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1. Il Mio Amico Arnold, Una Serie Maledetta…

di Federico Traversa

C’è una vecchia canzone di Fabri Fibra dedicata a un personaggio che i suoi giovani fan quasi certamente nemmeno sanno chi sia: Gary Coleman. Il rapper la scrisse probabilmente ispirato dai lavori di Zibe, un writer svizzero che, agli inizi degli anni zero, cominciò a ritrarre la faccia paffuta dell’attore afroamericano sui muri di tante città.

Per quelli che, invece, erano adolescenti nei primi anni ottanta, la storia è completamente diversa e quel nome e quel musetto suscitano ricordi dolci e divertenti. Nelle neonate tv private iniziavano a comparire le prime sit-com americane e quella interpretata dal piccolo Gary Coleman piaceva un po’ a tutti: grandi e piccini.

Si intitolava “Il Mio Amico Arnold” (“Different Strokes” il titolo originale americano) e trattava la vita di Arnold e Willis Jackson, due ragazzini afroamericani di Harlem rimasti orfani e adottati dal signor Philip Drummond, un benestante bianco che li nutriva di affetto e amore.

A interpretare Arnold era l’attore Gary Coleman, una vera forza della natura, con i suoi occhioni grandi, le guanciotte rotonde, le labbra perennemente imbronciate e una simpatia contagiosa.

Willis era invece interpretato da Todd Bridges, perfetto nella parte del fratello maggiore serio e responsabile.

La parte del ricco e amorevole padre adottivo bianco venne invece affidata a Conrad Bain, attore canadese naturalizzato americano con una lunghissima esperienza teatrale e televisiva alle spalle.

A completare il cast fisso della prima stagione c’erano la figlia naturale di Drummond, Kymberly (interpretata dalla bionda quattordicenne Dana Plato) e Edna Garrett, la governante della casa, nelle fattezze della bravissima attrice e cantante statunitense Charlotte Rae.

La serie venne proposta dall’emittente NBC, in un disperato tentativo di recuperare consensi nella fascia preserale, ormai da anni in mano alla ABC e al suo cavallo di punta: Happy Days.

I due ideatori della serie, Jeff Harris e Bernie Kukof, percepirono prima degli altri come l’America fosse pronta a una sit-com interrazziale che per la prima volta incentrasse le sue vicissitudini su una famiglia mista. I due per mesi pensarono e ripensarono a un plot efficace e a un possibile protagonista principale per il telefilm, fin quando Kukof non vide in alcune pubblicità il broncio tenero di Gary Coleman.

La serie aveva trovato il suo protagonista principale.

Gary Coleman

Quando iniziano le riprese di “Il Mio Amico Arnold”, Coleman è un bambino di dieci anni gioioso, ridanciano e particolarmente basso. Meglio così, pensano alla NBC sembrerà ancora più piccolo.

In realtà Gary è un po’ troppo piccolo per la sua età e non perché sia di poco appetito o in ritardo con la crescita. C’è di più, c’è una malattia grave, gravissima, che lo affligge dalla nascita.

Il bambino, figlio di una senzatetto di Chicago, viene adottato poche settimane dopo la nascita da una giovane coppia di colore di Chicago: Edmonia Sue, professione infermiera, e W.G. Coleman, ascensorista.

Poco prima del raggiungimento dei due anni la malattia congenita manifesta i primi disturbi e gli viene diagnosticata come fosse una sentenza: atrofia renale.

Per vivere, il piccolo Gary, dovrà sottoporsi a dialisi per tutta la vita e sperare in un trapianto di reni non appena avrà raggiunto un’età sufficiente a limitare il pericolo di rigetto. Atrofia renale vuol dire pure che lui non crescerà come tutti gli altri bambini ma rimarrà piccolo, molto piccolo. Non più di un metro e quaranta al massimo. Ma di questo, per il momento, la NBC decide di non farne parola con nessuno. E tanto meno i genitori.

Il bambino è una vera forza della natura, una miniera d’oro. L’emittente per interpretare Arnold gli offre sedicimila dollari a puntata! Siamo nel 1978 e quelli sono soldi. Tanti soldi.

W.G. si licenzia subito dal lavoro per seguire direttamente la carriera del figlio e amministrarne il nascente patrimonio. Dopo anni a spaccarsi la schiena su un montacarichi finalmente potrà vivere da signore, come uno importante. E poi il denaro servirà a garantire le migliori cure per Gary, cosa può esserci di sbagliato in questo?

Nonostante in molti all’interno della rete siano scettici sul progetto Different Strokes, l’intuizione del telefilm si rivela vincente e il successo enorme: 25% di share nel preserale e il pubblico incollato davanti alla tv su il canale NBC come non si vedeva da anni. E questo contro il ditone del mitico Fonzie di Happy Days!

Gary Coleman diventa una star indiscussa, l’America lo adotta come il nipotino spassoso della porta accanto e l’attenzione mediatica su di lui diventa febbrile. Interviste, ospitate televisive, articoli sui giornali, film a low budget per il nascente mercato home video, e il lavoro in studio sei giorni su sette.

Il cachet velocemente sale ma l’entusiasmo e la felicità, altrettanto velocemente, scemano.

Gary è pur sempre un bambino di dieci anni che avrebbe voglia di giocare, ridere e trascorrere il tempo libero con i coetanei. Ma questo non gli è concesso: quando sei una star che incolla al televisore milioni di americani il giro di soldi attorno al tuo nome tocca picchi vertiginosi. E chi si ferma è perduto, non è questa la regola del capitalismo selvaggio su cui beatamente si specchia l’America reganiana? Crescita, crescita, crescita. Per aumentare l’introito, per fare più soldi, per fiaccare e uccidere la concorrenza finché ne hai la possibilità. Non importa se sei solo un bambino.

Ma Gary non è un bambino normale, ricordate? È malato, molto malato. Si stanca più velocemente degli altri, ha le difese immunitarie più basse del normale e si ammala di niente.

Alla terza stagione appare già spossato, si becca una polmonite dietro l’altra, vomita in continuazione e i medici dicono che il trapianto ora è necessario.

I genitori chiedono di limitare le apparizioni del giovane attore ma l’emittente ribatte che Gary non può fermarsi in questo momento, sarebbe una follia. Per convincere W.G. ed Edmonia il compenso dell’attore passa a 350 mila dollari a episodio!

Nonostante la logica consiglierebbe di dare un taglio alle mille attività in cui è coinvolto e concedergli un lungo periodo di riposo per rilassarsi e ricevere le migliori cure mediche, i genitori accettano l’offerta.

Ancora una volta i soldi sembrano valere più della logica.

Si va avanti, la serie va avanti, anche se Gary sta male ed è profondamente infelice.

All’inizio della sesta stagione l’attore ha ormai quindici anni e la sua prospettiva è cambiata. Sta crescendo, ha superato la pubertà e, come tutti a quell’età, non si sente più un bambino ma un adolescente lanciato verso l’età adulta. Vorrebbe cambiare il suo personaggio, farlo raffrontare con tematiche più in linea con la sua età, senza terminare ogni episodio in braccio a Conrad Bain con il viso imbronciato e il solito tormentone che lo ha reo famoso: “Che diavolo stai dicendo, Willis?” (“ What’chu talkin’ ‘bout, Willis?” nell’originale americano).

Ragioni legittime a quindici anni compiuti. Peccato che in televisione non importa essere veri, conta decisamente di più essere verosimili. E Gary verosimilmente dimostra a malapena dieci anni, e così viene proposto al pubblico.

La frustrazione aumenta. E pure i problemi di salute.

Durante la settima stagione l’attore si sente male sul set e viene ricoverato d’urgenza e sottoposto a un lungo ciclo di dialisi.

I dottori gli prescrivono un lungo periodo di riposo. Gary vorrebbe lasciare la serie e tornare a casa ma il padre si oppone strenuamente all’idea. Gli dice che deve sacrificarsi per la famiglia, stringere i denti e non voltare le spalle alla fortuna. Fa leva sul senso di responsabilità del figlio ammalato e alla fine ottiene che Gary torni a recitare la parte di Arnold.

Nel frattempo viene trovato un rene compatibile e l’attore è sottoposto a trapianto. Sembra la fine di un brutto sogno, invece è soltanto l’inizio soft di incubo. Il trapianto non funziona, Gary rigetta il rene e torna a star male come e più di prima.

E intanto le riprese vanno avanti.

Il pubblico, si sa, è per sua natura capriccioso e alla lunga si stufa di tutto. Soprattutto delle cose che rimangono sempre troppo uguali a se stesse. Come “Different Strokes”. Già da un paio di stagioni la frizzante verve delle serie poco alla volta si è annacquata e il telefilm è diventato ripetitivo.

Gli ascolti calano, calano parecchio, tanto che, nella primavera del 1985, la NBC cancella il telefilm dai propri palinsesti al termine della settima stagione.

Tuttavia, la serie fa ancora gola, così come il nome di Gary Coleman, e l’emittente rivale ABC decide di produrre un’ottava stagione di “Different Strokes” da mandare in onda il venerdì sera.

Coleman non vorrebbe prendervi parte, l’insuccesso del trapianto e la conseguente crisi di rigetto ne hanno fiaccato lo spirito e il corpo. E poi non ne può più di interpretare la parte di Arnold Jackson, il bambino nero che non cresce e rimane sempre uguale a se stesso.

Litiga con i co-protagonisti della serie, urla che vuole tornare a casa, sbraita al mondo che non ne può più, soffre e piange ma, alla fine, è ancora costretto a piegarsi: interpreterà ancora Arnold nell’ottava stagione prodotta e trasmessa dalla ABC.

La serie però è ormai spremuta e, nonostante il cambio di palinsesto, gli ascolti continuano a scendere.

