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ROBERT JOHNSON

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Quella volta che Manu Chao attraversò la terra dei narcos suonando gratis per i poveri del far west del mondo

di Federico Traversa In un mondo della musica dove sempre più spesso si è costretti a scendere a compromessi in nome del mantenimento del proprio seguito, ogni tanto sopravvive qualche

ROBERT JOHNSON

LA MALEDIZIONE DEL BLUES

Una volta, quando ancora ero un aspirante scrittore di nemmeno vent’anni, andai a vedere la presentazione di un romanzo di cui si diceva un gran bene. L’autore era stato per anni un senzatetto alcolizzato, solo la voglia di scrivere ancora un’altra poesia e l’aiuto di un’amica che si era innamorata dei suoi scritti lo aveva salvato dal commettere suicidio. Pensate che scrisse la prima bozza del libro sul retro degli scontrini usati che raccoglieva da terra mentre mendicava. La prosa di quello scrittore sui cinquant’anni, che per almeno trenta aveva fatto a botte con la vita, era potente e suggestiva. E quando uno degli spettatori gli chiese a chi si ispirasse per scrivere, se più ad Hemingway o a Bukowski, lui solo rispose: “Al blues, io mi ispiro al blues. C’è solo un linguaggio per un cuore che sanguina e un’anima in cerca di redenzione e quel linguaggio è il blues. E il blues può essere suonato, cantato ma anche dipinto oppure scritto”.

E poi, a sorpresa, si mise a intonare una litania struggente, solo voce e nocche che battevano sul tavolo a cui era appoggiato.

Fu un momento straordinario perché quel giorno capii veramente e definitivamente perché il blues è il BLUES.

Nelle settimane successive ascoltai e mi documentai, scoprendo che i vecchi bluesman del Mississippi erano più sinistri e maledetti delle moderne rockstar che allora tanto amavo. Piantagioni di cotone, donne disinibite, alcol e maledizioni. Wow. C’era da uscirne pazzi. Poi qualcuno mi parlò di Robert Johnson e della sua storia, e per la prima volta ebbi davvero paura.

Avete presente il detto: “Attento a cosa desideri perché potresti ottenerlo?

Una vicenda che faceva tremare il mio cuore adolescente quasi quanto il film Angel Heart che, tra l’altro, alla storia di Johnson credo debba parecchio, perlomeno in termini di immaginario e sceneggiatura.

E comunque…

Presumibilmente Robert Johnson nasce l’8 maggio 1911 a Hazlehurst, nel Mississippi, undicesimo figlio di Julia Major Doods. I dieci figli che lo avevano preceduto erano nati dal matrimonio della donna con Charles Doods, tutti ma non Robert. Lui era figlio illegittimo, nato dalla relazione fra Julia e Noah Johnson, un lavoratore della vicina piantagione.

Un’infanzia nomade e povera la sua, ai limiti della miseria, e un’adolescenza segnata dagli immancabili scontri col patrigno e da nessuna istruzione scolastica. E poi la musica, i primi rudimenti per suonare inizialmente l’armonica a bocca, e dopo la chitarra insegnategli dal fratello Charles Leroy, a far nascere una passione che lo attanaglia per non abbandonarlo mai più. Eppure, nonostante tanto si impegni, non è che Robert appaia un musicista così dotato; laggiù, nel Delta del Mississippi, ce ne sono tanti migliori di lui.

A 18 anni il nostro già si sposa ma la moglie sedicenne, Virginia Travis, muore nel dare alla luce loro figlio. Distrutto dal dolore, Johnson inizia a vagare lungo il Mississippi bevendo, fumando, andando a donne ed esorcizzando il proprio dolore in struggenti blues alla chitarra.

Nel 1931 il musicista tenta di ricostruirsi una vita normale e sposa Calletta Craft, una donna da poco conosciuta con cui si trasferisce nel villaggio di Copiah County. Ma la crescente passione per la musica e un tormento interiore, che si spegne solo quando imbraccia la chitarra in un bar e sgolandosi del buon whisky intona un blues, lo riporta sulla strada, e il matrimonio ben presto naufraga.

Fra caldo torrido, ventilatori accesi, chitarre pizzicate, ugole corrose dall’alcol e donne prosperose, Robert continua a suonare.

Fra uomini tormentati, vecchi giradischi, binari dissestati, crocevia per mille diversi inferni e il melmoso Mississippi che scorre lento, anche il Diavolo lo ascolta.

Narra la leggenda che a Robert, chitarrista non propriamente eccelso, una notte capiti qualcosa di davvero strano. Voci dell’epoca parlano di un incontro fra il giovane bluesman e un uomo sinistro interamente vestito di nero. Un incontro avvenuto allo scoccare della mezzanotte a un crocevia desolato, dove l’uomo in nero avrebbe concesso al giovane un ineguagliabile talento chitarristico in cambio della sua anima. D’altronde Mr Belzebù ha sempre amato il tormento e l’estasi, quindi come potrebbe non amare il blues?

E in questa ormai mitica leggenda probabilmente qualcosa di vero c’è. Johnson, infatti, nel suo girovagare, effettivamente incontra un tipo davvero inquietante e misterioso. Si tratta di un bluesman di nome Ike Zinneman. È lui a insegnargli, forse, quella tecnica chitarristica incredibile che diventerà il suo marchio di fabbrica. Quella che molti anni dopo, quando Brian Jones farà ascoltare a un giovane Keith Richards un’incisione di Johnson, convincerà Keith che a suonare quell’incredibile musica siano due chitarristi e non uno solo.

E questo Ike misterioso lo è sul serio, ma così tanto che non ci sarebbe da stupirsi se fosse davvero un emissario di Belzebù in persona: nessun dato anagrafico, nessuna fotografia, nessuna notizia certa. Di lui si sa solo una cosa: adora suonare nei cimiteri la notte, tra lapidi gelide come la morte. E quando lo fa, spesso si porta dietro Robert.

Sia quel che sia, il goffo Robert Johnson diventa un chitarrista incredibile. La sua stupefacente tecnica chitarristica è ancora oggi considerata una delle massime espressioni del Delta blues, senza dimenticare i suoi testi oscuri, che spesso parlano di spettri, demoni e alcune volte si riferiscono direttamente al suo presunto patto col Diavolo. Una leggenda che Johnson ama e probabilmente alimenta lui stesso. Una leggenda a cui contribuiscono i racconti dei vari musicisti che hanno a che fare con lui, tutti concordi nell’affermare che Robert fosse un chitarrista abbastanza mediocre all’inizio. Poi morì sua moglie, lui sparì per un anno e al suo ritorno era un autentico fenomeno.

Altri aneddoti raccontano che il bluesman fosse capace di riprodurre nota per nota qualsiasi melodia ascoltasse, per radio come in un locale affollato, e senza porvi la benché minima attenzione.

E se la sua vita è stata una lunga notte misteriosa e spettrale, la morte, avvenuta a soli 27 anni, è anche peggio.

È la sera del 13 agosto del 1938 e Johnson, insieme ai musicisti Sonny Boy Williamson II e David Honeyboy Edwards, si sta esibendo al Three Forks, un locale a 15 miglia da Greenwood nel quale da qualche settimana i tre suonano ogni sabato sera.

Robert, al solito, non ha perso tempo, seducendo la moglie del proprietario del locale. All’uomo non importa, basta che il leggendario bluesman, perché ormai il suo nome è sulla bocca di tutto il Mississippi e anche oltre, suoni come si deve e tenga un profilo basso che non alimenti le chiacchiere. Ma quella sera, complici l’alcol e il caldo torrido, Johnson e la signora iniziano a lasciarsi andare ad atteggiamenti davvero troppo espliciti. Quasi imbarazzanti, come racconterà un testimone.

Il gestore del locale non può tollerare un affronto così spudorato e, forse, decide di vendicarsi, vendicarsi alla maniera del Sud.

Durante una pausa del concerto a Robert viene passata una bottiglia da mezza pinta di whisky già stappata. Sonny e David lo mettono in guardia: non è prudente bere da una bottiglia senza tappo. In quegli anni non è raro che i musicisti vengano drogati e derubati dei propri strumenti e dell’incasso della serata, meglio non correre rischi. Ma Robert, già ubriaco, manda tutti al diavolo e se la sgola in fretta e furia.

Poco dopo inizia a sentirsi male, la brezza alcolica lascia spazio allo stordimento e alla confusione tipica dell’avvelenamento. Trasportato all’ospedale, muore dopo tre giorni d’intensa agonia, senza che qualche medico trovi il tempo di fornirgli le cure necessarie, o perlomeno affievolirne i tormenti.

Ci lascia 29 storiche registrazioni, effettuate tra il 23 novembre 1936 e il 20 giugno 1937, 29 registrazioni che costituiranno una base imprescindibile per intere generazioni di musicisti a venire, da Muddy Waters a Bob Dylan, passando per Rolling Stones, Cream, Allman Brothers, Eric Clapton, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, e chiunque vi venga in mente fra le leggende del rock dalla sua nascita ad oggi.

E ci lascia pure quella symphaty for the devil, come dicevano gli Stones, che diventerà parte integrante dell’immaginario rock, fra musicisti compiaciuti, lotte dei benpensanti, miti, leggende, tragedie, commedie o semplici cliché.

Probabilmente il mondo del rock sarebbe stato ben altra cosa se quella notte, al crocevia per nessuna parte, un giovane nero poco dotato non avesse sacrificato la propria anima al demone della musica.

O almeno, è bello crederlo…

Tratto da Rock is Dead – Il libro Nero sui Misteri della Musica

(In libreria e in tutti gli store online)

Il Sottile piacere della malinconia

(ovvero: essere malinconici non è reato, playlist per quei momenti lì)

di Federico Traversa

La società attuale non contempla la tristezza, l’imperfezione e tantomeno la malinconia. Devi essere sempre felice, sorridente, sano, bello, ben conscio di dove stai andando e perché. L’ aspetto vincente tout court dell’esistere è ormai talmente importante da aver fatto nascere un florido business per aiutarti a raggiungere l’obbiettivo. Mental coach, motivatori, maestri di yoga, pagine social sul miglioramento personale, guru del pensiero positivo, eccetera, eccetera, eccetera.

