, che ci bucava il pallone quando finiva sul suo terrazzo. Ero conteso da due ragazze in quel periodo, dolci e bellissime entrambe. Una era scura, l’altra bionda. Proprio come Dylan nel telefilm. E proprio come lui scelsi la bionda. Lo so, lo so, da rabbrividire quanto mi facevo coglionare dalla tv. 

A staccarmi di dosso un po’ di patinatura, ci pensarono il cinema, i libri e la musica. A partire da “The Doors” di Oliver Stone, che mi presentò  Jim Morrison.  Il Re Lucertola spazzò via McKay in meno di un’estate e diventò la mia fonte d’ispirazione per la vita. Grazie a Jim, e alla sua scapestrata biografia ‘Nessuno Uscirà Vivo di qui’, scoprii l’amore per la poesia, la letteratura, Rimbaud, Baudelaire, Castaneda, la beat generation, e decisi che nella vita avrei fatto lo scrittore. E l’ho fatto, ragazzi. Ok, non sono diventato Bukowski ma ci campo con un certo stile.

Impossibile non citare poi, nella mia formazione artistoide, Twin Peaks, innovativo capolavoro di David Lynch, una serie capace di segnare per sempre un’epoca. 

Alla voce disimpegno, invece, come dimenticare il Karaoke e quegli anni in cui folletto Fiorello fece credere agli italiani che anche senza il mandolino restavamo un popolo di cantanti. Oppure Non é la Rai, che invece ci ricordò che siamo sempre stati, e sempre saremo, un popolo di eterni segaioli. Già che si fa riferimento a Onan, meritano una citazione i culi al vento delle 18e30, quando su Italia 1 andava in onda Baywatch di Pamelona Anderson. E anche gli agghiaccianti balletti sexi di Spice Girls et simili. 

Stasera la mia mente torna a quelle mattinate in giro, a saltare scuola appena possibile per gli scioperi o l’occupazione, ai bombardamenti nato sul’Iraq, alla guerra che  per la prima volta arrivava in diretta televisiva. Craxi, tangentopoli, l’arrivo di Berlusconi, il Milan di Capello che vinceva molto ma stava sulle palle a tutti. Le domeniche allo stadio, noi sempre in uniforme: bomber, dr Martens, jeans strappati e sciarpa d’ordinanza. La camicia, il maglioncino a righe e il montgomery solo per entrare in discoteca. 

E ancora: i film horror in vks affittati il sabato pomeriggio in videoteca, le playlist, che allora chiamavamo compilation, che facevi alla tipa che ti piaceva e dove non potevano mancare canzoni come Waves of Change degli Scorpions, Don’t Cry dei Guns e Home Sweet Home dei Motley Crue. Ma anche Vivere o Senza Parole del Blasco. E sto citando proprio le più ovvie. Senza scordare il wrestling commentato da Dan Peterson, le puntate di Willy Superfigo di Bel Air, di Casa Keaton, dei Robinson, fino ai concerti bubblegum, ma indimenticabili, di Michael Jackson. Cosby e Jackson: il papà buono che tutti avremmo voluto avere e lo zio strambo e pieno di talento che amava i bambini. Avessimo saputo cosa c’era dietro… 

Poi arrivarono i Nirvana, e Kurt Cobain spazzò via la paura di noi ragazzi di mostrarci per quello che eravamo di fronte a un mondo che stava cambiando. All’improvviso far vedere le proprie debolezze, la propria rabbia e la propria paura non era più oggetto di vergogna come per il macho anni ottanta ma qualcosa che si poteva, anzi doveva fare.

Intanto tutto si stava contaminando, tutto cambiava, gli steccati fra i generi crollarono come castelli di carte vecchie. Il fenomeno dei rave invase le nostre notti, a livello mainstream si affermarono proposte musicali inusuali quali Prodigy, Moby, Fatboy Slim o i Chemical Brothers. Il rock inglese invece si vestiva di vintage e, ribatezzatosi brit pop, proponeva moderne versioni di Beatles e Rolling Stones con gruppi tipo Oasis, Blur, Verve, Stone Roses e così via.

Lontano dal mondo dei rave per una radicata idiosincrasia verso l’insopportabile cassa dritta e mai stato troppo affascinato dai Fab Four – figurarsi i loro cloni – trovai rifugio nella mescola che odorava di contaminazione, nei libri e nei film: Manu Chao, il movimento delle Posse, il gansta rap di Pac e Biggie, i reportage di viaggio di Terzani, The Beach di Alex Garland, vera bibbia per chi in quegli anni virava verso l’Asia, lo schiaffo di Palhaniuk in Fight Club, la carezza pop di Nick Horby con Alta Fedeltà, la siringata di poetico disgusto del Welsh di Trainspotting e Colla, o le botte di John King col suo Fedeli Alla Tribù. Ovviamente tutto Bukowski, e poi John e Dan Fante. Il Brizzi imbastardito di Bastogne e Tre Ragazzi Immaginari. Andrea De Carlo. Gli incubi up-class di Brett Easton Ellis e quelli profumati di minimalismo yuppie di Jay McInerney. I diari di basket del grande Jim Carroll, le illuminazioni tornate attuali di Hesse in Siddharta. E come dimenticare il caschetto scazzato e i pantaloni over size di Natalie Imbruglia, i Red Hot Chili Peppers di Under the Bridge, i film di Gus Van Sant, i surfisti fuorilegge di Point Break, e poi Intervista col Vampiro, i dialoghi surreali di Pulp Fiction, la scena underground italiana che diventa mainstream: Subsonica,  Afterhours, Africa Unite, Prozac + (che la terra ti sia lieve Elisabetta Imelio), Esa, Bluvertigo, Sottotono, ecc. E poi Leo di Caprio che fa Romeo recitando Shakespeare in camicia hawaiana, l’ugola delicata di Jeff Buckley, quella consapevole di Ben Harper, oppure i video degli Aereosmith con Alicia Silverstone e Live Tyler. 