Così, dopo 19 episodi, il 30 agosto del 1986, cala il sipario su uno dei telefilm maggiormente seguiti degli anni ottanta.

I signori Coleman, gli attori, il regista e i produttori ne sono distrutti, l’unico a gioire di quello stop come fosse la fine di un brutto sogno è Gary, che accoglie la notizia a braccia alzate, correndo felice per gli studio come se avesse segnato un gol.

Finito il personaggio di Arnold, auspica per lui un po’ di tranquillità, una vita serena, nuovi progetti artistici su cui lavorare, l’inizio di una nuova vita e di una nuova carriera. Purtroppo, il giovane uomo che non cresce, ancora non sa che quando la macchina del music biz ti trita, è molto difficile rimettere assieme i tuoi pezzi.

In pochi mesi la difficile storia personale di Gary Coleman assumerà le fattezze di una tragedia greca.

La prima batosta è di natura professionale. Gary era convinto che, non appena smesso il personaggio di Arnold, le offerte sarebbero fioccate come neve e che lui avrebbe trascorso le giornate a scegliere fra vari copioni con allegati assegni a tanti zeri.

Ma nulla di questo accade. A Coleman è successa la cosa più terribile che possa capitare ad un attore: rimanere intrappolato nella sua parte più famosa.

Per i produttori, per i registi e per i media stessi, la sua figura è indissolubilmente legata ad Arnold e, per quanto barbaro possa sembrare, la carriera professionale di Gary muore insieme al suo personaggio nel telefilm.

Nei quattro anni successivi alla fine della serie, al di là di qualche cameo o ospitata in qualche altro telefilm, Coleman di fatto non lavora. Il conto in banca si assottiglia e in breve tempo il giovane miliardario si ritrova a secco. Sembra impossibile che abbia speso così tanto, eppure i conti non mentono. O forse sì, perché quando l’attore ormai maggiorenne mette il naso nel suo patrimonio in caduta libera, scopre che a fregarlo sono state le ultime persone da cui se lo sarebbe aspettato: i suoi genitori. Il padre, in particolare, si eroga un doppio stipendio faraonico ogni mese, sia come presidente della società che fa capo all’attore che come manager dell’attore stesso. E pure la madre non disdegna un ricco compenso più annessa percentuale. Alla fine, fra famigliari, manager e collaboratori, risulta che è proprio Gary quello a pagare più tasse allo stato ma a guadagnare meno di tutti.

Il giovane si sente tradito. Schiuma di rabbia e delusione. Licenzia il padre e, nel 1989, lo porta in tribunale, chiedendo circa quattro milioni di dollari di risarcimento. Ne otterrà circa un terzo al termine della disputa legale, cinque anni dopo.

Nel frattempo deve tirare la cinghia, sperare in qualche nuovo ingaggio e sopravvivere. Cosa non facile se sei costretto settimanalmente alla dialisi in un paese dove fino a pochi anni fa non esisteva alcuna assistenza sanitaria. Coleman è costretto ad accettare quasi qualsiasi proposta. Lavora come d.j. in una piccola radio di Denver, partecipa ad altri cameo, ma di proposte concrete non ne arrivano e le spese mediche continuano ad aumentare.

Il giovane paffutello che solo pochi anni prima commuoveva e divertiva l’America sta morendo di fame e ha i reni malati ma a nessuno sembra fregare qualcosa.

In un’intervista concessa a una televisione americana nel 1993 confessa di aver tentano il suicidio per ben due volte. La notizia incuriosisce tutti ma non impietosisce nessuno, visto che a Coleman nuove offerte di lavoro non ne arrivano.

Per qualche anno si perdono le sue tracce, la televisione cambia e gli eroi delle sit com anni ottanta finiscono nel dimenticatoio.

Poi, un servizio andato in onda sui tg americani nel 1998, torna a parlare di Gary, mostrando l’ex interprete di Arnold in divisa da guardia giurata presso un grande magazzino. È questo il suo lavoro ora, ed è pure accusato di aver malmenato una donna che avendolo riconosciuto l’ha schernito per la brutta fine che ha fatto.

Seguono anni duri, durissimi. Gary si trasferisce a Santaquin, una piccola cittadina a sud di Sout Lake City, nello Utah. Qui, lentamente, prova a rimettere in sesto la propria vita e la propria carriera. Tante ospitate in programmi nostalgici, sullo stile del nostro Matricole e Meteore, partecipazioni a video musicali (N’Sync, Kid, Rock, Moby e John Cena) e ruoli secondari in b-movie e telefilm.

Nel 2006, sul set della commedia Church Ball – dove interpreta la parte di un giocatore di una scapestrata squadra di basket – incontra la ventiduenne Shannon Price. I due si sposano pochi mesi dopo essersi conosciuti.

Che Coleman abbia finalmente trovato un po’ di serenità? Macché. Nemmeno un anno dopo la coppia si separa, non prima di essere apparsi alla trasmissione Divorce Court, un orribile format americano a cui partecipano coppie che hanno deciso di divorziare per cercare di salvare in diretta televisiva il matrimonio.

Il divorzio ufficiale Coleman e la Price viene sancito nell’agosto del 2008, tuttavia Shannon continua a vivere a casa di Gary nonostante non ne sia più la moglie.

L’attore va avanti con la propria vita ma è sempre più difficile. Si sente frustato, derubato di qualcosa e pieno di rabbia. Si sono presi la sua adolescenza e in cambio gli hanno dato una tragica età adulta, infelice, umiliante e piena di frustrazioni. E allora spesso si lascia andare a vere e proprie esplosioni di rabbia che, immancabilmente, finiscono sui giornali. Come quando, dopo una lite in un parcheggio con un fotografo che lo immortala senza permesso, sale sulla sua auto e lo investe. Nonostante il fotografo riporti soltanto delle escoriazioni superficiali, la notizia fa il giro degli Stati Uniti

Passa qualche mese e ci risiamo: Gary è di nuovo sui giornali. Stavolta per una furiosa lite con l’ex moglie Shannon, che sfocia in un vero e proprio scontro fisico tra i due con tanto di intervento della polizia. Questa volta però l’attore è parte lesa e l’accusa di violenza domestica è a carico dell’ex moglie.

L’anno dopo la scena si ripete ma a parti ribaltate: è Gary ad essere accusato di violenza domestica su Shannon

Siamo ai titoli di coda.

Da tempo la salute dell’attore sta peggiorando. Nel 2009 si è sottoposto a un intervento chirurgico al cuore e durante la riabilitazione post operatoria si è ammalato gravemente di polmonite. L’anno successivo altri due ricoveri per alcuni improvvisi attacchi epilettici, l’ultimo dei quali sul set di Insider, un programma televisivo a cui sta partecipando.

L’agonia per lo sfortunato attore termina qualche mese più tardi – precisamente il 26 maggio del 2010 – quando viene ricoverato d’urgenza all’Utah Valley Regional Medical Center in condizioni critiche.

Secondo quanto riportato da Shannon, l’attore sarebbe caduto dalle scale a seguito forse di un nuovo attacco epilettico e avrebbe battuto violentemente la testa.

L’emorragia è irreversibile e, il giorno dopo, viene dichiarata la morte cerebrale, a seguito della quale si interrompe il mantenimento forzato in vita. E già qui si apre un caso: secondo l’avvocato dell’attore, Randy Kester, non è chiaro chi abbia dato l’autorizzazione a spegnere le macchine che tenevano artificialmente in vita Coleman. Probabilmente la moglie, anche se ora sorge il dubbio che la donna non ne avesse facoltà, visto che i due erano divorziati.

La Price, comunque, riesce a guadagnare anche su questa triste dipartita, vendendo ai tabloid le foto dell’attore in coma, sdraiato nel letto d’ospedale e completamente intubato.

Un atto triste, tristissimo, l’ultimo dispetto a Gary Coleman, un piccolo uomo malato sul cui corpo, in periodi diversi della vita, a turno hanno pasteggiato con morsi avidi le persone che dovevano averne più a cuore la salute: i genitori e la moglie.

Un attore a cui doveva molto anche la rete NBC, che sul finire degli anni settanta venne salvato da una gravissima crisi d’ascolti dalla guance paffute e dai labbroni imbronciati di un bambino di nemmeno dieci anni malato ai reni.

Un bambino a cui non è stato concesso di diventare uomo, morto a poco più di 42 anni praticamente solo, malato e al verde.

Se questa non è una storia di scandaloso abuso su un minore, non so quale lo sia.

Delle tristi vicende della povera Kimberly (Dana Plato) e di Willis (Todd Bridges) vi parlerò un’altra volta e no, non sarà un bel viaggio. D’altronde, come recita il titolo, questa è una serie maledetta.