L’importante è non apparire insicuri, tristi e malinconici. L’importante è nascondere le proprie debolezze davanti al mondo.

Ho sempre odiato questo modo di vedere la vita, e per svariate ragioni. Sono sempre stato un tipo insicuro, spaventato, spesso a pochi passi dal cadere di sotto, vittima se non proprio di una profonda tristezza certamente di un’avvolgente malinconia. Così avvolgente da diventare quasi una sorta di coperta calda a cui, dopo tanti anni, mi sono affezionato. Già perché la malinconia non è una cosa brutta. Anzi. Ogni tanto vivere come dentro un video triste che va avanti al rallentatore per ore e ore non è niente male. Soprattutto se hai la musica a farti compagnia.

Tutti noi, durante un momento difficile, ci siamo ritrovati avvolti nel nostro maglione sformato – quello che indossiamo in quelle giornate un po’ così – ad osservare la pioggia che cadeva dalla finestra mentre una playlist a tema invadeva la stanza con i suoi suoni perfetti per la situazione. Proprio come se ogni canzone ci scavasse dentro. Adoravo farlo a vent’anni e adoro farlo anche oggi. Certo, adesso che sono papà posso cullarmi molto meno nell’apatia esistenziale ma ogni tanto, se capita, mi concedo anche io di essere malinconico. Vedo il ‘momento nostalgia’ non come un nemico da abbattere ma uno stop necessario per rallentare un po’, ripassare le cose veramente importanti e poi ripartire. Anche perché con la tristezza c’è poco da fare, devi solo aspettare che passi. Come un temporale. Quando piove non andiamo ad agitare i pugni contro le nuvole urlando al cielo di smetterla di frignare, perché sappiamo non servirebbe a nulla.

Ci sediamo comodamente al riparo, osserviamo le nuvole e aspettiamo che spiova, cosa che regolarmente accadde.

Come insegnano i grandi saggi orientali – non quelli in tuta da ginnastica che fanno milioni di views su youtube e poi finiscono sui giornali per aver molestato qualche ragazzino, parlo dei saggi veri – arriva la tristezza, poi la gioia, ancora e ancora. Tutto viene e tutto va. È solo un mood mentale, che prima e poi passerà esattamente come prima o poi smette sempre di piovere. Tolta quella tristezza che proviene da effettivi traumi, che so una malattia, un lutto, o l’amore della nostra vita che ci lascia per sempre, il 90% della nostra infelicità nasce dentro di noi e dipende da quante nuvole ci portiamo dentro in quel momento. Infatti gli stessi accadimenti vengono vissuti in maniera diversa a seconda del nostro umore. Se ci tamponano in macchina una mattina in cui siamo incazzati, in ritardo e siamo stati appena multati dai vigili ci incazziamo come dei puma, ma se invece ne veniamo da casa di quella rocker tatuatissima che è la nostra vicina, la quale ci ha accolto in perizoma prima di sedurci sulle note di White and Bleed degli Slipknot, e in più abbiamo vinto un biglietto omaggio per il concerto dei Rolling Stones, probabilmente di quel colpetto sul parafango non ce ne fregherà niente. Congederemo il tamponatore del mattino con una pacca sulla spalla, semplicemente dicendogli: “Tranquillo, fratello, son cose che succedono, vai pure. E buona giornata”.

Capito l’antifona? La macchina umana è tanto semplice quanto complessa.

Tornando alla malinconia, quindi, il mio consiglio è di godersela tutta. Negli anni ho addirittura compilato con certosina pazienza una playlist per l’occasione. Fidatevi, la mia ‘malincolist’ non tradisce mai, nata per essere sparata in cuffia a random quanto si è giù. È molto varia e lunghissima. Ripeto si tratta di un lavoro di anni. Alcune canzoni le ho inserite per il mood, altre perché hanno significato qualcosa di particolare per il sottoscritto. Non necessariamente sono tristi, magari semplicemente meditative, profonde o solo capaci di cristallizzare la mia malinconia in qualcosa di bello.

Gli artisti, come anticipato, sono molto eterogenei.

C’è dentro She Lost Control dei Joy Division, Black dei Pearl Jam, Down in a Hole degli Alice in Chains, Talk Show Host dei Radiohead, Soul to Squeeze di Red Hot Chili Peppers, Blessed to Be a Witness di Ben Harper, Entre dos Acqua di Paco de Lucia, Mama Wolf di Devandra Banhart, Ghost Song dei Doors, Spirit Bird di Xavier Rudd, Everybody Here Wants you di Jeff Buckley, Hurt cantata da Jonnhy Cash. E ancora: My Vida di Manu Chao, Rooms della Jim Carroll Band, Merry go round dei Motley Crue, Love you like I Do degli Him, Out of Time Man di Mick Harvey, Come as You’re dei Nirvana, Patience di Nas e Damian Marley, Back to Black di Amy Winehouse.

Niente male, vero?

Ne ho anche una con solo pezzi in italiano. Si va da Vivere di Vasco a Ciao Amore Ciao di Tenco passando per La Ballata dell’amore Cieco (De Andrè), Anima Latina (Battisti), Com’è Profondo il Mare (Dalla), Senza Vento (Timoria), Quello che Non c’è (Afterhous), La Cura (Battiato), Viba (Verdena), Zeta Reticoli (Maganoidi), Amore Disperato (Nada), Non Escludo il Ritorno (Califano) Aspettando il Sole (Neffa), Messico e Nuvole (fatta dai Bluebeaters), Aida (Rino Gaetano), Signora Luna (Capossela), Mare Mare (Carboni) e ovviamente Mary dei Gemelli Diversi. No, dai quest’ultima non è vera.

Anzi fate, una cosa, mandatemi via mail anche la vostra playlist per godere dei sad moments, così cambio un po’. L’aspetto.

In conclusione, amici, non c’è niente di male a essere giù di morale, a sentirsi degli impiastri o a non apparire fighi come ci vorrebbero gli altri. Essere forti non significa non andare mai al tappeto ma avere la capacità di accettare i brutti momenti, affrontarli e rialzarsi. E poi ricordate, le sensazioni che ci attraversano, belle o brutte che siano, sono come nuvole che attraversano il cielo. È sicuro che arriveranno come è sicuro che se ne andranno. Ma noi siamo il cielo, che sotto quelle nuvole, resta sempre azzurro.

Quindi, citando il Grande Lebowski, prendiamola un po’ come viene e, mentre lo facciamo, possibilmente ascoltiamo qualche bella canzone.

L’ultimo valzer – Un ricordo di Pau Donés degli Jarabe de Palo

Oggi si è spento Pau Donés, deux ex machina degli Jarabe de Palo.

Quando lo scorso aprile è riapparso dopo più di un anno di silenzio assoluto, ho capito che era tornato per un ultimo delicato valzer prima dei saluti. Magrissimo, sciupato, provato oltre l’immaginabile, eppure affascinante come e più di sempre, Pau ci ha mostrato fino all’ultimo che anche le malattie più terribili si possono affrontare senza lasciarsi spegnere il sorriso sulle labbra.

Be here Now, essere qui adesso, dicono i mistici orientali; che vuol dire controllare le proprie paure sul futuro e i propri rimorsi o rimpianti relativi al passato. I maestri spirituali lo consigliano da secoli ma è molto più facile a dirsi che a farsi, perlomeno per noi uomini comuni. Quasi impossibile se si soffre di una malattia incurabile alla quale, statistiche alla mano, sopravvive solo il 20% dei malati sulla distanza dei cinque anni.

Eppure c’è chi ci riesce, chi trova la forza e l’equilibrio per non sprecare nemmeno un secondo del tempo che gli resta e va avanti a giocare con la vita, ride in faccia alla morte e si gode il presente al meglio delle proprie possibilità.

Ed è così che ha fatto Pau, sin da quel maledetto pomeriggio dell’agosto 2015 quando, di ritorno da un lungo tour in Sud America, gli viene diagnosticato un tumore al colon con metastasi al fegato.

D’altronde una vita sulle montagne russe la sua lo è sempre stata, un costante alternarsi di successi e difficoltà.

Catalano purosangue, nato nel comune spagnolo di Montanuy, comunità autonoma dell’Aragona, l’11 ottobre del 1966, allo start della vita non parte benissimo. Dislessico, iperattivo, perde la mamma morta suicida a sedici anni e rimane da solo con il papà, due fratelli e una sorella più piccoli. Di colpo è costretto a farsi uomo, vietato perdere tempo. Eppure non si abbatte, si rimbocca le maniche e fa tesoro del suicidio della mamma per convincersi ancor più del fatto che la vita sia un bene prezioso e non vada mai sprecato. Senza considerare che prima di andarsene lei gli regala una chitarra elettrica e… niente, ciao, il futuro è scritto anche se allora ancora non lo sa.

Pau si impegna nello studio, lavora il doppio per via della dislessia, ma alla fine si laurea all’Università di Barcellona in Scienze Economiche Aziendali, più per far contento papà che per reale vocazione imprenditoriale. E infatti raccolto il pezzo di carta brucia i libri e si dedica a quello che davvero ama: scrivere canzoni che facciano star bene la gente e poi cantarle.

Mentre si mantiene lavorando in un’agenzia pubblicitaria, nascono gli Jarabe de Palo, che fanno centro già col primo disco, La Flaca; l’omonima canzone, un blues latino che racconta lo struggimento di Pau per una tremendissima mulata incontrata nella magica isola di Cuba, si trasforma in un successo mondiale e lancia il gruppo nel gota dei musicisti latini.

Con gli anni il suono si ammorbidisce, le sfumature stilistiche aumentano ma l’esito continua a mantenersi stabile, disco dopo disco.

Anche qui da noi Pau e i suoi vengono accolti a braccia aperte, un successo mainstream che li porta a esibirsi al Pavarotti and Friends e a collaborare con un altro maestro del pensiero positivo come Jovanotti.