Non puó piovere per sempre” diceva il martire Brandon Lee nel Corvo. 

Io sono ancora vivo” rispondeva Eddie Vedder nell’iconica Alive dei Pearl Jam. 

Ma vi ricordate?

Quanto si era belli, puri, appassionati, difettosi e fragili allora. Tanto tanto fragili. Non era neanche tutta colpa nostra. Eravamo una generazione brutalmente schiacciata, presa in mezzo tra la naufragata illusione che il capitalismo made in Usa ci avrebbe resi tutti ricchi degli ottanta, e la certezza che nel nome di quella falsa illusione  ci avevano fregato persino la sedia da sotto il culo dei 2000 and more.

La storia ci ha barrato con una X, Generazione X, come il bel libro di Douglas Copeland. E così verremo trasmessi ai posteri. 

Oggi di quello strano decennio restano solo i nostri ricordi, frammenti confusi, raffreddati dagli anni, di un momento che é stato veramente nostro giusto il tempo di uno sputo. Atterrato neanche troppo distante. 

Ma Cristo di un Dio se ne é valsa la pena… 


“Una tranquilla estate di paura”di Federico Traversa

Come estate non è stata il massimo, ammettiamolo. La definirei “Una tranquilla estate di paura”, storpiando il titolo di un celebre film.

La foresta amazzonica che brucia. Sempre più plastica ad affogare l’oceano e avvelenare i pesci. L’ebola in Nuova Guinea che ammazza con disarmante facilità ma siccome non esce dall’Africa e non c’è da lucrare troppo sul vaccino – che tra l’altro già c’è – i fratelli neri vengono lasciati morire tra atroci sofferenze. I ghiacciai che si sciolgono alla velocità della luce. Un mondo le cui proiezioni più ottimistiche vedono a un passo dall’autodistruzione. E noi sui social a chiederci chi ci sia dietro Greta Thunberg, cosa realmente voglia questa nuova lobby ecologica o, peggio, perdendoci in ridicole quanto inutili ipotesi sulla crisi di governo.

Già perché mentre il mondo avvelenato ‘ha da pensar a cose più serie, costruir su macerie e mantenersi vivo‘, qui da noi è caduto pure il governo gialloverde, con buona pace di tanti ma non di tutti, e sta per nascere quello giallorosso. Praticamente si fa il giro dell’arcobaleno nella speranza che un daltonico ci metta una pezza.

Roba tosta, amici, in tutti i sensi.

Ma partiamo dagli incendi in Amazzonia, il polmone verde che ossigena questo nostro pazzo mondo. E noi che si fa? Lo si preserva? Macché, si arrostisce una bella fetta di foresta, che già è in pericolosa regressione da decenni, e tanti saluti. Ma perché siamo tanto idioti? La risposta è quasi più stupida della nostra economia di massa: per far posto agli allevamenti intensivi di bestie o di mangimi per le suddette.

Amici vegani non esultate. Se smettessimo di mangiare carne – scelta comunque etica che condivido e apprezzo – non si risolverebbe il problema e lo stesso enorme spazio verrebbe probabilmente utilizzato per coltivare la beneamata soia, che sta alla base di qualsiasi dieta non carnivora.

Il problema è un altro: a questo mondo ormai siamo in troppi. Nel 1900 si stima che la popolazione mondiale fosse di un miliardo e 650 milioni. Nel 1950 è salita a due miliardi e mezzo e nel 2000 è arrivata a sei miliardi mentre oggi siamo circa 7 miliardi e settecento milioni di persone. Praticamente in cento anni ci siamo quasi quintuplicati! Peccato che la superficie della terra sia sempre la stessa, anzi quella vivibile sempre meno perché con il riscaldamento globale alcune zone stanno diventando non più adatte alla vita.

E quindi? Quindi anche un bambino capirebbe che così non può funzionare. E sempre quello stesso bambino suggerirebbe di smetterla di invitare la popolazione a consumare risorse come se fossero infinite, smettere di esortare le persone a fare figli su figli perché tra poco non ci saranno più spazi e risorse a sufficienza per tutti. Ma il nostro sistema economico si guarda bene da suggerire una cosa del genere perché si basa sul consumo e sui debiti contratti dai nuovi nati, che saranno chiamati a lavorare per pagare le misere pensioni degli ultrasettantenni (perché fino ad allora si sarà costretti a lavorare fra non molto) che, grazie al business delle medicine, forse vivranno qualche anno in più.