Rockin’ in a free world – L’arte di NON lasciarsi condizionare, nella musica come nella vita

(di Federico Traversa)

Ci mandano a scuola e ci riempiono la testa di regole. Regole di comportamento, di etica, di approccio alla vita. Man mano che cresciamo sembra che la nostra vita sia scandita da tante piccole tappe in attesa del gran premio finale. Peccato che non ci sia nessun premio a fine corsa, anzi. Oggi il let motiv è più o meno questo: studia almeno fino alla laurea però divertiti. E non ti istruire troppo perché conoscere tante cose serve solo per ottenere un pezzo di carta che ti faccia trovare il lavoro che ti paga di più facendo meno. Fai esperienze ma non troppo approfondite sennò rischi di distrarti. Un po’ viaggia perché vedere il mondo è importante ma poi trovati un posto il più possibile fisso. Schiaccia tutto e tutti per conquistarti una posizione di prestigio, intanto in giro c’è pieno di stronzi. Quando sei sistemato accasati e fai dei figli ma senza fretta, la posizione deve venire prima; e poco importa se i tuoi bambini avranno genitori che sembreranno giovani nonni. Continua a lavorare come un pazzo e a schiacciare tutto e tutti perché il fatto di avere una famiglia giustifica ancora di più il tuo essere una merda. Gioca a calcetto oppure vai in palestra sennò ti stressi troppo e il fisico a una certa età ha bisogno di muoversi. Siccome sport e hobby non bastano, bevi, scassati di cibo spazzatura, prendi psicofarmaci così il sintomo sparisce, però ricorda di non indagare sul motivo di quell’ansia, altrimenti rischieresti di dover pensare in autonomia e affrontare verità capaci di mettere in discussione ogni scelta che hai fatto e la società in cui vivi. Ogni volta che con la famiglia o con gli amici ti capita qualcosa di vagamente carino o interessante fotografala e mettila in rete, in modo da non sentirti diverso da tutti i tuoi contatti che sembrano non avere una preoccupazione al mondo, vivere una vita meravigliosa e vedere un sacco di cose interessanti. E poi trovati un hobby strano, tipo sputo del nocciolo di pesca, anche quello da condividere sui social. Diventa un mago di nuove tecnologie per non sentirti vecchio. Guarda con superiorità i derelitti del mondo ripetendoti ossessivamente che tu sei diverso, hai una marcia in più e a te non capiterà. Nelle giornate in cui ti senti più figo del solito scrivi alle vecchie compagne di scuola rintracciate su facebook, oggi madri separate di mezz’età, cercando di sedurle e sentirti così quel gran sciupafemmine che eri in passato. Evita quanti più tumori e infarti possibile. Non pensare mai alla pensione perché intanto non ti spetta e poi la società ha fatto in modo di farti credere che in pensione vanno solo i super vecchi e tu non lo sei né ambisci a diventarlo.

Ah, e ricorda di non farti troppe domande sulla vita e il suo senso: potresti realizzare di essere stato per settant’anni su un rullo costruito da altri, senza possibilità di muoverti, e di essere arrivato a fine corsa. E lo so, lo so… è agghiacciante.

Per questo credo dovrebbe essere insindacabile diritto di tutti scegliere in libertà il proprio percorso, seguendo sogni, ambizioni e turbamenti personali. Andandosi magari a cercare sentieri poco battuti per conquistare nuovi modi di attraversare questo strano gioco chiamato vita. Peccato che il sistema di paure e condizionamenti conosciuto col nome di società (e anche religione) non lo permetta e isoli, sputtani e tiranneggi chiunque tenti vie di diverse. Oppure faccia di peggio, inglobando e appiattendo le voci dissonanti fino a renderle parte dello status quo.

Il rock, nel suo piccolo, è stato un esempio di questo modus operandi. Nato da un giovanile desiderio di cambiamento e voglioso di rompere le catene della buona borghesia è presto divampato diventando qualcosa di grande, capace di spingere i ragazzi a mettere in dubbio l’ordine costituito e a tentare scelte diverse. Pensate alla forza delle canzoni di protesta del primo Bob Dylan, della bella Joan Baez e di tanti altri musicisti impegnati. Oppure ai mega concerti, da Woodstock all’Isola di Wight, che portarono folle oceaniche di ragazzi a ballare mezzi nudi sotto le stelle all’urlo di peace and love. Giusto o sbagliato che fosse, il rock degli inizi ambiva a un cambiamento, un nuovo modo di vedere le cose.

Il sistema l’ha capito quasi subito, ha realizzato che non poteva reprimerlo e concluso che fosse molto meglio comprarselo e controllarlo. E l’ha fatto. Ha anabolizzato il rock con drogaggi vari e denaro sonante, si è comprato gli artisti e incanalato il movimento verso il puro business e il semplice intrattenimento. E ciao ciao rivoluzione.

Ma non voglio concentrarmi su questo, sarebbe inutile, quanto sull’orgoglio di fare scelte diverse, controcorrente e nuove. Sui pionieri e le eccezioni, quelli che con coraggio hanno aperto nuovi sentieri per attraversare la montagna. E il nostro mondo di esempi così ne è pieno.

Dove sarebbe il nostro amato rock n’roll se un ragazzo nero un po’ incazzoso di nome Chuck Barry non avesse deciso di mescolare il blues del Mississippi con una specie di country velocizzato? Per poi portare sul palco questo nuovo suono con performance adrenaliniche per l’epoca, fra assoli di chitarra elettrici e duck walk indiavolate?

Quante possibilità di affermarsi aveva un certo Elvis Presley quando decise di suonare la propria musica ancheggiando come un nero in un mondo dominato dai bianchi? E invece prima fece scalpore, poi si urlò allo scandalo e infine arrivò il successo. E niente nella musica fu più come prima.

Quale percentuale di successo avreste dato a un gruppo giamaicano che suonava musica in levare – e inneggiava a un re africano ritenendolo Gesù Cristo nella sua seconda venuta – di sfondare fra il pubblico rock dei bianchi della seconda metà degli anni settanta? Eppure Chris Blackwell, capoccia della Island, decise che quel Bob Marley con i suoi Wailers meritasse una possibilità. E a chi gli diceva che la musica caraibica era un suono da compilation e che nessuno avrebbe preso sul serio i Wailers, lui scrollava le spalle e rispondeva: “Li promuoveremo in modo nuovo, percorrendo strade che nessuno ha mai percorso”. Ed ebbe dannatamente ragione lui.

Negli anni novanta i rapper bianchi, dopo il flop di Vanilla Ice, non venivano presi sul serio da nessuno e se provavi a fare hip hop il minimo che potevi aspettarti era una bottigliata in testa. Quante possibilità aveva di farcela, essere accettato veramente dalla scena e ottenere un contratto discografico un ragazzino smunto dagli occhi azzurri, già padre di una bimba e che viveva in una scalcinata roulotte nei sobborghi di Detroit? Nessuna, vero? E invece Marshall Matters in arte Eminem ha fatto di più, non solo ottenendo un contratto milionario e il rispetto della scena ma diventando pure uno dei rapper più famosi e venduti di tutti i tempi, con uno stile suo e un modo di promuoversi completamente nuovo, lontano anni luce dai sentieri battuti in precedenza.

E avreste scommesso un penny che una ragazza ebrea dell’east side di Londra, piena di tatuaggi, con i capelli pettinati da black diva anni sessanta e un attrazione irresistibile verso gli eccessi, sarebbe diventata la nuova regina del soul-jazz? Eppure Amy Winehouse nella sua breve vita lo fece, percorrendo la propria scalata al successo in modo totalmente personale.

Potrei citare centinaia di esempi per spiegare un solo e semplice concetto: non dobbiamo prendere per buono quello che fanno gli altri ma cercare prima di capire se va bene per noi, e se non lo sentiamo aderire alla nostra pelle non dobbiamo avere paura di osare e tentare qualcosa di diverso, che pochi o nessuno ha sperimentato prima. E questo vale in tutti i campi. È così che il genere umano compie i suoi balzi evolutivi, grazie a i pionieri, a quelli che le cose provano a farle a modo loro.

Pensiamo diversamente, non anchilosiamo la nostra mente. Recenti studi neurologici affermano che la fisiologia del cervello cambia, migliora e si rinnova quando ci mettiamo a fare o a pensare di fare cose completamente nuove. Nascono nuove sinapsi, collegamenti e la nostra creatività si impenna.

Guai ad accettare quello che ci viene raccontato senza prima capirlo.

L’unica cosa che dobbiamo alla vita è viverla nel modo più aderente possibile a quello che siamo. E per tutto il resto… pump up the volume!

L’incredibile storia di Falco, il Mozart del pop che visse a 1000 all’ora

di Federico Traversa

La sua Der Kommissar è stata forse la prima canzone che ho canticchiato con talmente tanta insistenza da beccarmi una nota in classe. Il problema è che non riuscivo a smettere, quel “po po po” mi frullava a random nella testa e il tipo con gli occhiali scuri che cantava quel brano era troppo curioso e affascinante agli occhi del ragazzino di seconda elementare che ero.

Lui si chiamava Falco, ed effettivamente era parecchio diverso dagli altri. Intanto non era inglese o americano, come la maggior parte dei musicisti che affollavano le classifiche. Veniva dall’Austria, patria di grandi compositori classici ma non certo di popstar. Vestiva elegante, ispirandosi smaccatamente al Bowie della trilogia berlinese, con i capelli scuri impomatati, gli immancabili occhiali da sole e le barre in tedesco quando nessuno in Europa sapeva cosa fosse il rap.

Un tipo davvero singolare, che seppe catturarmi completamente, come sapevano fare i tipi più incredibili, quelli che quando passavano in tv non potevi fare a meno di guardare, come il Michael Jackson che ballava indemoniato in Thriller, i dreadlocks di Marley che ondeggiavano sul prato di San Siro o i Righeira e le loro giacché colorate che cantavano di andare alla spiaggia mentre scoppiava la bomba atomica.

Cristo se erano strani gli anni Ottanta.

Falco mi stregò già dal nome, figo come pochi. In realtà si chiamava Johann Hans Hölzel e si era ribattezzato Falco dopo essersi trasferito nella zona ovest di Berlino a vent’anni per cercare di sfondare con la musica. Nella città tedesca rimase stregato dalle gesta del celebre saltatore con gli sci Falko Weibflog, così sostituì la K con la C e decise che quello sarebbe stato il suo nome d’arte. Da quel giorno pretese di essere chiamato così da tutti, pure da sua madre, che si ostinava a chiamarlo ancora col nomignolo di Hansi, con suo grande disappunto.