Canzoni come Bonito, Depende, Agua, solo per citare le prime che mi vengono in mente, sono certo sappiano canticchiarle almeno tre italiani su quattro

Nel frattempo Pau fa una figlia, crescendola con tanto amore, gira il mondo, per un po’ abita a Berlino, sempre di corsa, sempre desideroso di vivere al massimo. Le tante estati a Formentera, i piatti di pesce al Quiosco Anselmo, un chiringuito de puta madre, le scalate in montagna, i concerti infiniti in tutto il mondo, la musica, immancabile e fedele compagna di una vita. Una vita sbranata, dicevamo, fino a quel maledetto pomeriggio di agosto, la diagnosi maledetta, le operazioni, la chemioterapia, una lunga riabilitazione piena di speranza. Già perché dopo l’operazione e le terapie quel bastardo di un cancro sembra sparito, e quando per i 50 anni esce il libro e il disco 50 Palos (un doppio album dove Donés duetta con tanti volti noti della musica italiana, dall’amico Jovanotti a Francesco Renga passando per Noemi e Kekko dei Modà…) lui posta una foto bellissima dove sorridente – una maglia dei Velvet Underground, le braccia aperte come ali sul mare blu e il sole caldo sul viso – dichiara al mondo di essere libero dal cancro.

Ma quella libertà dura poco, e ben presto la bestia ritorna.

Lo incontro brevemente a Bologna circa due anni fa, già sciupato ma ancora in forma, purtroppo la prevista intervista salta all’ultimo per un disguido. Conto di recuperarla al successivo concerto italiano, ma poi Pau peggiora e arriva l’inattesa chiusura di ogni attività e di tutti i social degli Jarabe de Palo; consapevole del poco tempo rimasto, Pau legittimamente sceglie di dedicare ciò che gli resta da vivere agli affetti veri, alla figlia Sara…

Il ritorno a sorpresa qualche mese fa, in piena emergenza Covid, lui e la sua chitarra sul terrazzo del nuovo appartamento di Barcellona, la faccia scavata dalla malattia ma il sorriso bellissimo dei giorni belli.

Un nuovo disco, Tragas o escupes, esce a sorpresa il 26 maggio. E qualche giorno prima un ultimo singolo, Eso que tu me das, leggero e allegro come da tradizione, nel cui video Pau canta con la consueta forza e sorride, e gioca con la vita, ancora e ancora, indicando a tutti una strada anche quando tutto dentro di noi, stavolta letteralmente, sta cadendo a pezzi. E intorno a lui e alla band balla la sua adorata Sara, bellissima nei suoi sedici anni, il viso celato da una maschera gentile.

Niente dura per sempre, niente rimane uguale a sé stesso per più di un secondo e quanta tristezza quando le persone belle e pulite lasciano questo mondo.

Ciò detto è molto meglio perdersi che non essersi mai incontrati.

Ciao Mr Pau, grazie di tutto. Ultimo valzer compreso.

Federico Traversa

La storia ci ha barrato con una X, Generazione X: cari anni 90 vi scrivo…

di Federico Traversa

Tutto iniziò con Beverly Hills 90210, che sarà stato stupido, vuoto e patinato quanto volete ma ha innegabilmente aperto le porte a un nuovo genere televisivo che ci torturerà negli anni a venire: il teen drama – per dirlo in modo figo, all’americana – o più semplicemente le serie televisive a puntate per ragazzi. Costruita sul modello delle telenovela sudamericane per casalinghe annoiate, moderatamente aperta nell’ affrontare tematiche attuali, seppur trattate con manate di vasellina e politically correct, BH 90210 ha segnato un paio di generazioni agli inizi degli anni novanta, compreso quella del sottoscritto. Classe 1975, vidi la prima puntata che non avevo nemmeno 16 anni e mi fece del male, visto che da allora tarai il pivello che ero sulle fattezze del bello e scorbutico Dylan McKay, una specie di James Dean ricco e problematico portato sullo schermo dal bravo e sfortunato attore Luke Perry. Capitemi, allora si andava in discoteca di sabato pomeriggio e la cosa più eversiva che si faceva era incollare il citofono del vicino calabrese del primo piano, un ex carabiniere in pensione, che ci bucava il pallone quando finiva sul suo terrazzo. Ero conteso da due ragazze in quel periodo, dolci e bellissime entrambe. Una era scura, l’altra bionda. Proprio come Dylan nel telefilm. E proprio come lui scelsi la bionda. Lo so, lo so, da rabbrividire quanto mi facevo coglionare dalla tv. 

A staccarmi di dosso un po’ di patinatura, ci pensarono il cinema, i libri e la musica. A partire da “The Doors” di Oliver Stone, che mi presentò  Jim Morrison.  Il Re Lucertola spazzò via McKay in meno di un’estate e diventò la mia fonte d’ispirazione per la vita. Grazie a Jim, e alla sua scapestrata biografia ‘Nessuno Uscirà Vivo di qui’, scoprii l’amore per la poesia, la letteratura, Rimbaud, Baudelaire, Castaneda, la beat generation, e decisi che nella vita avrei fatto lo scrittore. E l’ho fatto, ragazzi. Ok, non sono diventato Bukowski ma ci campo con un certo stile.

Impossibile non citare poi, nella mia formazione artistoide, Twin Peaks, innovativo capolavoro di David Lynch, una serie capace di segnare per sempre un’epoca. 

Alla voce disimpegno, invece, come dimenticare il Karaoke e quegli anni in cui folletto Fiorello fece credere agli italiani che anche senza il mandolino restavamo un popolo di cantanti. Oppure Non é la Rai, che invece ci ricordò che siamo sempre stati, e sempre saremo, un popolo di eterni segaioli. Già che si fa riferimento a Onan, meritano una citazione i culi al vento delle 18e30, quando su Italia 1 andava in onda Baywatch di Pamelona Anderson. E anche gli agghiaccianti balletti sexi di Spice Girls et simili. 

Stasera la mia mente torna a quelle mattinate in giro, a saltare scuola appena possibile per gli scioperi o l’occupazione, ai bombardamenti nato sul’Iraq, alla guerra che  per la prima volta arrivava in diretta televisiva. Craxi, tangentopoli, l’arrivo di Berlusconi, il Milan di Capello che vinceva molto ma stava sulle palle a tutti. Le domeniche allo stadio, noi sempre in uniforme: bomber, dr Martens, jeans strappati e sciarpa d’ordinanza. La camicia, il maglioncino a righe e il montgomery solo per entrare in discoteca. 

E ancora: i film horror in vks affittati il sabato pomeriggio in videoteca, le playlist, che allora chiamavamo compilation, che facevi alla tipa che ti piaceva e dove non potevano mancare canzoni come Waves of Change degli Scorpions, Don’t Cry dei Guns e Home Sweet Home dei Motley Crue. Ma anche Vivere o Senza Parole del Blasco. E sto citando proprio le più ovvie. Senza scordare il wrestling commentato da Dan Peterson, le puntate di Willy Superfigo di Bel Air, di Casa Keaton, dei Robinson, fino ai concerti bubblegum, ma indimenticabili, di Michael Jackson. Cosby e Jackson: il papà buono che tutti avremmo voluto avere e lo zio strambo e pieno di talento che amava i bambini. Avessimo saputo cosa c’era dietro… 

Poi arrivarono i Nirvana, e Kurt Cobain spazzò via la paura di noi ragazzi di mostrarci per quello che eravamo di fronte a un mondo che stava cambiando. All’improvviso far vedere le proprie debolezze, la propria rabbia e la propria paura non era più oggetto di vergogna come per il macho anni ottanta ma qualcosa che si poteva, anzi doveva fare.

Intanto tutto si stava contaminando, tutto cambiava, gli steccati fra i generi crollarono come castelli di carte vecchie. Il fenomeno dei rave invase le nostre notti, a livello mainstream si affermarono proposte musicali inusuali quali Prodigy, Moby, Fatboy Slim o i Chemical Brothers. Il rock inglese invece si vestiva di vintage e, ribatezzatosi brit pop, proponeva moderne versioni di Beatles e Rolling Stones con gruppi tipo Oasis, Blur, Verve, Stone Roses e così via.

Lontano dal mondo dei rave per una radicata idiosincrasia verso l’insopportabile cassa dritta e mai stato troppo affascinato dai Fab Four – figurarsi i loro cloni – trovai rifugio nella mescola che odorava di contaminazione, nei libri e nei film: Manu Chao, il movimento delle Posse, il gansta rap di Pac e Biggie, i reportage di viaggio di Terzani, The Beach di Alex Garland, vera bibbia per chi in quegli anni virava verso l’Asia, lo schiaffo di Palhaniuk in Fight Club, la carezza pop di Nick Horby con Alta Fedeltà, la siringata di poetico disgusto del Welsh di Trainspotting e Colla, o le botte di John King col suo Fedeli Alla Tribù. Ovviamente tutto Bukowski, e poi John e Dan Fante. Il Brizzi imbastardito di Bastogne e Tre Ragazzi Immaginari. Andrea De Carlo. Gli incubi up-class di Brett Easton Ellis e quelli profumati di minimalismo yuppie di Jay McInerney. I diari di basket del grande Jim Carroll, le illuminazioni tornate attuali di Hesse in Siddharta. E come dimenticare il caschetto scazzato e i pantaloni over size di Natalie Imbruglia, i Red Hot Chili Peppers di Under the Bridge, i film di Gus Van Sant, i surfisti fuorilegge di Point Break, e poi Intervista col Vampiro, i dialoghi surreali di Pulp Fiction, la scena underground italiana che diventa mainstream: Subsonica,  Afterhours, Africa Unite, Prozac + (che la terra ti sia lieve Elisabetta Imelio), Esa, Bluvertigo, Sottotono, ecc. E poi Leo di Caprio che fa Romeo recitando Shakespeare in camicia hawaiana, l’ugola delicata di Jeff Buckley, quella consapevole di Ben Harper, oppure i video degli Aereosmith con Alicia Silverstone e Live Tyler. 

Non puó piovere per sempre” diceva il martire Brandon Lee nel Corvo. 

Io sono ancora vivo” rispondeva Eddie Vedder nell’iconica Alive dei Pearl Jam. 