Un sistema pazzo e fallimentare che quando crollerà farà tanto, tantissimo rumore. Un sistema che non può vincere. Perché è perverso – come diceva il grande Tiziano Terzani – pensare che progresso voglia dire crescita. Un concetto assurdo legittimato dagli occhi a forma di dollaro e dall’ignoranza di chi tira le fila di questa sanguinaria economia globale. Ma perché invece di inseguire la crescita ogni anno non proviamo a produrre lo stesso lavorando e consumando di meno?

Simili pensieri nell’economia attuale sono considerati bestemmie. Quando in qualità di responsabile editoriale di Chinaski Edizioni vengo invitato all’annuale incontro con le varie reti vendita oppure le librerie di catena, non ci si raffronta mica sui programmi, sull’etica, sui sogni. Manco per le palle. Si ragiona sui numeri. Quest’anno hai fatturato 10 con tre libri, un altr’anno devi fare 15 con cinque libri. E se tu provi a dire: “Ok, ma se facessi 9 con due libri sarebbe ugualmente buono, non credete?” vieni additato come un hippy di merda che non sa stare al mondo e non ha voglia di lavorare. Uno smidollato senza sogni, che si accontenta.

E qui parlo del nobile mondo dell’editoria ma credo che negli altri ambienti forse sia anche peggio.

Non capiamo più che siamo qui di passaggio, che la transitorietà tanto nostra che della materia che possediamo deve essere l’unica bussola per vivere in maniera più consapevole, distaccata e fiera, con il traguardo ultimo di lasciare questo mondo che ci ha accolto un po’ meglio di come lo abbiamo trovato. ‘Fasti non foste a viver come bruti‘ scriveva Dante, e nemmeno per consumare a bocca aperta come maiali in un porcile aggiungerei. La natura non è lì perché l’uomo ne faccia quello che vuole. La vita è una danza di tutte le componenti dell’universo che funziona al meglio quando è armonica. È un oceano pieno di plastica non è armonico, così come non lo sono una foresta che brucia, file chilometriche di auto incolonnate per chissà dove, le zucchine e i pomodori tutto l’anno o il mangiare frutta e carne che vengono da paesi che non hai mai sentito nominare, distanti anni luce esattamente come lo siamo noi da quella magnifica armonia che sta alla base della vita.

Occhio perché se questa è stata una tranquilla estate di paura, le prossime potrebbero essere “The Day After”, parafrasando un altro vecchio film che mostrava il mondo il giorno successivo a un conflitto nucleare. Ma se allora la fine era segnata dalla bomba atomica oggi è tutto, se possibile, ancora più stupido eppure sottile.

Ci estingueremo per comodità: un peccato mortale.

“Cari figli miei: due chiacchiere con i bambini ai tempi del Coronavirus” di Federico Traversa

Cari figli miei, cari bambini tutti.

Mi dispiace tanto e vi chiedo scusa.

Mi dispiace che ancora così piccoli dobbiate vivere tutto questo. Restare a casa tutto il giorno, senza andare a scuola, senza vedere i vostri amichetti, senza correre all’aperto, senza prendere a calci un pallone. E mi dispiace che ad ogni telegiornale dobbiate vedere la faccia preoccupata di mamma e papà quando sentono le notizie.

Vi abbiamo detto che è tutta colpa del Coronavirus, questo piccolo patogeno che sta facendo tanto male alle persone e se ce lo prendiamo sono guai.

Ma la nostra è un’affermazione parziale, vera solo in parte.

Quello che non vi abbiamo detto è che questo maledetto virus l’abbiamo invitato NOI in casa, gli abbiamo apparecchiato NOI la tavola e aperto NOI la porta. Lo abbiamo invocato come fanno quei ragazzini stupidi che giocano alle sedute spiritiche nei film horror, avete presente? Che poi quando arriva il demone scappano impauriti e finiscono per schiattare uno ad uno…

Come? Col nostro comportamento, il nostro scellerato modo di vivere, la nostra presunzione. La stupidità che ci porta a vivere ammassati in insalubri scatole di cemento che chiamiamo case, a mangiare porcherie, ad avvelenare animali, mari, terre. A vivere sempre più lontani da quella natura capace di regalarci la saggezza necessaria per abitare la vita e questo mondo.

Una stupidità che ci porta a sacrificare tutto in nome del profitto, a spendere milioni di euro in caccia militari e allo stesso tempo tagliare medici, strutture sanitarie e letti d’ospedale.

E quando davvero capita, come oggi, di doverci difendere da un nemico vero, si scopre che è talmente piccolo da non poterlo bombardare con i caccia e le bombe.

Ma serve altro. Servono letti, infermieri, macchine per l’ossigeno, dottori. Serve empatia, volontà, buon senso. Qualità che abbiamo dato via in cambio di qualche comodità e l’illusione della sicurezza.

Vi chiedo scusa bimbi miei, non meritavate di vedere certe scene: le urla, la paura, gli happy hour nelle ore della responsabilità, le stazioni prese d’assalto, l’ignoranza.

Ma non tutto il male viene per nuocere. Oggi ho letto un gran bella riflessione della psicologa Francesca Morelli.