Chiariamolo subito, questo ragazzone dai capelli scuri e lo sguardo penetrante non era un tipo semplice. Parliamo di un soggetto bizzarro, estroso e molto egocentrico, una vera “diva” che poteva fermarsi a teorizzare per ore sul modello di mocassini di coccodrillo visti indosso a un collega oppure parlare di sé in terza persona, ma parliamo anche di un musicista dotato, simpatico, generoso e divertente. Il Falco che ti trovavi davanti, probabilmente, dipendeva tanto da come si svegliava quanto da cosa aveva fatto la sera prima.

Musicalmente era molto preparato, nella casa in cui crebbe c’era un pianoforte e lui cominciò a suonarlo da piccolissimo. Per un periodo frequentò anche il conservatorio, anche se ben presto preferì il basso al piano, che imparò a suonare durante il servizio militare.

Nel 1977, a vent’anni, dopo qualche lavoretto saltuario, Hansi salutò la famiglia e si trasferì come detto a Berlino. Di lavorare manco a parlarne, lui accettava una sola possibilità nella vita: essere una star, come David Bowie, uno dei suoi più grandi idoli.

Nella città tedesca le sue notti erano lunghe e le giornate assai brevi.

All’epoca girava anche un’altra teoria sul perché avesse deciso di farsi chiamare Falco, sapete? E in questa storia si parlava di notti fumose, locali fatiscenti, drogaggi vari e un amico italiano distrutto dall’eroina che al termine dell’ennesima notte di devasto si girò verso il nostro, ancora in piedi e in discreta forma, e gli disse: “Tu te la caverai sempre, tu voli alto, sei come un falco“.

Rientrato a Vienna, Hansi – pardon, Falco – militò per un paio d’anni in uno strambo gruppo d’avanguardia, gli Hallucination Company, con cui ottenne un discreto seguito locale.

Secondo l’amico e compagno di band Wickerl Adam: “Falco era sesso, droga e rock n’roll in abiti Versace”.

Con un altra band, dall’attitudine più rock e politica, gli Drandiwaberl, in cui suonava il basso e all’occorrenza cantava, Falco incassò il suo primo successo come solista; compose infatti il brano Ganz Wien (Tutta Vienna), che era solito eseguire come riempitivo da solo ai live durante le pause del gruppo. La canzone parlava, con il consueto humour tipico di Falco, di come tutti nella capitale austriaca si facessero di coca e, manco a dirlo, venne boicottata dalle radio austriache. Eppure servì a fargli ottenere un contratto per tre dischi solisti con la Gig.

Ad affiancarlo, l’etichetta gli mise un produttore che aveva già macinato alcune hit. Si chiamava Robert Ponger e passò subito a Falco una strumentale strana, che occhieggiava alla dance ma anche a un suono più martellante, diverso, quasi black per non dire funk, una base sulla quale era difficile cantare. E infatti il cantautore austriaco Reinhold Bilgeri, per cui la base originariamente era stata pensata, la scartò schifato.

Falco all’inizio era dubbioso, per lui il singolo da registrare subito doveva essere Heiden von Heute, che gli era stata ispirata da Heroes dell’amato Bowie.

Tenne comunque la canzone con sé qualche giorno poi, prendendo spunto dal commissario Kottam, una celebre serie TV poliziesca austriaca in cui aveva recitato in un episodio, buttò giù il testo.

Se era impossibile cantare su quei ritmi lui decise, anticipando i tempi, di rapparci sopra, lasciando il cantato solo nel ritornello.

Der Kommissar venne terminata in pochi giorni diventando un successo clamoroso. In Austria, Francia, Germania, Italia, Spagna e via via in tutta Europa. Complice la spinta di Afrika Bambaata, che la suona nei club neri della Grande Mela, la canzone entrò in classifica persino in America, raggiungendo il settantaduesimo posto, una cosa inaudita per un brano cantato in tedesco. Era successo soltanto una volta, nel 1975 con Autobhan dei Kraftwerk.

Trascinato dal singolo delle meraviglie, anche l’album di debutto –Einzelhaftsvettò nelle chart, vendendo oltre sette milioni copie.

A quel punto Falco era ormai una star. Ma quel successo pretese dazio, un dazio pesante. Hansi, già egocentrico e incasinato di suo, si trovò spiazzato dall’improvvisa fama e la gestì nel peggiore dei modi possibili. Droghe, alcool, psicofarmaci, relazioni di una notte, follia.

Preda di deliri di onnipotenza, paranoia ma anche di un’integrità artistica che naturalmente lo portava ad alzare sempre l’asticella, realizzò il suo secondo attesissimo disco fregandosene di cercare un singolo potente come Der Kommissar. Inoltre scelse di continuare a cantare in tedesco nonostante tutti gli suggerissero di provare con l’inglese, in modo da sfondare anche in quel mercato, e lo fece assemblando una serie di brani dai testi complessi e ben poco accondiscendenti nei confronti delle radio. Se a questo aggiungiamo un atteggiamento distaccato e supponente durante le interviste, ecco servito il cocktail per il suicidio commerciale.

E difatti Junge Roemer, secondo disco d’inediti di Falco, si rivelò un flop clamoroso, che portò addirittura all’annullamento delle date del tour promozionale. Non solo per le scarse vendite ma per le pessime condizioni di Falco, perennemente fatto, ubriaco o entrambe le cose.

Distrutto dall’insuccesso, il musicista decise di staccare la spina, trascorrendo una lunga vacanza in Thailandia con gli amici più cari, nel tentativo di ritrovare un poco di equilibrio e pace interiore, a cui seguì un periodo lontano dalle scene.

Quando, dopo qualche anno, fu pronto a tornare, il manager Horst Bork gli presentò i fratelli Bolland, due produttori olandesi che avevano ottenuto un paio di clamorose hit e collaborato con Samanta Fox e Amy Stewart. Il mondo li avrebbe ricordati per In The Army Now che qualche anno dopo gli Status Quo portarono al successo.

L’incontrò partì male, perché la prima canzone che i due sottoposero a Falco fu un delirante pezzo sul suo più celebre concittadino: il compositore Wofang Amadeus Mozart.

Manco morto” rispose lui “è come se a voi chiedessero di realizzare una canzone sugli zoccoli e i mulini a vento perché siete olandesi” fu la piccata risposta di Falco.

Eppure l’idea che un moderno rivoluzionario del pop viennese raccontasse il geniale concittadino che rivoluzionò la musica classica non era niente male. In più il film biografico su Amadeus di Milos Forman, uscito solo un anno prima, con una regia moderna, quasi pop, aveva ottenuto un successo clamoroso, facendo incetta di premi e statuette.

E così alla fine Falco cedette e all’interno del disco con cui si stava giocando tutto – l’impareggiabile Falco 3, quello che contiene la scabrosa e bellissima Jeanny, Vienna Calling e Munich Girls, stramba rivisitazione di un pezzo dei Cars – accettò di inserire anche quello strano brano, che nel frattempo aveva mutato il suo titolo in Rock Me Amadeus, che la casa discografica scelse come primo singolo.

E ciao. Primo in classifica, ovunque, pure in America, con un remix del brano ironicamente chiamato Rock Me Amadeus – The Salieri Version, che superò Kiss di Prince. Ma ve lo ricordate il video? Con Falco vestito da Mozart e i motociclisti barbuti a creare quell’incredibile dicotomia con l’ambientazione settecentesca.

Falco 3 spopolò ovunque e Hansi finì addirittura ad aprire il festival nazionale di musica classica di Vienna davanti a oltre sessantamila persone. Impensabile per un cantante pop, ma non per Falco, che al momento era l’artista austriaco più venduto e apprezzato al mondo.

Un successo di gran lunga superiore a quello già fragoroso ottenuto ai tempi di Der Kommissar, di quelli in cui sali così tanto in alto che poi puoi solo scendere.

E infatti da lì in aventi la carriera di Falco non toccò più certe vette, nemmeno lontanamente, e anche la sua vita privata finì per incasinarsi sempre di più. Certe hit spesso segnano negativamente una carriera, proprio perché sono irripetibili.

I suoi successivi quattro dischi, registrati fra il 1986 e il 1992, vendettero bene solo nella sua Austria, dove ormai era una sorta di divinità, ma andarono male nelle altre parti del mondo e Falco ne soffrì tantissimo.

Tra un insuccesso, una pista di cocaina e una bottiglia di champagne, trovò conforto fra le braccia di Isabella Viktovic, biondissima ex miss Stiria che incontrò una sera in un bar di Graz, perdendo definitivamente la testa.

Era il mio tipo ideale: alta, bionda e con la tubercolosi” la descrisse Falco col suo immancabile sarcasmo.

Dalla Viktovic, che sposò nel 1988, ebbe l’amata figlia Katharina Bianca, da cui prese la forza per tentare di smetterla con alcool e droga. Ma durò poco. Ben presto la storia con Isabella naufragò malamente, i due si separarono e dopo qualche anno Falco scoprì, con grande tristezza, che la piccola, che ormai aveva sette anni, non era figlia sua.

Deluso, triste, indurito dalla vita, Falco lasciò l’Europa e si trasferì a Santo Domingo, cercando al caldo dei Caraibi un po’ di quella serenità perduta. Prima di andarsene, però, aprì un libretto di risparmi a nome della piccola Kathrina, da cui la ragazza avrebbe potuto attingere compiuti i diciotto anni.

Nonostante il paradiso in cui si era trasferito, Falco non la smise con la sua vita dissoluta, che si spense a San Felice de Puerto Plata, quando a un incrocio, mentre era alla guida della sua jeep Mitsubishi Pajero si scontrò contro un autobus, morendo sul colpo.

Nel suo sangue vennero trovate tracce di cocaina, alcol e marijuana.

Nel 1982, ai tempi del successo del commissario, aveva dichiarato a un giornalista di voler morire in un incidente d’auto, come James Dean. Una macabra quanto profetica dichiarazione.