Ma vi ricordate?

Quanto si era belli, puri, appassionati, difettosi e fragili allora. Tanto tanto fragili. Non era neanche tutta colpa nostra. Eravamo una generazione brutalmente schiacciata, presa in mezzo tra la naufragata illusione che il capitalismo made in Usa ci avrebbe resi tutti ricchi degli ottanta, e la certezza che nel nome di quella falsa illusione  ci avevano fregato persino la sedia da sotto il culo dei 2000 and more.

La storia ci ha barrato con una X, Generazione X, come il bel libro di Douglas Copeland. E così verremo trasmessi ai posteri. 

Oggi di quello strano decennio restano solo i nostri ricordi, frammenti confusi, raffreddati dagli anni, di un momento che é stato veramente nostro giusto il tempo di uno sputo. Atterrato neanche troppo distante. 

Ma Cristo di un Dio se ne é valsa la pena… 


“Una tranquilla estate di paura”di Federico Traversa

Come estate non è stata il massimo, ammettiamolo. La definirei “Una tranquilla estate di paura”, storpiando il titolo di un celebre film.

La foresta amazzonica che brucia. Sempre più plastica ad affogare l’oceano e avvelenare i pesci. L’ebola in Nuova Guinea che ammazza con disarmante facilità ma siccome non esce dall’Africa e non c’è da lucrare troppo sul vaccino – che tra l’altro già c’è – i fratelli neri vengono lasciati morire tra atroci sofferenze. I ghiacciai che si sciolgono alla velocità della luce. Un mondo le cui proiezioni più ottimistiche vedono a un passo dall’autodistruzione. E noi sui social a chiederci chi ci sia dietro Greta Thunberg, cosa realmente voglia questa nuova lobby ecologica o, peggio, perdendoci in ridicole quanto inutili ipotesi sulla crisi di governo.

Già perché mentre il mondo avvelenato ‘ha da pensar a cose più serie, costruir su macerie e mantenersi vivo‘, qui da noi è caduto pure il governo gialloverde, con buona pace di tanti ma non di tutti, e sta per nascere quello giallorosso. Praticamente si fa il giro dell’arcobaleno nella speranza che un daltonico ci metta una pezza.

Roba tosta, amici, in tutti i sensi.

Ma partiamo dagli incendi in Amazzonia, il polmone verde che ossigena questo nostro pazzo mondo. E noi che si fa? Lo si preserva? Macché, si arrostisce una bella fetta di foresta, che già è in pericolosa regressione da decenni, e tanti saluti. Ma perché siamo tanto idioti? La risposta è quasi più stupida della nostra economia di massa: per far posto agli allevamenti intensivi di bestie o di mangimi per le suddette.

Amici vegani non esultate. Se smettessimo di mangiare carne – scelta comunque etica che condivido e apprezzo – non si risolverebbe il problema e lo stesso enorme spazio verrebbe probabilmente utilizzato per coltivare la beneamata soia, che sta alla base di qualsiasi dieta non carnivora.

Il problema è un altro: a questo mondo ormai siamo in troppi. Nel 1900 si stima che la popolazione mondiale fosse di un miliardo e 650 milioni. Nel 1950 è salita a due miliardi e mezzo e nel 2000 è arrivata a sei miliardi mentre oggi siamo circa 7 miliardi e settecento milioni di persone. Praticamente in cento anni ci siamo quasi quintuplicati! Peccato che la superficie della terra sia sempre la stessa, anzi quella vivibile sempre meno perché con il riscaldamento globale alcune zone stanno diventando non più adatte alla vita.

E quindi? Quindi anche un bambino capirebbe che così non può funzionare. E sempre quello stesso bambino suggerirebbe di smetterla di invitare la popolazione a consumare risorse come se fossero infinite, smettere di esortare le persone a fare figli su figli perché tra poco non ci saranno più spazi e risorse a sufficienza per tutti. Ma il nostro sistema economico si guarda bene da suggerire una cosa del genere perché si basa sul consumo e sui debiti contratti dai nuovi nati, che saranno chiamati a lavorare per pagare le misere pensioni degli ultrasettantenni (perché fino ad allora si sarà costretti a lavorare fra non molto) che, grazie al business delle medicine, forse vivranno qualche anno in più.

Un sistema pazzo e fallimentare che quando crollerà farà tanto, tantissimo rumore. Un sistema che non può vincere. Perché è perverso – come diceva il grande Tiziano Terzani – pensare che progresso voglia dire crescita. Un concetto assurdo legittimato dagli occhi a forma di dollaro e dall’ignoranza di chi tira le fila di questa sanguinaria economia globale. Ma perché invece di inseguire la crescita ogni anno non proviamo a produrre lo stesso lavorando e consumando di meno?

Simili pensieri nell’economia attuale sono considerati bestemmie. Quando in qualità di responsabile editoriale di Chinaski Edizioni vengo invitato all’annuale incontro con le varie reti vendita oppure le librerie di catena, non ci si raffronta mica sui programmi, sull’etica, sui sogni. Manco per le palle. Si ragiona sui numeri. Quest’anno hai fatturato 10 con tre libri, un altr’anno devi fare 15 con cinque libri. E se tu provi a dire: “Ok, ma se facessi 9 con due libri sarebbe ugualmente buono, non credete?” vieni additato come un hippy di merda che non sa stare al mondo e non ha voglia di lavorare. Uno smidollato senza sogni, che si accontenta.

E qui parlo del nobile mondo dell’editoria ma credo che negli altri ambienti forse sia anche peggio.

Non capiamo più che siamo qui di passaggio, che la transitorietà tanto nostra che della materia che possediamo deve essere l’unica bussola per vivere in maniera più consapevole, distaccata e fiera, con il traguardo ultimo di lasciare questo mondo che ci ha accolto un po’ meglio di come lo abbiamo trovato. ‘Fasti non foste a viver come bruti‘ scriveva Dante, e nemmeno per consumare a bocca aperta come maiali in un porcile aggiungerei. La natura non è lì perché l’uomo ne faccia quello che vuole. La vita è una danza di tutte le componenti dell’universo che funziona al meglio quando è armonica. È un oceano pieno di plastica non è armonico, così come non lo sono una foresta che brucia, file chilometriche di auto incolonnate per chissà dove, le zucchine e i pomodori tutto l’anno o il mangiare frutta e carne che vengono da paesi che non hai mai sentito nominare, distanti anni luce esattamente come lo siamo noi da quella magnifica armonia che sta alla base della vita.

Occhio perché se questa è stata una tranquilla estate di paura, le prossime potrebbero essere “The Day After”, parafrasando un altro vecchio film che mostrava il mondo il giorno successivo a un conflitto nucleare. Ma se allora la fine era segnata dalla bomba atomica oggi è tutto, se possibile, ancora più stupido eppure sottile.

Ci estingueremo per comodità: un peccato mortale.

CARO DON TI SCRIVO: LETTERA A DON GALLO

di Federico Traversa

Caro Don

stasera ho proprio bisogno di scriverti perché… perché qui è un gran casino…

Te ne sei andato sette anni fa, in un momento in cui il mondo era già un gran bel compendio di problemini e problemoni, ma oggi, credimi, siamo su altri livelli. Un tale cinema…

Ti racconto tutto perché credo, anzi ne sono sicuro, che dove sei adesso certe cose non ti tocchino più di tanto e tu possa fartele scivolare addosso come in vita non sei mai stato capace di fare. E meno male, perché è stato grazie a quella rabbia, a quegli “sciuppon de futta” (come li chiamavi tu) se ti sei speso per combattere le ingiustizie e aiutare tutti quelli che ne hanno avuto bisogno.

Ma oggi, oggi che ti sei ormai da tempo sciolto in una nuvola di pace, spero di non buttarti troppo giù se ti dico, per cominciare, che in Italia la Lega è il primo partito e Salvini – sì quello mezzo “abelinato” con la felpa che cantava “Vesuvio lavali col fuoco” – fa comizi in tutto il sud applaudito come un messia.

E non è finita, Don. Al governo c’è il partito di Beppe Grillo, che però non si fa vedere più tanto in giro, insieme al Pd, che ora è guidato dal fratello dell’attore che interpreta il commissario Montalbano. E lo so, sembra una fiction Rai e invece…

Ma aspetta Gallo, questo è niente: per 4 anni il Presidente degli Stati Uniti è stato Donald Trump! Sì, il miliardario con la testa arancione, che ora però ha perso le elezioni anche se dice che non è vero.

Tornando alla nostra Genova, devi sapere che due anni fa è crollato il Ponte Morandi, una tragedia enorme che ha distrutto tante famiglie e coinvolto anche la tua Comunità San Benedetto, che sotto il ponte aveva la sua Fabbrica del Riciclo.

Ma siamo solo all’antipasto, Don! Belin c’é la pandemia. Sì. Ho detto PANDEMIA!

Un virus mortale è arrivato a inizio anno dalla Cina e, ad oggi, ha fatto più di un milione di morti. Ci siamo tutti dovuti chiudere in casa da marzo a maggio e ora di nuovo. Ho una fifa, Andrea… sai, sono papà di due bimbi piccoli adesso e ho due genitori anziani non autosufficienti, sento tutta la responsabilità del momento addosso. Ovviamente di mio fratello sai tutto, spero solo che ora che è lassù ogni tanto tu possa dargli un occhiata, è un ragazzo buono e incasinato, di quelli che piacciono a te. Sono certo lo farai.

Comunque ti stavo dicendo del virus, Covid 19 si chiama. Un vero disastro, qui in Liguria poi i guai sono stati doppi. Sai, da quattro anni ci governa uno strano personaggio che si chiama Giovanni Toti, un signore veramente, ehm, diciamo particolare. Da quando è iniziata la pandemia lui dice che qui da noi è tutto sotto controllo, di stare tranquilli, ma in tanti sostengono che le sue sono “musse” belle e buone, perché i Pronto Soccorso sono al collasso, i medici e gli infermieri fanno più ore dell’orologio e la gente soffre le pene dell’inferno per farsi un semplice tampone. Qualche settimana fa questo Toti ha persino pubblicato un post sugli anziani che ha fatto il giro del mondo. Una belinata sul fatto che non sono indispensabili alla sforzo economico del paese messa giù con una tale mancanza di empatia che lo hanno preso per il culo anche in Groenlandia. Vabbé magari non fino a lì ma hai capito. Ci abbiamo provato col tuo amico Ferruccio Sansa a toglierlo da lì, si era candidato persino il nostro Flavio Gaggero, ma lo sai che a noi liguri piace soffrire. Così ha vinto le elezioni e ora legittimamente governa. E lo so… lo so….