Con saggezza la dottoressa sostiene che il cosmo, Dio, la legge naturale, chiamatela come volete, abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi quando vengono stravolte. E allora ecco che in un momento in cui il cambiamento climatico causato dai disastri ambientali è arrivato a livelli preoccupanti, il mondo è costretto a fermarsi. Certo l’economia malata che ci siamo creati crolla ma il livello d’inquinamento è sceso vertiginosamente in questi giorni e l’aria, mascherine a parte, è più respirabile.

Ma non è solo questo, la Morelli ci fa notare anche che in un’epoca dove fascismi, discriminazione e divisioni stanno soffiando il loro veleno in tutto il mondo, arriva un virus che mostra come tutti, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i non voluti, gli appestati.

Oggi che dobbiamo tutti stare a casa e occuparci direttamente noi dei nostri figli – senza delegare ad altri il compito di farlo, senza correre per arricchire qualcun altro nella speranza di arricchire noi stessi – stiamo poi riscoprendo cose che credevamo perdute, a partire dalla lentezza. Una lentezza funzionale alla vita, che ci fa pensare, gustare il panorama (seppur dalla finestra) e riflettere.

Capite figli miei?

A volte l’universo si comporta come un padre severo e ci impartisce delle lezioni molto dolorose, che ci fanno soffrire. Ma da cui si può, anzi si deve, imparare qualcosa.

Mi dispiace la punizione sia arrivata adesso che siete ancora così piccoli, da poco aperti alla vita, ma due cose mi fanno ben sperare. La prima è che voi bambini siete la categoria meno colpita, e mai in maniera letale, come se l’universo sentisse che non siete certo responsabili di tutto questo. Quindi tranquilli, avrete tutto il tempo per ripartire.

La seconda è che questa esperienza vi insegnerà molte cose, di quelle fondamentali, che se le assimili da piccolo non le scordi più da grande.

La più importante? Che nonostante in molti dicano il contrario se si rallenta non succede niente. Se il mondo va più piano non casca. Si respira solo un po’ meglio. Fatelo a pieni polmoni. E da questa lentezza bella, che aiuta a ragionare, costruite un mondo del futuro più giusto.

Non vedo l’ora di vedervi tornare a correre.

La medium, gli aerei vuoti, Maccio Capatonda e il covid-19: Cronache dal mondo del coronavirus di Federico Traversa

In tempi di emergenze, la sostanza degli esseri umani viene fuori in tutta la sua spontaneità. Quando c’é di mezzo la pellaccia le maschere si staccano dai volti, spinte verso terra dall’agitazione, e quello che siamo si svela senza filtri né censure.

Da una decina di giorni ormai, il Coronavirus ha svelato con una virulenta alitata alcune tipologie di persone e schemi di comportamento del nostro amato popolo italiano. 

Ci sono i responsabili, gente che, per dire, segue le direttive del governo ed esce poco di casa, evita i posti affollati, si lava spesso le mani ed ha eliminato i contatti ravvicinati con il prossimo. E se per caso sospetta di essere entrato in contatto col virus si barrica in casa per timore di contagiare qualcuno. I responsabili usano i social con moderazione, condividono solo le interviste dei virologi meno estremisti e nascondono la paura con un certo aplomb.

C’é chi, invece, fa l’esatto opposto e all’urlo di “ma che me ne fotte a me” si trasforma nello straordinario Maccio Capatonda di Italiano Medio. E allora esce, va in mezzo al casino, ti parla a due centimetri dalla faccia, si lava le mani solo quando piove, appoggia le labbra sui tavolini dei bar per misurare la temperatura della plastica e, se deve starnutire, prende la rincorsa, mani dietro la schiena e via. Tanto “che me ne fotte a me” . E se per caso gli tocca la quarantena? “Minchia, tutti a sciare che tanto è solo un’influenza!”.

Ci sono gli anziani terrorizzati che pregano che qualcuno gli faccia la spesa e non usciranno fino a ferragosto, e quelli arzilli e combattivi stile Space Cowboys che invece fanno tutto e anche di più perché, se son sopravvissuti all’asiatica, “a me chi m’ammazza”. 

Ci sono i ragazzini che limonano tutto il giorno e quelli che non limonano più. 

Quelli che “tanto é tutto un complotto ne fan morire ancora un po’ e poi esce il vaccino che già c’é, lo tengono lì per guadagnarci di più”. 

Quelli che “tanto muoiono solo i vecchi e i malati”, e quelli che invece no, “é un virus terribile e ci fotterà tutti”. 

Quelli che pregano e quelli che bestemmiano. Quelli che hanno paura e quelli che ‘m’porta sega’.

I virologi della domenica e i direttori sanitari del lunedì.

Fosse vivo Rino Gaetano riscriverebbe il ritornello della sua hit: “Ma il coronavirus ci rende tutti più blu”

Oggi per la strada ho visto scene surreali, una mescola di atteggiamenti diversi che stridevano come uno che indossa il cappotto con bermuda e infradito. Mi spiego meglio: vado dal medico curante per farmi scrivere le medicine di mia mamma e c’é un cartello con scritto che per via del Covid-19 il dottore riceverà solo su appuntamento. Le scuole intanto sono tutte chiuse, mio figlio il grande non va all’asilo da un bel po’. Camminando becco due con la mascherina sulla faccia, insomma tutti segnali di una severa emergenza. Poi giro in un vicolo ed ecco una ludoteca. Aperta, con bambini che saltano e ballano tutti insieme al chiuso.