Una morte su cui non mancarono le speculazioni, qualcuno arrivò persino a parlare di un possibile suicidio. Secondo alcuni testimoni, infatti, il suo fuoristrada venne travolto proprio mentre Hansi si stava immettendo a folle velocità in carreggiata senza guardare, quasi volesse farla finita.

Sia quel che sia, il 6 febbraio del 1998, ad appena quarantun anni, finisce la vita di Falco e inizia la sua leggenda. Riportato in Austria con un volo privato della Lauda Air – Nikki Lauda stesso era grande amico di Falco e aveva dato il suo nome a un aereo – l’autore di Rock Me Amadeus ebbe un funerale degno di un principe, con la bara trasportata dal gruppo di barbuti motociclisti che tredici anni prima erano apparsi nel celebre video.

Per non parlare della sua tomba, posta nel cimitero di Vienna, poco distante dagli illustri compositori del passato. Una tomba tutto fuorché sobria, con una statua di Falco che allarga le braccia sopra la lapide come fossero ali. Probabilmente lui l’avrebbe adorata. Anzi, la adora. Perché lui è ancora fra noi. Come recita mil titolo di uno struggente brano inedito rinvenuto dopo la sua scomparsa: Lo spirito non muore.

E ora apriamo le ali e voliamo.

Quella volta in cui ho visto giocare Maradona

di Federico Traversa

Campionato 1989-90, ho 14 anni e i miei genitori hanno finalmente ceduto: dopo tre anni che imploro, e visto che sono un ottimo studente, mi regalano l’abbonamento di Gradinata Nord, il cuore pulsante della tifoseria rossoblù. Un posto mitico e mitizzato da cui si alzano quei cori magici per il Genoa, la mia squadra del cuore, che dopo anni infiniti nella cadetteria è finalmente tornata in serie A sotto la guida dell’uomo di Lipari, il capo popolo Franco Scoglio.

È il Genoa del Presidente Spinelli, del trio uruguaiano composto dal macchinoso Perdomo, dal fantasista Ruben Paz e dal guizzante Pato Aguilera, meraviglioso centravanti che la Nord adotterà come uno dei suoi figli prediletti, soprattutto quando, qualche mese dopo, finirà in manette per un crimine tutto da dimostrare.

Ricordo tutto di quel giorno, persino com’ero vestito: bomber blu d’ordinanza, jeans con le toppe, Doc Martens con la punta di ferro e sciarpa del Genoa, quella con la scritta Sestri Rossoblù che mi aveva venduto l’anima pia di Miglio del Genoa Club Sestri. E poi l’incontro col Galle e Christian in quartiere, due calci al pallone e via di corsa in stazione a prendere il treno per Brignole insieme agli altri tifosi, di tutte le età, dai bambini accompagnati dai papà ai ragazzi più grandi con lo sguardo da duri che animavano la gradinata.

Allora gli stadi non erano esattamente un posto sicuro, o perlomeno così si diceva alla televisione, e i genitori avevano paura a mandarci da soli. Personalmente, ho frequentato il Ferraris per oltre vent’anni e non sono mai stato coinvolto in alcun scontro né ho mai avuto da ridire con qualcuno. Poi non so, parlo solo per la mia esperienza ma, da quello che ho capito, tendenzialmente i guai capitano a quelle teste di cactus che se li vanno a cercare.

Comunque quella domenica i miei erano più tranquilli del solito perché il Genoa giocava contro il Napoli e le due tifoserie erano legate da uno storico gemellaggio.

Per noi, invece, l’epicentro dell’estasi era rappresentato da un altro fattore: il fattore M. Infatti avremmo visto giocare Diego. Diego Maradona. M-A-R-A-D-O-N-A.

Istinto, visione, ritmo e poesia. Vederlo giocare al calcio era un’esperienza mistica. Come sentir cantare Marley, veder boxare Ali, come i colli lunghi di Modì, il gancio cielo di Kareem, i versi di Rimbaud, come le curve strette di Ayrton, i lob di McEnroe, le visioni di Fellini, il mare d’inverno che suona la sua scura canzone…

Amavamo tutti Maradona, era un tipo istintivo, passionale, incredibilmente umano. Veniva da un contesto di estrema povertà e quindi naturalmente empatizzava con i più deboli. Per noi, figli della classe operaia della periferia di Genova, era un esempio, esattamente come le era per la sua gente dei quartieri poveri di Buenos Aires, o per quel brodo di umanità, sangue e sudore che ribolle nei quartieri spagnoli e nei vari rioni di Napoli.

Fu una gran partita, ragazzi. Il Genoa, il nostro Genoa tutto cuore e corsa targato Mister Scoglio, giocò benissimo contro la squadra del campionissimo argentino. Passammo addirittura in vantaggio con un gran gol del biondo Davide Fontolan, poi loro persero il baffuto terzino brasiliano Alemao, che venne espulso per un fallaccio mi pare proprio su Pato e poi… e poi Caricola, il nostro centrale difensivo scuola Juve, commise uno stupido fallo di mano in area. Forse pensava di giocare ancora con gli impuniti bianconeri, chissà…

Rigore per il Napoli. Sotto la nord. A tirarlo lui, el diez.

Lo osservai con attenzione, mi sembrava impossibile fosse a una ventina di metri da me. Osservai la sua chioma riccioluta, il collo imponente, le gambe massicce e un po’ storte, il modo che aveva di saltellarle sul posto, che quasi sembrava danzasse.

Possibilità che Gregori, il nostro non impeccabile portiere, parasse il tiro? Poche, per non dire pochissime. E infatti, pur intuendo la traiettoria, la palla finì all’angolino.

Uno a uno e tutti a casa.

Noi felici perché un punto contro il Napoli era tanta roba, e loro pure, perché la partita si stava mettendo male.

Per me, Galle, Chri e tutti gli altri ragazzini presenti, però, quel pomeriggio era stato grandioso per un altro motivo: avevamo visto giocare Diego dal vivo, non in video come capitato con i vari Cruyff, Eusebio o Pelè. Avevamo visto con i nostri occhi il più grande e un giorno l’avremmo raccontato ai nostri figli.

L’anno dopo Maradona non giocò a Marassi contro il Genoa, era fuori per infortunio, e da lì a poco lasciò Napoli e l’Italia, quindi quella partita fu un “one shot” indimenticabile.

Eppure Diego sarebbe rimasto nella mia vita, tornando di tanto in tanto ad accendere la mia fantasia.

Quando con Tonino Carotone incontrai Emir Kusturica, per dire, il sommo regista slavo stava iniziando le riprese del suo film sul Pibe de Oro, e finimmo a parlare di calcio, di Genoa, Osasuna, Napoli e, ovviamente, El Diez.

Stessa cosa un anno dopo con Manu Chao, che a Diego aveva dedicato una bellissima canzone e che ci raccontò quanto era stato emozionante incontrarlo.

E poi è arrivata Daria, mia moglie, napoletana 100%, con cui ho vissuto e vivo la città dei Borboni in ogni suo anfratto. Napoli, la sua magia, la storia, la fantasia folle della sua gente. Napoli, dove il 30% dei maschi nati negli anni ottanta si chiamano Diego, dove ho trovato una seconda famiglia che mi ama come un figlio, un fratello, uno di loro. Napoli, la squadra per cui tifa Alessandro, il mio primo figlio. Ovviamente insieme al Genoa.

Anzi, appena torna da scuola voglio farlo sedere sulle mie ginocchia e raccontargli, con la voce impostata delle grandi occasioni, di quella volta in cui il suo vecchio padre ha visto giocare Diego Armando Maradona. Più o meno è questo ciò che mi ero ripromesso di fare trent’anni fa mentre, pizzetta post partita in una mano e Coca Cola fresca nell’altra, rincasavo dallo stadio con Galle e Chri, e il futuro mi stava aspettando tiepido come quel sole a forma di dieci che stava tramontando.

CARO DON TI SCRIVO: LETTERA A DON GALLO

di Federico Traversa

Caro Don

stasera ho proprio bisogno di scriverti perché… perché qui è un gran casino…

Te ne sei andato sette anni fa, in un momento in cui il mondo era già un gran bel compendio di problemini e problemoni, ma oggi, credimi, siamo su altri livelli. Un tale cinema…

Ti racconto tutto perché credo, anzi ne sono sicuro, che dove sei adesso certe cose non ti tocchino più di tanto e tu possa fartele scivolare addosso come in vita non sei mai stato capace di fare. E meno male, perché è stato grazie a quella rabbia, a quegli “sciuppon de futta” (come li chiamavi tu) se ti sei speso per combattere le ingiustizie e aiutare tutti quelli che ne hanno avuto bisogno.

Ma oggi, oggi che ti sei ormai da tempo sciolto in una nuvola di pace, spero di non buttarti troppo giù se ti dico, per cominciare, che in Italia la Lega è il primo partito e Salvini – sì quello mezzo “abelinato” con la felpa che cantava “Vesuvio lavali col fuoco” – fa comizi in tutto il sud applaudito come un messia.

E non è finita, Don. Al governo c’è il partito di Beppe Grillo, che però non si fa vedere più tanto in giro, insieme al Pd, che ora è guidato dal fratello dell’attore che interpreta il commissario Montalbano. E lo so, sembra una fiction Rai e invece…

Ma aspetta Gallo, questo è niente: per 4 anni il Presidente degli Stati Uniti è stato Donald Trump! Sì, il miliardario con la testa arancione, che ora però ha perso le elezioni anche se dice che non è vero.

Tornando alla nostra Genova, devi sapere che due anni fa è crollato il Ponte Morandi, una tragedia enorme che ha distrutto tante famiglie e coinvolto anche la tua Comunità San Benedetto, che sotto il ponte aveva la sua Fabbrica del Riciclo.