Vabbé dai, passiamo oltre che non ti voglio intristire troppo.

C’è anche qualche bella notizia.

In questo marasma quel meraviglioso cavallo matto del Gino Strada ha accettato di andare a dare una mano alla sanità calabrese! Se non altro finalmente avremo qualcuno a cui veramente frega qualcosa delle persone.

E poi ci sono gli amici, ciascuno perso a “rincorrere i suoi guai” come cantava Vasco. Franco sta bene, qualche anno fa ha portato il nostro libro persino a Cuba, non oso immaginare cosa abbia combinato nella terra del rum. Megu finalmente è dimagrito, Andrea ti giuro sembra un figurino, ed è sempre a lottare insieme a tutti gli altri di Sambe. Pensa, la Lilli é addirittura su facebook mentre Viviana è diventata una sindacalista che si sbatte per tutti. Claudio Agostoni di Radio Popolare non manca mai di ricordarti nei suoi programmi e come lui Manu Chao e Tonino Carotone nelle loro canzoni.

Ecco, vorrei chiudere questa lettera con bei ricordi anche se… ehm… Ma come faccio a non dirti certe cose? Come posso tacere il fatto che Renzi, all’urlo di “Enrico vai sereno” ha fatto un nuovo partito? E l’ha chiamato Italia Viva. Te lo giuro, Andrea, è questo il nome che ha scelto. E già che a te non era mai piaciuto…

Ma c’è di peggio, amico mio. Lo sai in questo momento di confusione, paura e incertezza chi sta facendo da paciere tra le varie forze politiche? Chi ne sta uscendo meglio di tutti, con parole spese con misura e complimenti persino a Fabio Fazio? Sì, Andrea, lui, sempre lui e ancora lui. SILVIO. Ma lo sai che ha pure sconfitto il Covid? Dicono che ora punti al Quirinale. Sento dall’improvvisa folata di vento che mi ha fatto cadere il vaso grosso in terrazzo che questa l’hai accusata anche da lassù…

Che altro dirti, Don? Vorrei consolarti con le imprese del nostro amato Genoa ma anche qui, meglio soprassedere.

Che poi, chissenefrega.

Non ci si vede, non ci si tocca, non ci si abbraccia, tutti in giro con la mascherina, la vita pare cosi sterile e fredda che alla fine quasi ci dimentichiamo per cosa stiamo combattendo.

Andrea mi manchi!

Ci manchi!

Continuo a scrivere, i miei lettori crescono, mi chiedono consigli perché credono che siccome ti sono stato vicino forse posso aiutarli a fare un po’ di chiarezza nelle loro vite. Mi sono messo persino a studiare seriamente il buddhismo e a meditare per capire più cose possibili e parlare con un minimo di senso. Eppure più la mia consapevolezza cresce più mi sento piccolo. Più leggo e capisco maggiore è la forza con cui le tue parole mi risuonano in testa: “Nessuno si libera da solo, ci si libera tutti insieme” .

Ciao Don, ti voglio tanto tanto bene. Ora metto su un pezzo di De André o di Manu, mi bevo un bicchiere di vino e poi chiuderò gli occhi.

Ho bisogno di abbracciare forte il tuo ricordo.

Election Day: Chi è Joe Biden, l’anti-Trump sostenuto da Obama

di Federico Traversa

C’è un bellissimo video di una ventina di secondi che gira sui social in questi giorni: l’ex Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama sta uscendo da una palestra con il suo staff quando qualcuno gli passa un pallone da basket. Senza pensarci troppo Obama prende il pallone, fa due palleggi e realizza un meraviglioso canestro da tre punti, tra il giubilo dei presenti. A quel punto, senza fermarsi e continuando a camminare di buon basso verso l’uscita, si abbassa la mascherina e urla: “That’s what I do” prima di lasciar esplodere una bella risata. Fine. La fotografia di un istante efficace come mille comizi, d’altronde Obama è sempre stato un maestro nell’arte di comunicare. E questo è solo uno dei mille modi con cui l’unico cavallo di razza – di quelli davvero capaci di spostare qualche milione di voti – del Partito Democratico sta cercando di tirare la volata al candidato Joe Biden, che nonostante il discreto vantaggio nei sondaggi, non sembra aver acceso completamente l’immaginario del popolo americano. Sarà l’età, l’eccessiva prudenza o la dialettica non troppo briosa, fatto sta che Joe sembra più il male minore dettato dalle contingenze che l’uomo in grado di cambiare le cose. Probabilmente, visto il disastro combinato in questi quattro anni dalla scriteriata amministrazione Trump, questo dovrebbe bastare per cambiare inquilino alla Casa Bianca, eppure fra i democratici la paura serpeggia, in particolare dopo quanto successo nella scorsa tornata elettorale, con l’inaspettata sconfitta della Clinton.

Non si respira grande entusiasmo per il vecchio Biden, insomma, e in molti sostengono che, se come sembra alla fine ce la farà, sarà solo grazie alla disastrosa gestione della pandemia di Trump e soci.

Eppure, al netto di un’età effettivamente un po’ troppo importante – sua come del candidato repubblicano (Biden va per i 78 anni, Trump ha superato la boa dei 74 lo scorso giugno) – il curriculum di Joe parla decisamente a suo favore; senza dimenticare come le tante disgrazie subite da quest’uomo sfortunato lascerebbero supporre una sensibilità e un’empatia verso il prossimo tipiche di chi affronta e supera certe terribili tragedie.

Originario di Scranton, in Pennsylvania, dopo essersi laureato in Giurisprudenza all’Università di Syracuse, Biden si è ben presto affermato come avvocato.

Ad appena trent’anni arriva il lutto che ne segnerà l’esistenza: la moglie e la figlia muoiono in un incidente stradale, con gli altri due figli della coppia che rimangono feriti. Joe li tirerà su da solo, risposandosi solo nel 1977 con Jill Tracy Jacobs, dalla quale avrà la figlia Ashley.

Politicamente la carriera del candidato democratico è stata lunga e costruita con certosina pazienza: eletto per la prima volta senatore per il Partito Democratico nel 1972, manterrà continuativamente l’incarico per ben 37 anni.

L’apice della sua carriera arriva durante l’amministrazione Obama, che nel 2009 lo nomina vicepresidente degli Stati Uniti, riconfermato anche dopo le elezioni del 2013.

Il 12 gennaio 2017, in uno degli ultimi atti della sua amministrazione, sempre Obama gli assegna la Medaglia Presidenziale della Libertà, la massima onorificenza del Paese, definendo Biden “un leone della storia americana e un esempio per le generazioni future“.

E fino a qui tutto bene, parafrasando il film “L’Odio”.

Ora veniamo alla voce scandali, che si sa, quando ti candidi a Presidente qualcosa viene fuori per forza.

Il nodo più spinoso per il buon vecchio Joe è rappresentato dallo scapestrato secondogenito Hunter. Tutto incomincia nel maggio 2019 quando il New York Times pubblica un articolo dove si accusa Joe di aver chiesto ai leader politici ucraini di rimuovere dall’incarico il procuratore generale Viktor Shokin, che in quel periodo sta indagando su presunte irregolarità compiute da Burisma Holdings, l’azienda ucraina di gas naturale nella quale opera Hunter, con un posto nel consiglio di amministrazione. Secondo il Times, Joe avrebbe minacciato di trattenere un miliardo di dollari di garanzie sui prestiti elargiti dagli Stati Uniti all’Ucraina. Stranamente poi, Shokin si dimette e storia finita.

Va detto che le accuse rivolte a Joe Biden non sono mai state confermate da prove certe e Hunter si è dimesso dal suo incarico presso la Burisma Holdings nell’aprile del 2019, e cioè prima che il padre si candidasse alle elezioni presidenziali.

Ma non è finita qui: nell’agosto del 2019, un agente della Cia presenta alla Camera dei deputati statunitense un documento in cui rivela i dettagli di una telefonata datata 25 luglio 2019 fatta da Trump al presidente ucraino Volodimir Zelenskij. In quell’occasione testa di arancia chiede più volte di aprire un’inchiesta per corruzione ai danni della Burisma Holdings, offrendo in cambio 391 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina. La rivelazione costa a Trump l’avvio da parte della Camera della procedura di impeachment, con l’accusa di abuso di potere e ostruzione al Congresso. Assolto, l’uomo che ipotizzava di curare il Covid con iniezioni di disinfettante, continua da allora ad attaccare Biden per la “questione ucraina”.

Speculazioni a parte, il cinquantenne Hunter non è esattamente un esempio di figlio modello, con problemi di alcolismo, droga e relazioni extraconiugali. Per carità, niente di tanto diverso da almeno il 50% dell’occidentale medio, ma comunque non certo comportamenti di cui vantarsi. Ma non è lui il candidato presidente, è suo padre, sul cui comportamento, almeno fino ad ora, non si è trovato molto sui cui speculare.

Sono uscite voci di comportamenti inappropriati con quattro donne ma, al contrario della questione ucraina che tutt’ora rimane dibattuta, non è emersa alcuna testimonianza credibile né prove di alcun comportamento inadeguato da parte di Joe.

Lucy Flores, ex candidata democratica come vice governatrice del Nevada, ha accusato Biden di averla toccata in modo inappropriato durante un comizio elettorale nel 2014. Su The Cut la donna ha precisato che il comportamento di Joe non è stato violento né sessuale ma “vistosamente inappropriato e snervante“.