Altri dieci metri ed ecco gente ammassata al bancone di un bar, altro che un metro di distanza, nemmeno 20 cm. Per non parlare di un gruppo di rubicondi anziani che, davanti a vino e focaccia, si sfidano in una briscolata all’urlo di “in culo agli dei”

Però la farmacia di fronte chiede ai clienti di entrare massimo due alla volta e ha finito disinfettante per le mani e mascherine.

Leggo poi che molti cantanti stanno continuando a fare i firmacopie dei loro cd nelle varie Feltrinelli o Mondadori che sia.

Ma che cazzo sta succedendo? 

È un film di Fantozzi o una puntata di C.S.I.?

La Peste di Camus o Il Medico della mutua?

Noi italiani siamo incredibili, nel bene o nel male, e lo saremo sempre.

Ma anche nel resto d’Europa non vedo aquile. Ecco, a proposito di voli, su Whats App ricevo un link a un articolo parecchio inquietante: le compagnie aeree stanno consumando migliaia di litri di carburante per far volare aerei vuoti! Il motivo? Nascosto dentro le logiche economiche del nostro pazzo mondo, quelle che ci stanno facendo fracassare contro un muro. Le norme europee in vigore prevedono per le compagnie aeree che operano fuori dal continente di continuare a gestire l’80% delle rotte di volo a loro assegnate, altrimenti devono cederle ad altre, il che vuol dire che non si possono lasciare gli aerei fermi a terra ma vanno fatti volare anche se sono vuoti. Lo so, lo so, piccola Greta, fa più male a me che a te, ma questo è quanto.

Tornato a casa la mazzata finale me la da un amico su facebook che mi spedisce lo screenshot di una pagina del libro di tal Sylvia Browne, professione medium, ma di classe.

Nel suo “End of the Days” (in Italia è uscito col più rassicurante titolo “Profezie”), datato 2008, la Browne scrive: “Entro il 2020 diventerà prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma a causa di un’epidemia di una grave malattia simile alla polmonite che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché dopo aver provocato un inverno di panico assoluto sembrerà scomparire per altri dieci anni, rendendo ancor più difficile comprendere la sua causa e la sua cura”. 

E con la profezia della medium per oggi chiudo le trasmissioni; spero di superare i prossimi due mesi e di rivedervi tutti al mare.

Un bagno a maggio, quest’anno, é doveroso. 

“Coronavirus: viaggio fra bugie, verità e disinfettante per le mani venduto a 99,00” di Federico Traversa

Alla fine il temuto Coronavirus é arrivato massicciamente anche in Italia, con 150 casi accertati, tre decessi e cinque regioni colpite, con la Lombardia a farla da padrone a fronte dei suoi 89 casi. I nostri media hanno salutato questo Covid-19 con strilli degni di una peste seicentesca, maledetta ma anche benedetta, visto che certi ascolti i telegiornali non li fanno mica tutti i giorni. Per non parlare dei quotidiani, che negli editoriali spingono alla prudenza, alla calma, al sacro valore del buonsenso e poi se ne escono con titoli quali “Italia Infetta”, “Prove tecniche di strage”, “Contagi e morte il morbo è tra noi”.

Ma in questa tempesta di notizie, allarmismi, inviti alla prudenza o previsioni di apocalisse, qual’è la verità? Ci sono notizie certe da cui cominciare un’analisi seria? Le informazioni attendibili sono poche, é vero, ma bisogna necessariamente partire da quelle per prendere le misure a questa inattesa emergenza. Rewind quindi.

Tutto comincia dalla città di Wuhan, nel Hubei, un’area della Cina dove dalla fine di dicembre le persone iniziano ad ammalarsi di un nuova malattia della famiglia dei Coronavirus molto simile alla Sars, seppur meno mortale ma più virulenta. Il governo cinese all’inizio prende sottogamba gli avvisi e le preoccupazioni dei medici presenti sul posto e – un po’ per paura di ripercussioni economiche, un po’ per non scalfire il senso di efficienza che vuol mostrare al mondo occidentale – ritarda gli interventi. E quando ci si accorge che il virus è diventato pandemico ormai è troppo tardi, la porta della stalla si chiude ma i cavalli sono già scappati.

Nel mondo globalizzato di oggi, dove in poche ore giri il mondo e in cui la Cina di quel mondo è il principale fornitore, il virus inizia le sue sgradite visite e arriva anche da noi, nonostante le notizie megafonate del governo si vantino del fatto che l’Italia sia il primo paese ad aver chiuso i voli diretti con la Cina. Che è la solita presa in giro nel classico nostro stile perché se io mi trovo in Cina e voglio venire in Italia non mi ferma certo un blocco simile. Mai sentito parlare della parola scalo? Mi togli, faccio per dire, il Roma-Pechino? E io prendo il Pechino-Francoforte e poi il Francoforte-Roma. Problema risolto e probabilmente spendo pure gli stessi soldi.