Ma siamo solo all’antipasto, Don! Belin c’é la pandemia. Sì. Ho detto PANDEMIA!

Un virus mortale è arrivato a inizio anno dalla Cina e, ad oggi, ha fatto più di un milione di morti. Ci siamo tutti dovuti chiudere in casa da marzo a maggio e ora di nuovo. Ho una fifa, Andrea… sai, sono papà di due bimbi piccoli adesso e ho due genitori anziani non autosufficienti, sento tutta la responsabilità del momento addosso. Ovviamente di mio fratello sai tutto, spero solo che ora che è lassù ogni tanto tu possa dargli un occhiata, è un ragazzo buono e incasinato, di quelli che piacciono a te. Sono certo lo farai.

Comunque ti stavo dicendo del virus, Covid 19 si chiama. Un vero disastro, qui in Liguria poi i guai sono stati doppi. Sai, da quattro anni ci governa uno strano personaggio che si chiama Giovanni Toti, un signore veramente, ehm, diciamo particolare. Da quando è iniziata la pandemia lui dice che qui da noi è tutto sotto controllo, di stare tranquilli, ma in tanti sostengono che le sue sono “musse” belle e buone, perché i Pronto Soccorso sono al collasso, i medici e gli infermieri fanno più ore dell’orologio e la gente soffre le pene dell’inferno per farsi un semplice tampone. Qualche settimana fa questo Toti ha persino pubblicato un post sugli anziani che ha fatto il giro del mondo. Una belinata sul fatto che non sono indispensabili alla sforzo economico del paese messa giù con una tale mancanza di empatia che lo hanno preso per il culo anche in Groenlandia. Vabbé magari non fino a lì ma hai capito. Ci abbiamo provato col tuo amico Ferruccio Sansa a toglierlo da lì, si era candidato persino il nostro Flavio Gaggero, ma lo sai che a noi liguri piace soffrire. Così ha vinto le elezioni e ora legittimamente governa. E lo so… lo so….

Vabbé dai, passiamo oltre che non ti voglio intristire troppo.

C’è anche qualche bella notizia.

In questo marasma quel meraviglioso cavallo matto del Gino Strada ha accettato di andare a dare una mano alla sanità calabrese! Se non altro finalmente avremo qualcuno a cui veramente frega qualcosa delle persone.

E poi ci sono gli amici, ciascuno perso a “rincorrere i suoi guai” come cantava Vasco. Franco sta bene, qualche anno fa ha portato il nostro libro persino a Cuba, non oso immaginare cosa abbia combinato nella terra del rum. Megu finalmente è dimagrito, Andrea ti giuro sembra un figurino, ed è sempre a lottare insieme a tutti gli altri di Sambe. Pensa, la Lilli é addirittura su facebook mentre Viviana è diventata una sindacalista che si sbatte per tutti. Claudio Agostoni di Radio Popolare non manca mai di ricordarti nei suoi programmi e come lui Manu Chao e Tonino Carotone nelle loro canzoni.

Ecco, vorrei chiudere questa lettera con bei ricordi anche se… ehm… Ma come faccio a non dirti certe cose? Come posso tacere il fatto che Renzi, all’urlo di “Enrico vai sereno” ha fatto un nuovo partito? E l’ha chiamato Italia Viva. Te lo giuro, Andrea, è questo il nome che ha scelto. E già che a te non era mai piaciuto…

Ma c’è di peggio, amico mio. Lo sai in questo momento di confusione, paura e incertezza chi sta facendo da paciere tra le varie forze politiche? Chi ne sta uscendo meglio di tutti, con parole spese con misura e complimenti persino a Fabio Fazio? Sì, Andrea, lui, sempre lui e ancora lui. SILVIO. Ma lo sai che ha pure sconfitto il Covid? Dicono che ora punti al Quirinale. Sento dall’improvvisa folata di vento che mi ha fatto cadere il vaso grosso in terrazzo che questa l’hai accusata anche da lassù…

Che altro dirti, Don? Vorrei consolarti con le imprese del nostro amato Genoa ma anche qui, meglio soprassedere.

Che poi, chissenefrega.

Non ci si vede, non ci si tocca, non ci si abbraccia, tutti in giro con la mascherina, la vita pare cosi sterile e fredda che alla fine quasi ci dimentichiamo per cosa stiamo combattendo.

Andrea mi manchi!

Ci manchi!

Continuo a scrivere, i miei lettori crescono, mi chiedono consigli perché credono che siccome ti sono stato vicino forse posso aiutarli a fare un po’ di chiarezza nelle loro vite. Mi sono messo persino a studiare seriamente il buddhismo e a meditare per capire più cose possibili e parlare con un minimo di senso. Eppure più la mia consapevolezza cresce più mi sento piccolo. Più leggo e capisco maggiore è la forza con cui le tue parole mi risuonano in testa: “Nessuno si libera da solo, ci si libera tutti insieme” .

Ciao Don, ti voglio tanto tanto bene. Ora metto su un pezzo di De André o di Manu, mi bevo un bicchiere di vino e poi chiuderò gli occhi.

Ho bisogno di abbracciare forte il tuo ricordo.

ROBERT JOHNSON

LA MALEDIZIONE DEL BLUES

Una volta, quando ancora ero un aspirante scrittore di nemmeno vent’anni, andai a vedere la presentazione di un romanzo di cui si diceva un gran bene. L’autore era stato per anni un senzatetto alcolizzato, solo la voglia di scrivere ancora un’altra poesia e l’aiuto di un’amica che si era innamorata dei suoi scritti lo aveva salvato dal commettere suicidio. Pensate che scrisse la prima bozza del libro sul retro degli scontrini usati che raccoglieva da terra mentre mendicava. La prosa di quello scrittore sui cinquant’anni, che per almeno trenta aveva fatto a botte con la vita, era potente e suggestiva. E quando uno degli spettatori gli chiese a chi si ispirasse per scrivere, se più ad Hemingway o a Bukowski, lui solo rispose: “Al blues, io mi ispiro al blues. C’è solo un linguaggio per un cuore che sanguina e un’anima in cerca di redenzione e quel linguaggio è il blues. E il blues può essere suonato, cantato ma anche dipinto oppure scritto”.

E poi, a sorpresa, si mise a intonare una litania struggente, solo voce e nocche che battevano sul tavolo a cui era appoggiato.

Fu un momento straordinario perché quel giorno capii veramente e definitivamente perché il blues è il BLUES.

Nelle settimane successive ascoltai e mi documentai, scoprendo che i vecchi bluesman del Mississippi erano più sinistri e maledetti delle moderne rockstar che allora tanto amavo. Piantagioni di cotone, donne disinibite, alcol e maledizioni. Wow. C’era da uscirne pazzi. Poi qualcuno mi parlò di Robert Johnson e della sua storia, e per la prima volta ebbi davvero paura.

Avete presente il detto: “Attento a cosa desideri perché potresti ottenerlo?

Una vicenda che faceva tremare il mio cuore adolescente quasi quanto il film Angel Heart che, tra l’altro, alla storia di Johnson credo debba parecchio, perlomeno in termini di immaginario e sceneggiatura.

E comunque…

Presumibilmente Robert Johnson nasce l’8 maggio 1911 a Hazlehurst, nel Mississippi, undicesimo figlio di Julia Major Doods. I dieci figli che lo avevano preceduto erano nati dal matrimonio della donna con Charles Doods, tutti ma non Robert. Lui era figlio illegittimo, nato dalla relazione fra Julia e Noah Johnson, un lavoratore della vicina piantagione.

Un’infanzia nomade e povera la sua, ai limiti della miseria, e un’adolescenza segnata dagli immancabili scontri col patrigno e da nessuna istruzione scolastica. E poi la musica, i primi rudimenti per suonare inizialmente l’armonica a bocca, e dopo la chitarra insegnategli dal fratello Charles Leroy, a far nascere una passione che lo attanaglia per non abbandonarlo mai più. Eppure, nonostante tanto si impegni, non è che Robert appaia un musicista così dotato; laggiù, nel Delta del Mississippi, ce ne sono tanti migliori di lui.

A 18 anni il nostro già si sposa ma la moglie sedicenne, Virginia Travis, muore nel dare alla luce loro figlio. Distrutto dal dolore, Johnson inizia a vagare lungo il Mississippi bevendo, fumando, andando a donne ed esorcizzando il proprio dolore in struggenti blues alla chitarra.

Nel 1931 il musicista tenta di ricostruirsi una vita normale e sposa Calletta Craft, una donna da poco conosciuta con cui si trasferisce nel villaggio di Copiah County. Ma la crescente passione per la musica e un tormento interiore, che si spegne solo quando imbraccia la chitarra in un bar e sgolandosi del buon whisky intona un blues, lo riporta sulla strada, e il matrimonio ben presto naufraga.

Fra caldo torrido, ventilatori accesi, chitarre pizzicate, ugole corrose dall’alcol e donne prosperose, Robert continua a suonare.

Fra uomini tormentati, vecchi giradischi, binari dissestati, crocevia per mille diversi inferni e il melmoso Mississippi che scorre lento, anche il Diavolo lo ascolta.

Narra la leggenda che a Robert, chitarrista non propriamente eccelso, una notte capiti qualcosa di davvero strano. Voci dell’epoca parlano di un incontro fra il giovane bluesman e un uomo sinistro interamente vestito di nero. Un incontro avvenuto allo scoccare della mezzanotte a un crocevia desolato, dove l’uomo in nero avrebbe concesso al giovane un ineguagliabile talento chitarristico in cambio della sua anima. D’altronde Mr Belzebù ha sempre amato il tormento e l’estasi, quindi come potrebbe non amare il blues?