E cosa avrà mai fatto il vecchio Joe? Stando al racconto della donna, le avrebbe appoggiato le mani sulle spalle dandole un bacio dietro la testa. Una roba che qui da noi, abituati al Silvio style e ai bunga bunga fa quasi sghignazzare. Definirei queste esternazioni “il lato oscuro del #metoo” o, più criticamente, il modo con cui il potere sta cercando di ridicolizzare il legittimo e sacrosanto movimento femminista contro gli abusi sessuali.

E quindi?

Al netto dei colpi bassi, i violenti dibattiti televisivi e il legittimo sospetto che a certi livelli il più pulito abbia quantomeno la rogna, mi auguro che vinca Biden, e me lo auguro tanto per gli amici americani quanto per noi, che siamo direttamente collegati, volenti o nolenti, a quanto accade laggiù; l’attempato candidato democratico non sarà perfetto, forse è poco brillante, ma perlomeno rappresenta quei valori progressisti che guardano all’allargamento dell’assistenza sanitaria (se oggi molti americani sono vivi lo devono all’Obama Care, e questo nonostante sia assai migliorabile e ancora barbaro rispetto a molti paesi europei), alla tutela dell’ambiente, alla questione climatica, tutte priorità che dovrebbero essere alla base di un mondo più giusto, equo e libero. Certo, sarebbe stato meglio se al posto di Biden ci fosse stato Bernie Sanders, con la sua visione innovativa e rivoluzionaria, ma sarebbe stato davvero chiedere troppo. Un socialista alla Casa Bianca? Ma stiamo scherzando!!!

Quindi accontentiamoci di Biden e speriamo possa sconfiggere Trump, e che lo faccia nettamente nel nome dell’intelligenza. Non è più ammissibile vedere un simile idiota seduto sul trono della più grande super potenza del mondo. Un miliardario gretto, seppure astuto, che in 4 anni è stato capace di sdoganare definitivamente l’ignoranza, l’odio, la stupidità, le bugie eclatanti e il parlare a vanvera, trasformando tali deprecabili atteggiamenti in note di merito sociale.

Uno così ignorante da non conoscere l’antico motto dell’Ordine degli Assassini – Niente è vero tutto è permesso – ma comunque in grado di applicarlo a meraviglia.

Uno che ha fatto proseliti rafforzando e legittimando quell’ultra destra qualunquista, ignorante e becera, che qui da noi ha trovato collocazione e rappresentanti nei vari Salvini, gilet arancioni, negazionisti del Covid e tutto quell’assortimento di nuovi mostri che stanno imbruttendo il mondo, una cazzata alla volta. E ora iniziano a essere tante.

Per questo dobbiamo tutti sperare che quel canestro magistralmente messo a segno da Obama nel video virale di cui parlavo all’inizio, si realizzi anche il prossimo 3 novembre.

That’s what I Do.

Ecco, fallo anche stavolta, Barack!

BRUCE SPRINGSTEEN – LETTER TO YOU: Il disco perfetto per uscire dalla pandemia

di Federico Traversa

C’é una ballata di Bruce Springsteen, profonda e appena sussurrata, che non riesco più ad ascoltare. Si chiama Paradise e già dall’arpeggio iniziale mi porta alle lacrime. La trovate in The Rising, disco datato 2002. La ascoltai la prima volta solo l’anno scorso, quando riaccompagnai a casa mio fratello dopo una delle sue prime sedute di radioterapia, quando ancora eravamo convinti che ce l’avrebbe fatta.

La canzone parla, in maniera accennata, quasi sfocata, dei sentimenti di un estremista prossimo a compiere un atto terroristico. Non so perché mi abbia colpito cosi tanto, forse l’ho legata alla storia di Fabri, perché, alla fine, un tumore, altro non è che un bastardissimo atto terroristico.

Fatto sta che da allora ho iniziato a cercare di approfondire il discorso Springsteen che, tolto qualcosa degli anni 80, non è che mi avesse mai appassionato più di tanto. Lo trovavo poco vario, eccessivamente easy listening, un padrino simpatico ma un po’ incolore di quel rock annacquato da autogrill. Poi c’erano i live, d’accordo, e lì il boss andava lasciato stare, un indiscutibile cavallo di razza, e dei più puri, ma a livello compositivo proprio non riusciva a entrarmi dentro. Per questo gli avevo sempre preferito gente meno pubblicizzata ma ai miei occhi più sanguigna tipo John Mellencamp o, che so, Tom Petty.

Complice Paradise, ho quindi riascoltato quasi tutta la discografia di Springsteen e, mi perdonino i suoi fan, ho solo trovato conferma di quello che già sostenevo: non molto innovativi ma certamente coinvolgenti i dischi degli anni Settanta e Ottanta, discreti ma eccessivamente patinati quelli dei Novanta e abbastanza fuori fuoco i lavori degli ultimi due decenni. Certo, ci sono tanti passaggi piuttosto ispirati anche nella discografia del Boss di questi ultimi anni, proprio Paradise ne è un esempio, ma mediamente c’è ben poco per cui spellarsi le mani.

Perlomeno fino all’ultimo Letter to You, uscito qualche giorno fa, il disco che cambia tutto. Un album di una bellezza, una potenza e una freschezza di suono davvero inaspettati per un signore che ha passato la boa delle settantuno primavere. Dodici canzoni commoventi e calde, come un fuoco che arde in mezzo alla neve, circondato da fantasmi che ballano in cerca della magia degli anni perduti, trovandola immutata in fondo alla strada.

Suonato in presa diretta dai survival della E Street Band e realizzato in soli cinque giorni, Springsteen l’ha definito “l’esperienza di registrazione più bella e intensa della mia vita”. E si sente.

Come ben riassume Gabriele Benzing su Onda Rock:Le chitarre spigolose e taglienti, la batteria solenne, il lirismo di pianoforte e organo, persino l’inconfondibile marchio di fabbrica del sax (con Jake Clemons a fare da controfigura del compianto zio): tutto è esattamente dove lo avevamo lasciato quarant’anni fa, forgiato da un instancabile affiatamento sulle scene. E funziona proprio per questo, perché è quello che Springsteen e la sua gang sanno fare meglio”.

O come mi ricordava stamattina il mio amico Robi Galle al telefono, springsteeniano della prima ora, finalmente non più deluso: “È tornato il Boss! Era da Tunnel of Love che l’aspettavo!”.

Il suono di Letter To You arriva compatto, muscolare eppure meno scontato del solito. Canzoni come Burnin Train e Janey Needs a Shooter (out-take che arriva addirittura dagli anni settanta insieme alle memorabili If I Was a Priest e Song for Orphans) ci consegnano un Bruce tirato, a tratti persino pesante; Last Man Standin e la title-track sembrano preghiere laiche alla musica e agli anni che passano, recitate da chi è ancora in piedi nonostante i tanti colpi che, volente o nolente, ti rifila anno dopo anno la vita.

La canzone d’apertura – Open You’re here – è invece una struggente ballata aperta da una arpeggio morbido che si sposa a un testo poetico e sommesso. Il let motiv del disco non è più il “nato per correre” degli esordi ma il resistere all’ossidazione del tempo, restando in piedi anche quando arriva l’inverno, un po’ come l’immagine che lo ritrae in copertina mentre, testa alta e schiena dritta, attraversa una New York ammantata di neve.

Un album di ricordi e legami indissolubili, come dimostra Ghosts, il secondo singolo, frizzante e tirato omaggio tanto alla vita sul palco quanto agli amici persi lungo il cammino. Amici che si rincontreranno, prima o poi, nella House of A Thousand guitars, pregheranno insieme (The Power of prayer) o magari verranno a trovarci in sogno come nella conclusiva I’ll See you in my dreams, che chiude l’album, con aperture ariose e accordi larghi, come se la E-Street Band stesse spalancando finalmente la soffitta di anni polverosi per fare entrare aria, sole e tanta luce.

E così si chiude Letter to You, forse uno dei lavori più sinceri e ispirati di Bruce Springsteen, un lavoro in cui, al netto del blasone e degli stilemi, a vincere sono onestà e sentimenti di un uomo complesso ma non complicato, che sta attraversando, come tutti noi, questo mare in tempesta che è la vita con rabbia, amore e tanta speranza.

Per questo, e molte altre ragioni, Letter to you é forse il disco perfetto per uscire da questa pandemia, da cantare tutti insieme abbracciati sotto il palco quando questo maledetto momento sarà finito.

Quella volta che Manu Chao attraversò la terra dei narcos suonando gratis per i poveri del far west del mondo

di Federico Traversa

In un mondo della musica dove sempre più spesso si è costretti a scendere a compromessi in nome del mantenimento del proprio seguito, ogni tanto sopravvive qualche artista davvero libero, con una mente aperta, degli ideali autentici, una coscienza limpida, e che delle regole non scritte dello showbiz se ne frega bellamente. E se quell’artista è vero, sincero e ispirato, alla fine è probabile che l’abbia vinta lui. Lo so, lo so, quelli così si contano sulle dita di una mano, eppure ci sono. Esistono e se desideri amarli, prima o poi la loro musica ti troverà.

Uno di questi è sicuramente Manu Chao, e lo è oltre ogni ragionevole dubbio. Parliamo di un tipo incredibile, incredibile sul serio. Nato in Francia da genitori spagnoli, nelle sue vene scorre sangue basco e galiziano. Con la Mano Negra, il gruppo con cui ha ottenuto un importante successo internazionale, mescolava influenze di ogni tipo, spaziando fra caleidoscopi di culture diverse.

Successivamente ha intrapreso una carriera solista, libera e splendente, che per un periodo lo ha fatto assurgere a paladino del movimento no global e delle istanze di tutti i popoli terzomondisti. Quando si è reso conto che qualcuno ne stava strumentalizzando intenti e visione, ha deciso semplicemente di sparire, non parlare più molto con la stampa, registrare sempre meno dischi e viaggiare per il mondo, alla ricerca di progetti che potessero di nuovo accendergli l’anima. Tipo La Colifata. Come dimenticare quel disco? Un album che Manu ha registrato con i pazienti di un centro di malattie mentali di Buenos Aires per finanziare la struttura e l’omonima radio gestita dai pazienti.