La cosa strana, semmai, è che in tutti gli altri paesi europei ci sono stati pochi casi, tutti importati, e l’emergenza si è risolta senza focolai. In Germania sono fermi a sedici casi da settimane, in Francia molti meno, in Spagna 2, qualcuno nel nord Europa, fine. Perché da noi siamo a 150, numero in continuo aumento? Cosa abbiamo di diverso dagli altri paesi europei? Si tratta solo di sfortuna o c’è dell’altro? E ancora: quanto è veramente pericoloso questo coronavirus?

Ieri sono andato in farmacia per comprare un ciuccio a mio figlio Leonardo – quella bestiola il suo lo ha rosicchiato fino a distruggerlo – e sentivo il farmacista dire che in tutta la città non si trovavano più mascherine e disinfettante per le mani. Quest’ultimo va via su amazon a 99,00 alla confezione! E io abito a Genova dove, per ora, pare non esserci ancora alcun caso.

È ragionevole tutto questo allarmismo? E a chi giova? Lungi da me fare il complottista, sapete quanto sono distante dall’informazione modello spystory, ma è innegabile che in ogni crisi, di qualsiasi tipo essa sia, seguendo la direzione dei soldi si capiscono molte cose. Quindi nei prossimi mesi suggerisco di tenere d’occhio la borsa.

Divagazioni a parte, torniamo alla domanda che più interessa noi comuni mortali: è ragionevole tutto questo allarmismo?

Anche qui le opinioni divergono. C’è chi dice abbia una mortalità di poco superiore a un’influenza, chi sostiene invece che su vasta scala, cioè diffondendosi a macchia d’olio lungo tutto il globo, potrebbe rivelarsi una seconda spagnola.

A chi credere? Non ci resta che affidarci nuovamente ai freddi numeri che parlano di una mortalità del 2,5% circa in Cina e dello 0,9% nel resto del mondo. Di quel 2,5% circa la metà pare fossero pazienti con cronici problemi di salute. Infine, considerando le tante persone che probabilmente hanno sviluppato il virus in maniera blanda e ne sono guarite senza essere state censite, è ipotizzabile che il dato scenda ancora, presumibilmente fra lo 0,5% e l’1%. Vuol dire che su 100/150 persone che si ammalano, una muore.

Poco? Tanto? Dipende se sei te o un tuo famigliare la persona deceduta.

Parliamo comunque di una percentuale avvicinabile a una gran brutta polmonite, non certo a un’influenza, la cui mortalità è di circa 1 su 2000/2500 casi. Ma non è nemmeno Ebola, che ammazza una persona su 2.

Alla fine il buonsenso, la collaborazione, la buona medicina e un po’ di sano fatalismo dovrebbero bastare a fronteggiare questa emergenza.

Grazie al buonsenso, ad esempio, eviteremo luoghi troppo affollati se non strettamente necessario, rispetteremo le normali norme igieniche, ci laveremo bene le mani e, ricordatelo questo, puliremo pure i nostri amati telefonini. Perché è inutile che immergiate le mani nella candeggina se poi andate a letto con il cellulare e il tablet che avete appoggiato in giro tutto il giorno.

Altra azione di buonsenso è evitare di andare al lavoro se si è ammalati, o mandare i vostri figli a scuola se non stanno bene. Roba elementare ma tant’è…

Se avremo fortuna, complice l’aiuto della primavera e dell’estate, il coronavirus sparirà presto.

In caso contrario affronteremo questa brutta polmonite, consci che la maggior parte delle persone guariscono, sono già oltre 21mila coloro che si sono completamente negativizzati. E se invece saremo tra quella bassa percentuale che non ce la fa, alzeremo le braccia la cielo, pronti a lasciare questo mondo con eleganza, che tanto prima o poi tocca a tutti. Certo, meglio poi…

Ora smettete di toccare ferro e seguitemi in un’ultima riflessione. Non c’entra molto col Coronavirus o forse sì. Ma non sarà che questo mondo che abbiamo costruito c’entri qualcosa? Un mondo opprimente, fatto di inquinamento, stress, alienazione urbana, animali martoriati per confezionare cibo spazzatura, ambienti malsani che portano le percentuali di tumori al massimo storico, il denaro come valore unico e insindacabile a cui piegare tutto e tutti.

Ma non sarà che tutta l’immondizia che mangiamo e respiriamo e tutte le medicine che ingurgitiamo senza averne veramente bisogno hanno reso noi più deboli e i virus più forti? O che magari quelle che noi chiamiamo malattie in realtà sono la cura mandata dalla natura per liberarsi di quel infausto virus chiamato uomo?

Mai come oggi ricordo la profezia di Tiziano Terzani che, in un’intervista pubblicata postuma nel libro “Il pensiero irriducibile”, diceva:

«O noi ci rendiamo conto che è necessario mutare, oppure qualcosa da fuori ci imporrà questa scelta: probabilmente la natura, violentata e saccheggiata, e purtroppo non ascoltata, o qualcos’altro».

Il Coronavirus, con la sua bassa letalità probabilmente è il primo avviso che ci è stato recapitato.

Se non lo recepiamo il prossimo potrebbe essere di ben altro tenore…

Elogio a Tiziano Terzani, alla natura, alla lentezza, al silenzio… e che un fulmine colpisca quel drone!