E in questa ormai mitica leggenda probabilmente qualcosa di vero c’è. Johnson, infatti, nel suo girovagare, effettivamente incontra un tipo davvero inquietante e misterioso. Si tratta di un bluesman di nome Ike Zinneman. È lui a insegnargli, forse, quella tecnica chitarristica incredibile che diventerà il suo marchio di fabbrica. Quella che molti anni dopo, quando Brian Jones farà ascoltare a un giovane Keith Richards un’incisione di Johnson, convincerà Keith che a suonare quell’incredibile musica siano due chitarristi e non uno solo.

E questo Ike misterioso lo è sul serio, ma così tanto che non ci sarebbe da stupirsi se fosse davvero un emissario di Belzebù in persona: nessun dato anagrafico, nessuna fotografia, nessuna notizia certa. Di lui si sa solo una cosa: adora suonare nei cimiteri la notte, tra lapidi gelide come la morte. E quando lo fa, spesso si porta dietro Robert.

Sia quel che sia, il goffo Robert Johnson diventa un chitarrista incredibile. La sua stupefacente tecnica chitarristica è ancora oggi considerata una delle massime espressioni del Delta blues, senza dimenticare i suoi testi oscuri, che spesso parlano di spettri, demoni e alcune volte si riferiscono direttamente al suo presunto patto col Diavolo. Una leggenda che Johnson ama e probabilmente alimenta lui stesso. Una leggenda a cui contribuiscono i racconti dei vari musicisti che hanno a che fare con lui, tutti concordi nell’affermare che Robert fosse un chitarrista abbastanza mediocre all’inizio. Poi morì sua moglie, lui sparì per un anno e al suo ritorno era un autentico fenomeno.

Altri aneddoti raccontano che il bluesman fosse capace di riprodurre nota per nota qualsiasi melodia ascoltasse, per radio come in un locale affollato, e senza porvi la benché minima attenzione.

E se la sua vita è stata una lunga notte misteriosa e spettrale, la morte, avvenuta a soli 27 anni, è anche peggio.

È la sera del 13 agosto del 1938 e Johnson, insieme ai musicisti Sonny Boy Williamson II e David Honeyboy Edwards, si sta esibendo al Three Forks, un locale a 15 miglia da Greenwood nel quale da qualche settimana i tre suonano ogni sabato sera.

Robert, al solito, non ha perso tempo, seducendo la moglie del proprietario del locale. All’uomo non importa, basta che il leggendario bluesman, perché ormai il suo nome è sulla bocca di tutto il Mississippi e anche oltre, suoni come si deve e tenga un profilo basso che non alimenti le chiacchiere. Ma quella sera, complici l’alcol e il caldo torrido, Johnson e la signora iniziano a lasciarsi andare ad atteggiamenti davvero troppo espliciti. Quasi imbarazzanti, come racconterà un testimone.

Il gestore del locale non può tollerare un affronto così spudorato e, forse, decide di vendicarsi, vendicarsi alla maniera del Sud.

Durante una pausa del concerto a Robert viene passata una bottiglia da mezza pinta di whisky già stappata. Sonny e David lo mettono in guardia: non è prudente bere da una bottiglia senza tappo. In quegli anni non è raro che i musicisti vengano drogati e derubati dei propri strumenti e dell’incasso della serata, meglio non correre rischi. Ma Robert, già ubriaco, manda tutti al diavolo e se la sgola in fretta e furia.

Poco dopo inizia a sentirsi male, la brezza alcolica lascia spazio allo stordimento e alla confusione tipica dell’avvelenamento. Trasportato all’ospedale, muore dopo tre giorni d’intensa agonia, senza che qualche medico trovi il tempo di fornirgli le cure necessarie, o perlomeno affievolirne i tormenti.

Ci lascia 29 storiche registrazioni, effettuate tra il 23 novembre 1936 e il 20 giugno 1937, 29 registrazioni che costituiranno una base imprescindibile per intere generazioni di musicisti a venire, da Muddy Waters a Bob Dylan, passando per Rolling Stones, Cream, Allman Brothers, Eric Clapton, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, e chiunque vi venga in mente fra le leggende del rock dalla sua nascita ad oggi.

E ci lascia pure quella symphaty for the devil, come dicevano gli Stones, che diventerà parte integrante dell’immaginario rock, fra musicisti compiaciuti, lotte dei benpensanti, miti, leggende, tragedie, commedie o semplici cliché.

Probabilmente il mondo del rock sarebbe stato ben altra cosa se quella notte, al crocevia per nessuna parte, un giovane nero poco dotato non avesse sacrificato la propria anima al demone della musica.

O almeno, è bello crederlo…

Tratto da Rock is Dead – Il libro Nero sui Misteri della Musica

(In libreria e in tutti gli store online)

Election Day: Chi è Joe Biden, l’anti-Trump sostenuto da Obama

di Federico Traversa

C’è un bellissimo video di una ventina di secondi che gira sui social in questi giorni: l’ex Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama sta uscendo da una palestra con il suo staff quando qualcuno gli passa un pallone da basket. Senza pensarci troppo Obama prende il pallone, fa due palleggi e realizza un meraviglioso canestro da tre punti, tra il giubilo dei presenti. A quel punto, senza fermarsi e continuando a camminare di buon basso verso l’uscita, si abbassa la mascherina e urla: “That’s what I do” prima di lasciar esplodere una bella risata. Fine. La fotografia di un istante efficace come mille comizi, d’altronde Obama è sempre stato un maestro nell’arte di comunicare. E questo è solo uno dei mille modi con cui l’unico cavallo di razza – di quelli davvero capaci di spostare qualche milione di voti – del Partito Democratico sta cercando di tirare la volata al candidato Joe Biden, che nonostante il discreto vantaggio nei sondaggi, non sembra aver acceso completamente l’immaginario del popolo americano. Sarà l’età, l’eccessiva prudenza o la dialettica non troppo briosa, fatto sta che Joe sembra più il male minore dettato dalle contingenze che l’uomo in grado di cambiare le cose. Probabilmente, visto il disastro combinato in questi quattro anni dalla scriteriata amministrazione Trump, questo dovrebbe bastare per cambiare inquilino alla Casa Bianca, eppure fra i democratici la paura serpeggia, in particolare dopo quanto successo nella scorsa tornata elettorale, con l’inaspettata sconfitta della Clinton.

Non si respira grande entusiasmo per il vecchio Biden, insomma, e in molti sostengono che, se come sembra alla fine ce la farà, sarà solo grazie alla disastrosa gestione della pandemia di Trump e soci.

Eppure, al netto di un’età effettivamente un po’ troppo importante – sua come del candidato repubblicano (Biden va per i 78 anni, Trump ha superato la boa dei 74 lo scorso giugno) – il curriculum di Joe parla decisamente a suo favore; senza dimenticare come le tante disgrazie subite da quest’uomo sfortunato lascerebbero supporre una sensibilità e un’empatia verso il prossimo tipiche di chi affronta e supera certe terribili tragedie.

Originario di Scranton, in Pennsylvania, dopo essersi laureato in Giurisprudenza all’Università di Syracuse, Biden si è ben presto affermato come avvocato.

Ad appena trent’anni arriva il lutto che ne segnerà l’esistenza: la moglie e la figlia muoiono in un incidente stradale, con gli altri due figli della coppia che rimangono feriti. Joe li tirerà su da solo, risposandosi solo nel 1977 con Jill Tracy Jacobs, dalla quale avrà la figlia Ashley.

Politicamente la carriera del candidato democratico è stata lunga e costruita con certosina pazienza: eletto per la prima volta senatore per il Partito Democratico nel 1972, manterrà continuativamente l’incarico per ben 37 anni.

L’apice della sua carriera arriva durante l’amministrazione Obama, che nel 2009 lo nomina vicepresidente degli Stati Uniti, riconfermato anche dopo le elezioni del 2013.

Il 12 gennaio 2017, in uno degli ultimi atti della sua amministrazione, sempre Obama gli assegna la Medaglia Presidenziale della Libertà, la massima onorificenza del Paese, definendo Biden “un leone della storia americana e un esempio per le generazioni future“.

E fino a qui tutto bene, parafrasando il film “L’Odio”.

Ora veniamo alla voce scandali, che si sa, quando ti candidi a Presidente qualcosa viene fuori per forza.

Il nodo più spinoso per il buon vecchio Joe è rappresentato dallo scapestrato secondogenito Hunter. Tutto incomincia nel maggio 2019 quando il New York Times pubblica un articolo dove si accusa Joe di aver chiesto ai leader politici ucraini di rimuovere dall’incarico il procuratore generale Viktor Shokin, che in quel periodo sta indagando su presunte irregolarità compiute da Burisma Holdings, l’azienda ucraina di gas naturale nella quale opera Hunter, con un posto nel consiglio di amministrazione. Secondo il Times, Joe avrebbe minacciato di trattenere un miliardo di dollari di garanzie sui prestiti elargiti dagli Stati Uniti all’Ucraina. Stranamente poi, Shokin si dimette e storia finita.

Va detto che le accuse rivolte a Joe Biden non sono mai state confermate da prove certe e Hunter si è dimesso dal suo incarico presso la Burisma Holdings nell’aprile del 2019, e cioè prima che il padre si candidasse alle elezioni presidenziali.

Ma non è finita qui: nell’agosto del 2019, un agente della Cia presenta alla Camera dei deputati statunitense un documento in cui rivela i dettagli di una telefonata datata 25 luglio 2019 fatta da Trump al presidente ucraino Volodimir Zelenskij. In quell’occasione testa di arancia chiede più volte di aprire un’inchiesta per corruzione ai danni della Burisma Holdings, offrendo in cambio 391 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina. La rivelazione costa a Trump l’avvio da parte della Camera della procedura di impeachment, con l’accusa di abuso di potere e ostruzione al Congresso. Assolto, l’uomo che ipotizzava di curare il Covid con iniezioni di disinfettante, continua da allora ad attaccare Biden per la “questione ucraina”.