Mr Chao è uno che non mai fermo, perennemente in viaggio, gli occhi spalancati nel tentativo di capire cosa succede in giro.

A Barcellona è facile incontrarlo al bar Mariachi, un piccolo locale del Barrio Chino dove fanno un idromele buonissimo. O al Bahia, in quella che i barcellonesi chiamano “la Plaza dei Tripi” a bere Horuco in compagnia di una cricca multietnica di artisti, perditempo, geni e sregolati. Ci ho fatto qualche serata anche io col mio amico Tonino Carotone e se te le ricordi vuol dire che non c’eri.

Manu è un tipo difficile da spiegare, uno che non afferri facilmente, tant’è che ha volte viene frainteso.

Don Gallo lo adorava. Durante il G8 mentre Manu era a Genova per un concerto volle incontrare diverse realtà locali per cercare di far qualcosa di attivo durante la manifestazione. Il Don propose di dare vita a punti di ristoro in giro per la città che dessero da mangiare e da bere ai manifestanti. Suggerì di chiamarlo Bar Clandestino. A Manu brillarono gli occhi e disse al Gallo di procedere, che l’avrebbe aiutato. Andrea e la Comunità di San Benedetto al Porto si diedero da fare e nei tre giorni del G8 non so quante tonnellate di pane e litri d’acqua andarono via.

Due giorni dopo un tipo dalla faccia stralunata passò dalla Comunità, chiedendo di incontrare Don Gallo.

Mi manda Manu” disse, prima di mettere nelle mani del Don un assegno di quasi trenta milioni delle vecchie lire.

Un’altra volta Manu passò da Genova e venne alla “Lanterna”, il ristorante della Comunità San Benedetto, un posto rustico dove ti può capitare di mangiare gomito a gomito tanto con Vasco Rossi che con un tossico che ha appena intrapreso il suo lungo percorso di recupero. Solo che di domenica il locale è chiuso. Allora cosa fece, Manu? Lasciò a Don Gallo una rosa bellissima e un biglietto. Quella rosa gliel’avevano donata i detenuti del Carcere di Volterra per cui aveva fatto un concerto gratuito, senza clamore, senza allertare i media. In silenzio.

È sempre stata questa la sintesi della sua missione: dare voce a chi non ce l’ha.

Oppure mi viene in mente quando venne in Italia a presentare Clandestino e, mentre tutti lo aspettavano al Leonacavalo, se ne andò con la sua banda a suonare in Piazza Duomo davanti a venti extracomunitari.

Ce ne sarebbero mille di aneddoti su Manu, tanti me li ha raccontati Tonino Carotone, che con il clandestino ha un rapporto fraterno. Tanti altri Pacorro, un tipo incredibile di quasi sessant’anni che vive a Barcellona e ha fatto il road manager persino per Joe Strummer.

Ma quello che vi ho raccontato fino ad adesso, andando un po’ a braccio e ripescando da alcune delle notti più emozionanti della mia vita, sono poco più che dettagli, bazzecole.

È stato nel 1993, quando ancora militava nella Mano Negra ed era all’apice del successo con la vulcanica band meticcia da lui fondata, che realizzò qualcosa di incredibile, una storia senza precedenti nel mondo del rock. E lo dico senza timore di essere smentito.

Forse per espiare a uno strano senso di colpa per avercela fatta con la musica, certamente per rompere la monotonia dell’eterna abitudine studio-album-promozione-tour, sicuramente per un senso di genetica empatia verso la gente che possiede poco o nulla, fatto sta che Manu si gettò in un progetto apparentemente da manicomio.

In Colombia, allora, esistono solo 3200 km di binari ferroviari, e la metà risulta inutilizzata; Manu ha un rapporto profondo con il popolo sudamericano, e con quel paese in particolare. Così una bizzarra idea inizia a prendere forma: ridare vita all’antica linea coloniale che trasportava banane e caffè, e portare uno spettacolo itinerante di musica, numeri circensi e allegria in tanti piccoli paesi controllati dallo stato corrotto, dalla guerriglia o dal cartello dei narcos. Il tutto ovviamente gratis, con le spese a carico degli sponsor che accetteranno di sostenerli, e della Mano Negra.

Capito la follia? Considerate che stiamo parlando di un gruppo all’epoca fra i più famosi d’Europa, che con il precedente album, King Of Bongo, ha inanellato critiche entusiaste e vendite insospettabili.

Il piano inizia a prendere vita, Manu trascorre quasi un anno facendo spola fra Parigi e Bogotà per mettere a punto la spedizione. La ferrovia colombiana mette a disposizione della band un deposito per lavorare alla ristrutturazione di un treno dismesso, oltre a chi, fra il personale ferroviario, se la sente di offrire la propria mano d’opera.

Lentamente, fra intoppi burocratici, ritardi e problemi vari, il progetto si concretizza. L’organizzazione richiede un anno intero.

Solo per mettere in ordine i vagoni del treno che trasporterà musicisti, saltimbanchi, trapezisti, mangiafuoco, burattinai e tutti gli artisti che hanno scelto di prendere parte a quella stramba avventura, ci vogliono otto mesi di lavoro. Lavoro duro. Sì perché si tratta di una vera e propria casa viaggiante su rotaia, con tanto di vagone del fuoco che entra in fiamme nelle stazioni, vagone delle comunicazioni per rimanere in contatto radiofonico con Francia e Colombia, vagone del ghiaccio – dove una macchina da vita a un enorme forma di ghiaccio che viene sciolta dalla lingua di fuoco di un’iguana meccanica costruita con materiali di recupero per la gioia dei bambini. Senza scordare il vagone dei tatuaggi e quello adibito a palco per esibirsi lungo la marcia.

In tutto le carrozze sono 21 e, fra tecnici, operai e artisti, vi viaggiano circa 100 persone di varie nazionalità

Il treno, ribattezzato l’expreso del hielo, in onore dello scrittore Gabriel Garcia Marquez, procederà a una media di 20 chilometri all’ora per circa duemila chilometri.

Con la spedizione si imbarca anche Ramon Chao – scrittore, giornalista, autore di libri e responsabile delle trasmissione in spagnolo di Radio France, nonché padre di Manu Chao – che alla fine del lungo tour documenterà l’impresa nel libro Un train de glace et de feu.

Il giro incomincia, ovunque la carovana è accolta da gioia ed entusiasmo, anche se i problemi non mancano: incidenti, mancati finanziamenti, perquisizioni della guerriglia delle FARC, dell’esercito, dei gruppi para-militari foraggiati dai cartelli della droga, il tutto senza sapere se il giorno dopo ci sarà un altro concerto o qualche situazione d’emergenza costringerà tutti a tornare a casa.

La cosa più difficile da spiegare alle varie istituzioni, legali e non, che a turno presiedono la parte interna della Colombia è il perché un gruppo rock francese di buona fama si sia imbarcato in tutto questo, senza guadagnare un dollaro.

Non mancano momenti di tensione, controlli al limite della legalità e paura. D’altronde si sta viaggiando con un treno scassato nella selvaggia Colombia, un far west fuori tempo massimo, fra i territori allora più pericolosi del mondo.

Il 18 novembre del 1993 la carovana arriva a Santa Marta. La Mano è stanca, sono in Colombia da quasi un mese e lo stress inizia a farsi sentire. Jo, il bassista, si è rotto un piede e i promessi sponsor per continuare il tour stanno facendo un passo indietro. Senza considerare che i controlli dei militari a ogni tappa si fanno più insistenti e fastidiosi.

A peggiorare le cose, durante la seconda data a Santa Marta, ci si mette il governatore della città, non esattamente l’idolo dei cittadini. L’uomo pretende di salire sul palco per un breve saluto al pubblico e Manu e i suoi, per evitare ulteriori problemi, sono costretti ad acconsentire. Ma scendere a patti con il potere non è nel nda di Manu Chao e scatta la contromossa. Appena la band inizia a suonare il musicista franco-spagnolo intona el pueblo unido jamas sera vencido, frase simbolo della ribellione in tutto il Sud-America, dal Cile all’Argentina senza dimenticare, ovviamente, la Colombia.

Una follia in un paese in guerra, una follia non senza conseguenze: il giorno dopo quattro membri della Mano Negra lasciano la Colombia per fare ritorno in Francia. Troppo pericoloso restare lì ancora. Quello di Santa Marta sarà l’ultimo concerto della band francese.

Manu invece resta, nonostante la mancanza di sponsor, nonostante le minacce, la paura e i disagi continui. È troppo bello vedere vecchi e bambini poveri che danzano scoprendo sorrisi sdentati al suono delle sue canzoni. E si andrà avanti ancora per settimane finché, ormai a corto di fondi e con il treno ormai a pezzi, la carovana terminerà il suo viaggio.

Manu non ha guadagnato niente da quel viaggio e la sua band è ormai prossima allo scioglimento, che avverrà dopo qualche mese. Eppure quell’esperienza, quei visi segnati dalla vita e dalla povertà, le tante perle di saggezza e verità raccolte lungo il cammino, germoglieranno nella sua mente e faranno un giardino. Un giardino composto di suoni, racconti, abbozzi di idee, frammenti di storie uniche e irripetibili che confluiranno in uno dei dischi più importanti e significativi degli anni novanta: Clandestino.

Molti anni dopo una ragazza di Barcellona partirà per la Colombia, ripercorrendo nel suo viaggio tutto l’itinerario che tanti anni prima percorse la carovana. Con se porterà diverse copie del libro di Ramon Chao da regalare ai tanti campesinos che avevano assistito ai concerti della Mano Negra. Con sorpresa prenderà atto che tutti ricordavano con gioia quell’esperienza, accettando il libro con rispetto e gratitudine. D’altronde quella era la loro storia, la storia di un treno magico che per un po’ di tempo portò follia e libertà d’espressione nel far west del mondo.

Un musicista dall’alto livello di figaggine: elogio a John Taylor e al suo impeccabile stile

di Federico Traversa

Ieri sera dopo cena, io e mia moglie siamo finiti a cantare a squarciagola Wild Boys dei Duran Duran, una performance a cappella di quasi dieci minuti per la gioia dei nostri figli, Leonardo e Alessandro, che ballavano come matti divertendosi alla grande.