Inizio questo anno come al solito, e cioé cominciando un libro nuovo. E siccome é un periodo complicato opto per un peso massimo, cioé uno dei libri dei miei autori di riferimento che non ho ancora letto. Sto parlando di scrittori che amo al punto da centellinare la lettura delle varie opere in modo che la loro compagnia duri quanto più possibile. Come nel caso di Tiziano Terzani e delle sue “Lettere contro la Guerra” edito da Longanesi nel 2002. Il libro raccoglie una serie di articoli che Terzani scrisse e pubblicò sul Corriere della Sera a seguito dell’attentato dell’undici settembre. Provato dalla malattia che già avanzava, in quel periodo Tiziano entrava e soprattutto usciva dal mondo sempre con maggior frequenza, trascorrendo mesi isolato nella sua casa alle pendici dell’Himalaya o negli incantevoli boschi del suo rifugio a Orsigna alternati a brevi periodi di nuovo fra le spire della così detta civiltà per presentare i suoi libri o partecipare a qualche conferenza.

Nell’introduzione al testo lo scrittore fiorentino già giganteggia, condividendo la consapevolezza di come il vivere a contatto con il silenzio e l’imperturbabile compiersi dei cicli della natura sia un modo per espandere la propria coscienza, ridare il giusto peso alle cose, conoscersi e conoscere.

Per questo dopo aver letto qualche pagina e vista la bella giornat chiudo il libro e vado con mio figlio più piccolo ai bunker sul monte Gazzo, un prato nascosto nel verde poco distante da casa mia da cui si ha una spettacolare vista del ponente genovese e dove regna sempre, immacolato, il silenzio.

Mio figlio ormai lo sa e quando andiamo mi chiede sempre: “Papà ascoltiamo insieme il silenzio?“.

Tra l’altro il silenzio in una verde collina che raggiungi solo attraverso una vecchia mulattiera è ben diverso dal silenzio di casa tua in città, dove anche alle 2 di notte uno scricchiolio o un bip di qualcosa di elettronico emerge sempre. Invece in mezzo al verde il silenzio è assoluto, avvolgente. E ti rigenera.

Almeno finché, come accaduto oggi, arriva il classico coglione col drone che fa bip bip bip bip.

E i suoi amici felici e contenti a fare casino anche se l’aggeggio non vola, fa solo bip bip bip bip come una sveglia ma non si alza da terra.

Sarà perché siamo vicini all’areoporto che non va” dice il tizio, e io vorrei essere solo un cinghiale per calpestargli il drone e poi scappare via.

Visto che panorama?” aggiunge uno.

Sì pero sbrighiamoci che son di corsa e tanto il drone non va” aggiunge un altro.

Viva Dio se ne vanno. E torna il silenzio.

La cosa mi fa venire in mente il racconto di una donna tibetana che abita in un villaggio sulle montagne, di quelli non assoggettati al progresso, senza comodità. Ora non dico si debba tornare al secolo scorso, molte diavolerie moderne ci hanno salvato, tuttavia trovo il racconto della donna molto sensato:

Nel mio villaggio quando devo prendere l’acqua mi faccio un’ora di cammino fino alla sorgente e poi la trasporto a casa. Per cucinare devo andare dietro casa, prendere la legna e accendere il fuoco. Quando dobbiamo parlare con qualcuno del villaggio vicino ci spettano due ore di cammino. Eppure abbiamo tempo per tutto, persino ce ne avanza.

Quando vado in città da mia sorella, invece,è tutto diverso. Si gira un rubinetto ed esce l’acqua. Si preme una manopola ed ecco il fuoco. Si vuol parlare con qualcuno e c’è il telefono. Eppure al villaggio c’è tempo per tutto mentre in città vanno sempre tutti di corsa e non hanno mai tempo per niente“.

E ora giù dalla mia collina, illustre sconosciuto, tu, il drone e la tua fottuta fretta.

Federico Traversa

Il libro giusto per le anime dolci e vintage che sognano un Natale soul

IO AD ALBERTO LO CHIAMO MAESTRO

Se oggi scrivo di musica, con un occhio particolare alla black music e, entrando nello specifico ancora più specifico, al reggae, il merito è di due persone in particolare, forse tre.

La prima è indiscutibilmente Bob Marley.

La forse terza è Michael Jackson.

La seconda, senza ombra di dubbio, risponde al nome di Alberto Castelli. Con i suoi programmi in radio e le accorate recensioni di incredibili dischi che profumavano di jazz, blues, reggae e soul, il vecchio mods romano mi ha spalancato le porte di un mondo magico che mi ha portato altrove.

Dopo averlo letto e ascoltato per anni, ho timidamente approcciato l’autore di questo libro 10 anni fa, dopo aver terminato la prima stesura di Bob Marley In This Life. Gli scrissi una lunga mail dove lo supplicavo di leggere il mio libercolo su Tuff Gong e, se lo riteneva meritevole, scriverne una postfazione. Non me la sentivo di approcciarmi a Marley senza il beneplacito di uno dei più profondi conoscitori italiani del profeta del reggae. E Alberto quella simbolica benedizione me la diede, sottoforma di un paio di cartelle che con gioia inserii nel libro. E fece di più, accettando di presentare il volume con me nella suggestiva Reggae University, all’interno del Rototom Sunsplash, senza ombra di dubbio il festival reggae più bello e seguito d’Europa, che allora si teneva ad Osoppo, nel verde più verde, ed era uno spettacolo di balli, tende, musica e colori. Quello che non sapevamo, né io né Alberto, è che quella sarebbe stata l’ultima edizione di quella manifestazione in Italia, e che dall’anno successivo il Rototom si sarebbe scandalosamente trasferito in Spagna per via dei soliti impedimenti, burocratici e non solo, con cui è costretto a combattere chi cerca di organizzare qualcosa in questo paese. Ma non divaghiamo.