Speculazioni a parte, il cinquantenne Hunter non è esattamente un esempio di figlio modello, con problemi di alcolismo, droga e relazioni extraconiugali. Per carità, niente di tanto diverso da almeno il 50% dell’occidentale medio, ma comunque non certo comportamenti di cui vantarsi. Ma non è lui il candidato presidente, è suo padre, sul cui comportamento, almeno fino ad ora, non si è trovato molto sui cui speculare.

Sono uscite voci di comportamenti inappropriati con quattro donne ma, al contrario della questione ucraina che tutt’ora rimane dibattuta, non è emersa alcuna testimonianza credibile né prove di alcun comportamento inadeguato da parte di Joe.

Lucy Flores, ex candidata democratica come vice governatrice del Nevada, ha accusato Biden di averla toccata in modo inappropriato durante un comizio elettorale nel 2014. Su The Cut la donna ha precisato che il comportamento di Joe non è stato violento né sessuale ma “vistosamente inappropriato e snervante“.

E cosa avrà mai fatto il vecchio Joe? Stando al racconto della donna, le avrebbe appoggiato le mani sulle spalle dandole un bacio dietro la testa. Una roba che qui da noi, abituati al Silvio style e ai bunga bunga fa quasi sghignazzare. Definirei queste esternazioni “il lato oscuro del #metoo” o, più criticamente, il modo con cui il potere sta cercando di ridicolizzare il legittimo e sacrosanto movimento femminista contro gli abusi sessuali.

E quindi?

Al netto dei colpi bassi, i violenti dibattiti televisivi e il legittimo sospetto che a certi livelli il più pulito abbia quantomeno la rogna, mi auguro che vinca Biden, e me lo auguro tanto per gli amici americani quanto per noi, che siamo direttamente collegati, volenti o nolenti, a quanto accade laggiù; l’attempato candidato democratico non sarà perfetto, forse è poco brillante, ma perlomeno rappresenta quei valori progressisti che guardano all’allargamento dell’assistenza sanitaria (se oggi molti americani sono vivi lo devono all’Obama Care, e questo nonostante sia assai migliorabile e ancora barbaro rispetto a molti paesi europei), alla tutela dell’ambiente, alla questione climatica, tutte priorità che dovrebbero essere alla base di un mondo più giusto, equo e libero. Certo, sarebbe stato meglio se al posto di Biden ci fosse stato Bernie Sanders, con la sua visione innovativa e rivoluzionaria, ma sarebbe stato davvero chiedere troppo. Un socialista alla Casa Bianca? Ma stiamo scherzando!!!

Quindi accontentiamoci di Biden e speriamo possa sconfiggere Trump, e che lo faccia nettamente nel nome dell’intelligenza. Non è più ammissibile vedere un simile idiota seduto sul trono della più grande super potenza del mondo. Un miliardario gretto, seppure astuto, che in 4 anni è stato capace di sdoganare definitivamente l’ignoranza, l’odio, la stupidità, le bugie eclatanti e il parlare a vanvera, trasformando tali deprecabili atteggiamenti in note di merito sociale.

Uno così ignorante da non conoscere l’antico motto dell’Ordine degli Assassini – Niente è vero tutto è permesso – ma comunque in grado di applicarlo a meraviglia.

Uno che ha fatto proseliti rafforzando e legittimando quell’ultra destra qualunquista, ignorante e becera, che qui da noi ha trovato collocazione e rappresentanti nei vari Salvini, gilet arancioni, negazionisti del Covid e tutto quell’assortimento di nuovi mostri che stanno imbruttendo il mondo, una cazzata alla volta. E ora iniziano a essere tante.

Per questo dobbiamo tutti sperare che quel canestro magistralmente messo a segno da Obama nel video virale di cui parlavo all’inizio, si realizzi anche il prossimo 3 novembre.

That’s what I Do.

Ecco, fallo anche stavolta, Barack!

BRUCE SPRINGSTEEN – LETTER TO YOU: Il disco perfetto per uscire dalla pandemia

di Federico Traversa

C’é una ballata di Bruce Springsteen, profonda e appena sussurrata, che non riesco più ad ascoltare. Si chiama Paradise e già dall’arpeggio iniziale mi porta alle lacrime. La trovate in The Rising, disco datato 2002. La ascoltai la prima volta solo l’anno scorso, quando riaccompagnai a casa mio fratello dopo una delle sue prime sedute di radioterapia, quando ancora eravamo convinti che ce l’avrebbe fatta.

La canzone parla, in maniera accennata, quasi sfocata, dei sentimenti di un estremista prossimo a compiere un atto terroristico. Non so perché mi abbia colpito cosi tanto, forse l’ho legata alla storia di Fabri, perché, alla fine, un tumore, altro non è che un bastardissimo atto terroristico.

Fatto sta che da allora ho iniziato a cercare di approfondire il discorso Springsteen che, tolto qualcosa degli anni 80, non è che mi avesse mai appassionato più di tanto. Lo trovavo poco vario, eccessivamente easy listening, un padrino simpatico ma un po’ incolore di quel rock annacquato da autogrill. Poi c’erano i live, d’accordo, e lì il boss andava lasciato stare, un indiscutibile cavallo di razza, e dei più puri, ma a livello compositivo proprio non riusciva a entrarmi dentro. Per questo gli avevo sempre preferito gente meno pubblicizzata ma ai miei occhi più sanguigna tipo John Mellencamp o, che so, Tom Petty.

Complice Paradise, ho quindi riascoltato quasi tutta la discografia di Springsteen e, mi perdonino i suoi fan, ho solo trovato conferma di quello che già sostenevo: non molto innovativi ma certamente coinvolgenti i dischi degli anni Settanta e Ottanta, discreti ma eccessivamente patinati quelli dei Novanta e abbastanza fuori fuoco i lavori degli ultimi due decenni. Certo, ci sono tanti passaggi piuttosto ispirati anche nella discografia del Boss di questi ultimi anni, proprio Paradise ne è un esempio, ma mediamente c’è ben poco per cui spellarsi le mani.

Perlomeno fino all’ultimo Letter to You, uscito qualche giorno fa, il disco che cambia tutto. Un album di una bellezza, una potenza e una freschezza di suono davvero inaspettati per un signore che ha passato la boa delle settantuno primavere. Dodici canzoni commoventi e calde, come un fuoco che arde in mezzo alla neve, circondato da fantasmi che ballano in cerca della magia degli anni perduti, trovandola immutata in fondo alla strada.

Suonato in presa diretta dai survival della E Street Band e realizzato in soli cinque giorni, Springsteen l’ha definito “l’esperienza di registrazione più bella e intensa della mia vita”. E si sente.

Come ben riassume Gabriele Benzing su Onda Rock:Le chitarre spigolose e taglienti, la batteria solenne, il lirismo di pianoforte e organo, persino l’inconfondibile marchio di fabbrica del sax (con Jake Clemons a fare da controfigura del compianto zio): tutto è esattamente dove lo avevamo lasciato quarant’anni fa, forgiato da un instancabile affiatamento sulle scene. E funziona proprio per questo, perché è quello che Springsteen e la sua gang sanno fare meglio”.

O come mi ricordava stamattina il mio amico Robi Galle al telefono, springsteeniano della prima ora, finalmente non più deluso: “È tornato il Boss! Era da Tunnel of Love che l’aspettavo!”.

Il suono di Letter To You arriva compatto, muscolare eppure meno scontato del solito. Canzoni come Burnin Train e Janey Needs a Shooter (out-take che arriva addirittura dagli anni settanta insieme alle memorabili If I Was a Priest e Song for Orphans) ci consegnano un Bruce tirato, a tratti persino pesante; Last Man Standin e la title-track sembrano preghiere laiche alla musica e agli anni che passano, recitate da chi è ancora in piedi nonostante i tanti colpi che, volente o nolente, ti rifila anno dopo anno la vita.

La canzone d’apertura – Open You’re here – è invece una struggente ballata aperta da una arpeggio morbido che si sposa a un testo poetico e sommesso. Il let motiv del disco non è più il “nato per correre” degli esordi ma il resistere all’ossidazione del tempo, restando in piedi anche quando arriva l’inverno, un po’ come l’immagine che lo ritrae in copertina mentre, testa alta e schiena dritta, attraversa una New York ammantata di neve.

Un album di ricordi e legami indissolubili, come dimostra Ghosts, il secondo singolo, frizzante e tirato omaggio tanto alla vita sul palco quanto agli amici persi lungo il cammino. Amici che si rincontreranno, prima o poi, nella House of A Thousand guitars, pregheranno insieme (The Power of prayer) o magari verranno a trovarci in sogno come nella conclusiva I’ll See you in my dreams, che chiude l’album, con aperture ariose e accordi larghi, come se la E-Street Band stesse spalancando finalmente la soffitta di anni polverosi per fare entrare aria, sole e tanta luce.

E così si chiude Letter to You, forse uno dei lavori più sinceri e ispirati di Bruce Springsteen, un lavoro in cui, al netto del blasone e degli stilemi, a vincere sono onestà e sentimenti di un uomo complesso ma non complicato, che sta attraversando, come tutti noi, questo mare in tempesta che è la vita con rabbia, amore e tanta speranza.

Per questo, e molte altre ragioni, Letter to you é forse il disco perfetto per uscire da questa pandemia, da cantare tutti insieme abbracciati sotto il palco quando questo maledetto momento sarà finito.