Perché mai è successo? Colpa di Maurizio Becker, capo redattore di Classic Rock Italia, che sul suo profilo facebook ha postato una foto di qualche anno fa dei Duran Duran in barca a Venezia.

Cristo, John è sempre un figo, ho detto io.

Io preferivo di gran lunga Le Bon, ha replicato mia moglie che – come avrete certamente intuito vedendo chi ha sposato – di uomini capisce poco e male.

A quel punto mi sono inalberato: stavamo parlando del bassista dei Duran Duran, indiscutibilmente il musicista più bello, stiloso e cool degli anni Ottanta e probabilmente anche dopo, almeno fino all’arrivo di Chris Cornell.

Non ho detto il più bravo, quindi non scaldatevi.

Sì lo so, allora le ragazze scrivevano libri su come riuscire a sposare Simon Le Bon, si strappavano i capelli per George Michael e Nick Kamen, per non parlare degli sbalzi ormonali nel vedere l’immenso Nikki Sixx a torso nudo suonare il suo basso opuure Bret Michaels dei Poison intonare quella specie di metal appiccicoso come un big bubble. Per non parlare di Morten Harket degli Ha-ha, che sussurrava di “prenderlo” nella celebre Take on Me, e non dimentichiamo gli occhi languidi e i riccioli biondi di Joey Tempest degli Europe. Tutto vero, niente da dire. Ma figo tout court come John Taylor non lo è mai stato nessuno. Lui, i suoi capelli scalati col ciuffo, lo spolverino aperto, la camicia sbottonata, lo sguardo torvo, il basso imbracciato con assoluta naturalezza.

Lo amavamo anche noi maschi etero, perché da uno come John c’era solo da imparare. Per come vestiva, per come camminava, per le donne bellissime a cui si accompagnava, a partire dalla super top model Renee Simonsen fino alla biondissima Patsy Kensit, senza considerare la lunga serie di altre bellissime fanciulle.

Musicalmente, per quanto i Duran Duran non fossero esattamente dei fulmini di guerra – seppure il tempo li abbia poi parzialmente rivalutati – lui se la cavava più che bene. Assai ispirato da un punto di vista compositivo, oltre agli album con i DD e i Power Station, restano una manciata di dischi solisti, di cui alcuni davvero pregevoli, a testimoniarlo.

John è sempre stato una sicurezza anche sul palco, e se non ci credete andate a sentire come pestava “live” quando militava nei Neurotic Outsiders, il super gruppo targato anni Novanta messo su con Duff McKagan, Matt Sorum e Steve Jones.

Infine, sorpresa delle sorprese, bravo persino con la penna. Il suo libro – In ThePleasure Groove – non sarà la miglior autobiografia del mondo per quel che riguarda i contenuti ma è certamente notevole per lo stile con cui è stata scritta, e pare che il nostro ci abbia messo molto del suo.

Super cool anche quando, qualche mese fa, ha annunciato via social di aver sconfitto il Covid, consigliando a tutti di non prendere il virus sottogamba e fare attenzione.

Oggi, quel ragazzo nato a Birmingham il 20 giugno del 1960, ha superato la boa dei sessant’anni, da tempo vive in California con la moglie di lunga data, la stilista Vela Nash, è tornato da qualche anno con i Duran Duran e se la gode alla grandissima. L’ultimo disco della band – Paper Gods uscito nel 2015 – è stato un successo quasi inatteso, con show sold out in tutto il mondo.

Inutile aggiungere che Mr Taylor è sempre un gran figo, come al solito.

Questo, più o meno, stavo spiegando a mia moglie ieri sera ma lei mi ha fatto la linguaccia.

Se vuoi vedere uno davvero insuperabile vatti a cercare le foto d’epoca del cantante dei Bauhaus, non c’è paragone.

A quel punto – fermo restando il mio assoluto rispetto nei confronti di Peter Murphy – ho aperto la finestra per far uscire la castroneria vomitata dalla splendida donna che mi ha reso due volte padre e, come posseduto dallo spirito vendicativo del Telegattone, ho intonato Wild Boys, prima sottovoce e poi a squarciagola, con tutto il fiato che avevo in corpo.

Preso in contropiede dalla raffinata bellezza del mio groove, lei mi è venuta dietro.

E a ruota i bambini. Mancava solo Maurizio Seimandi ad annunciare Superclassifica Show e si era tornati all’anno di grazia 1984.

E niente, amici, in questo difficilissimo e assai bastardo 2020, nella mia disfunzionale famiglia succede anche questo.

Flavio Gaggero – La Grande Anima di questa città

di Federico Traversa

C’è un personaggio nella tradizione zen che si chiama Hotei ed è una specie di grasso Babbo Natale senza la barba. Lo avrete visto sicuramente nelle tante statuette che lo raffigurano, molti credono erroneamente sia il Buddha.

Pelato, sempre sorridente, ha un rosario al collo e un borsa a tracolla che non si svuota mai, con cui nutre i poveri e i bisognosi.

Pare che la sua figura derivi da un monaco Chan di grande bontà, di nome Qìcǐ ma conosciuto come Maitreya, che visse intorno al 500 d.C. sotto la dinastia Liang.

Altre fonti lo pongono invece in India; il suo nome era Angida, un abile cacciatore di serpenti dal cuore d’oro: dopo averli catturati toglieva loro il veleno per evitare che mordessero i passanti e poi li liberava.

Sia quel che sia, oggi Hotei è una figura leggendaria e rappresenta prosperità, generosità e amore.

Nella tradizione zen si dice che possa cavar fuori dalla sua borsa tutto quello che serve per aiutare le persone che incontra.

Sei un assettato? Lui ti sorride e tira fuori una bottiglia d’acqua.

Sei arrabbiato perché ti si è bucata una gomma della macchina? Ecco che dalla borsa esce dello spray per ripararla.

Hotei è quello che nel buddhismo viene definito un bodhisattva, cioè una persona che spinta dalla compassione sceglie di lavorare per l’illuminazione e il bene di tutti gli esseri viventi. Lui è tra noi per servire e non per essere servito.

Flavio Gaggero di mestiere fa il dentista, è un cristiano praticante e di buddhismo credo sappia molto poco, eppure è forse la persona più simile a Hotei che abbia mai incontrato.

Sempre allegro, sorridente, felice, se gli chiedi come va risponde immancabilmente: “Bene, anzi benissimo”, perché la vita per lui è un regalo del buon Dio e il solo fatto di esserci va salutato con gioia, figurarsi poi se si è nati nella parte fortunata del mondo.

In quasi quarant’anni che lo conosco non l’ho mai visto arrabbiato, pensieroso, oppure triste. Persino quando ha avuto problemi di salute importanti il suo bellissimo sorriso non l’ha mai abbandonato.

A 84 anni suonati lavora ancora 12 ore al giorno curando gratuitamente migranti, senzatetto, indigenti, anziani con la pensione sociale, chiunque abbia bisogno insomma. Tutti i poveri cristi in difficoltà che hanno mal di denti ma non possono permettersi l’intervento di qualcuno che glielo faccia passare da lui trovano ristoro.

Ma non pensate a un dentista terzomondista costretto a raffrontarsi solo con pazienti vittime del giogo della brutalità sociale; dal buon vecchio Flavio transitano così tante bocche importanti che i media si sono spesso occupati di lui definendolo, con poca fantasia, “il dentista dei vip”.

Da Renzo Piano a Gino Paoli, passando per Beppe Grillo, Ornella Vanoni e le buone anime di Don Gallo e Paolo Villaggio, quello studio ha visto davvero di tutto.

L’unica differenza fra i pazienti è che se sei ricco e famoso paghi l’otturazione, mentre se sei una persona in difficoltà non solo non paghi il lavoro, ma probabilmente esci dallo studio con il portafoglio un po’ più pesante, merito delle corpose donazioni di questo Hotei col trapano in mano, che se non ci fosse andrebbe inventato.

Ho iniziato a frequentarlo da piccolo, bambino pauroso con i denti storti, per poi ritrovarmelo durante i miei anni di collaborazione con Don Gallo e la Comunità San Benedetto al Porto. Oggi Flavio, a cui da qualche anno sono finalmente riuscito a dare del tu, è l’amico fidato che tende la mano ai “miei migranti”, un gruppo di amici nigeriani in difficoltà che cura gratis appena glielo si chiede, e ai quali a volte riesce persino a trovare qualche lavoretto.

Quando ho saputo della sua candidatura con la Lista Sansa mi ha fatto veramente piacere, Ferruccio non solo è un collega che stimo per le sue inchieste sempre corrosive e interessanti, ma una persona ispirata e seria. E aver offerto questa possibilità a Flavio un gesto che dimostra grande umanità. Perché, parliamoci chiaro, la politica – al netto di competenze, budget, progetti ed idee – ha un disperato bisogno di bontà. Si ho detto bontà. Per far politica davvero efficacemente credo serva avere dentro di sé quel sentimento di empatia che arde come un fuoco sacro, e spinge a perseguire il bene comune. Te ne dovrebbe importare, e tanto, delle persone per fare questo mestiere. Lo ripeto: serve bontà, poi esperienza e infine lungimiranza. Con queste tre caratteristiche quel piccolo indiano che chiamavano Mahatma – che vuol dire grande anima – ha sconfitto gli inglesi senza alzare un dito.

Anche Flavio Gaggero é un mahatma, e spero che la sua elezione possa portare in Regione quella bontà necessaria per sconfiggere tutto l’egoismo, l’indifferenza e l’ignoranza gretta di una politica che per anni se n’è fregata degli altri, e ha pensato solo a far mettere le chiappe al sole agli amici, e agli amici degli amici, condendo il tutto con slogan, propaganda becera e passerelle.

D’altronde, come diceva sempre Don Gallo al suo cardinale, i peccati capitali non sono solo sette ma ne esiste un ottavo, forse il più grave: l’indifferenza.

E Flavio Gaggero, come Don Gallo, Gandhi e il panciuto Hotei, è tutto fuorché indifferente.

Forza, Grande Anima!