Quel pomeriggio incontrai per la prima volta Alberto di persona, l’immancabile basco in testa, gli occhiali da sole e il sorriso caldo di chi, come dice lui, “cerca di vivere elegantemente in circostanze difficili”.

Ero emozionato ma lui mi guidò in una bella chiacchierata che iniziammo davanti a un pubblico di una quarantina di persone, ed eravamo già belli soddisfatti. Poi ci distraemmo un attimo, un aneddoto sul king di qua, uno su Lee Scretch Perry di là, e quando alzammo la testa la sorpresa: il tendone che ospitava la Reggae University era stracolmo, non c’era un posto libero, mentre una marea di gente continuava a entrare restando in piedi. Il gasamento per essere capaci di simili sold out svanì quando ci rendemmo conto del motivo di quella ressa. Dietro di noi stavano – in attesa di iniziare una conferenza che non era stata annunciata ma volata di bocca in bocca grazie al passaparola proprio per evitare troppo afflusso – Chris Blackwell e Bunny Wailer.

Mamma mia” disse Alberto mentre salutavamo un pubblico molto generoso con noi nell’applauso e incassavamo pure il sorriso benevolo di Chris che, abbronzato, con la camicia di jeans e il cappellino verde militare, ricordava vagamente Vasco Rossi, però un po’ più magro. Ma non lo era. Era invece l’uomo che aveva fondato la Island, lanciato Bob Marley fra il pubblico bianco, messo sotto contratto gli U2 e tanti, tanti altri. Bunny, vestito di bianco, con bastone d’ordinanza e occhiali a specchio, al contrario sembrava un re che non regalava sguardi e cenni a nessuno, molto meno affabile dell’ex capoccia della Island.

La conferenza fra i due fu al fulmicotone. Il pacifico Chris cercava di mantenerla leggera, condividendo ricordi e curiosità divertenti. Peccato con Bunny non fosse di quell’idea e iniziò ad andarci giù pesante, accusando la Island di avergli fregato dei soldi, Blackwell di essere un truffatore, eccetera eccetera. Fu davvero pazzesco e probabilmente anche ingiusto, se si considera quello che ha fatto Chris per la diffusione del reggae nel mondo.

Ecco come andò il mio primo incontro col maestro Castelli che da allora – e da quando è nata Chinaski Edizioni, la casa editrice che cerco di dirigere con l’aspirazione di creare una piccola Trojan della letteratura musicale – sogno di pubblicare. E dopo anni il mio desiderio è stato esaudito con il libro migliore che si potesse realizzare, quello che meglio si addice alle caratteristiche di Alberto, che è uno storyteller nato, un bluesman della parola e del racconto, capace di portarci con stile in un lungo viaggio attraverso gli anni d’oro della musica black, dove il groove che suona è motore e carezza per l’anima. Un orgoglio nero che passa con nonchalance da Otis Redding a Bob Marley, da Quincy Jones a Gil Scott Heron, Da Muhammad Ali a Marvin Gaye, dal southern soul ad Amy Winehouse, dalla Motown alla Stax, da Kareem Abdul-Jabbar ad Al Green.

Capito che roba?

Questo non è solo un libro, è un pezzo fondante di storia della musica, una radio distorta e lontana, quasi magica, che vi consiglio di leggere (o sentire? Boh, ve l’ho detto, è magica) la notte, accompagnata dall’ascolto dei brani che racconta. Possibilmente amandovi alla fine di ogni capitolo. Da soli, in coppia, in gruppo, come vi aggrada.

Probabilmente se spargessimo nell’aria una playlist con una piccola parte delle canzoni citate in questo libro il tasso delle nascite aumenterebbe del 300%. E anche quello delle rivolte contro le funeste maglie del potere… dai, sto di nuovo divagando.

Davvero, questo è il libro giusto scritto dallo scrittore giusto sugli artisti giusti che hanno scritto le canzoni giuste.

Ve l’ho detto, io ad Alberto lo chiamo maestro. E Soul to Soul è la lavagna su cui ci impartisce la lezione, un sunto della mitica storia della black music e dei suoi protagonisti, un enorme jam session che passa di città in città e racconta di amori tormentati, treni perduti, flusso naturale e mistico che attraversa l’aria mentre ce ne stiamo seduti a riflettere sulla banchina del porto e un pastore della chiesa di Memphis ci assolve cantando Let’s Stay Together.

Ecco, sto ancora divagando…

Tanto quello che dovevo dire l’ho già detto. Questo libro è un blues che ti porta via. Castelli è un bluesman che ti porta via. Gli artisti raccontati in questo libro ti portano via.

Leggetelo con gioia e moderazione, possibilmente mantenendo una certa eleganza nonostante i momenti difficili.

Federico ‘Sandman’ Traversa