Archive for Ultime uscite

Quella volta che Manu Chao attraversò la terra dei narcos suonando gratis per i poveri del far west del mondo

di Federico Traversa

In un mondo della musica dove sempre più spesso si è costretti a scendere a compromessi in nome del mantenimento del proprio seguito, ogni tanto sopravvive qualche artista davvero libero, con una mente aperta, degli ideali autentici, una coscienza limpida, e che delle regole non scritte dello showbiz se ne frega bellamente. E se quell’artista è vero, sincero e ispirato, alla fine è probabile che l’abbia vinta lui. Lo so, lo so, quelli così si contano sulle dita di una mano, eppure ci sono. Esistono e se desideri amarli, prima o poi la loro musica ti troverà.

Uno di questi è sicuramente Manu Chao, e lo è oltre ogni ragionevole dubbio. Parliamo di un tipo incredibile, incredibile sul serio. Nato in Francia da genitori spagnoli, nelle sue vene scorre sangue basco e galiziano. Con la Mano Negra, il gruppo con cui ha ottenuto un importante successo internazionale, mescolava influenze di ogni tipo, spaziando fra caleidoscopi di culture diverse.

Successivamente ha intrapreso una carriera solista, libera e splendente, che per un periodo lo ha fatto assurgere a paladino del movimento no global e delle istanze di tutti i popoli terzomondisti. Quando si è reso conto che qualcuno ne stava strumentalizzando intenti e visione, ha deciso semplicemente di sparire, non parlare più molto con la stampa, registrare sempre meno dischi e viaggiare per il mondo, alla ricerca di progetti che potessero di nuovo accendergli l’anima. Tipo La Colifata. Come dimenticare quel disco? Un album che Manu ha registrato con i pazienti di un centro di malattie mentali di Buenos Aires per finanziare la struttura e l’omonima radio gestita dai pazienti.

Mr Chao è uno che non mai fermo, perennemente in viaggio, gli occhi spalancati nel tentativo di capire cosa succede in giro.

A Barcellona è facile incontrarlo al bar Mariachi, un piccolo locale del Barrio Chino dove fanno un idromele buonissimo. O al Bahia, in quella che i barcellonesi chiamano “la Plaza dei Tripi” a bere Horuco in compagnia di una cricca multietnica di artisti, perditempo, geni e sregolati. Ci ho fatto qualche serata anche io col mio amico Tonino Carotone e se te le ricordi vuol dire che non c’eri.

Manu è un tipo difficile da spiegare, uno che non afferri facilmente, tant’è che ha volte viene frainteso.

Don Gallo lo adorava. Durante il G8 mentre Manu era a Genova per un concerto volle incontrare diverse realtà locali per cercare di far qualcosa di attivo durante la manifestazione. Il Don propose di dare vita a punti di ristoro in giro per la città che dessero da mangiare e da bere ai manifestanti. Suggerì di chiamarlo Bar Clandestino. A Manu brillarono gli occhi e disse al Gallo di procedere, che l’avrebbe aiutato. Andrea e la Comunità di San Benedetto al Porto si diedero da fare e nei tre giorni del G8 non so quante tonnellate di pane e litri d’acqua andarono via.

Due giorni dopo un tipo dalla faccia stralunata passò dalla Comunità, chiedendo di incontrare Don Gallo.

Mi manda Manu” disse, prima di mettere nelle mani del Don un assegno di quasi trenta milioni delle vecchie lire.

Un’altra volta Manu passò da Genova e venne alla “Lanterna”, il ristorante della Comunità San Benedetto, un posto rustico dove ti può capitare di mangiare gomito a gomito tanto con Vasco Rossi che con un tossico che ha appena intrapreso il suo lungo percorso di recupero. Solo che di domenica il locale è chiuso. Allora cosa fece, Manu? Lasciò a Don Gallo una rosa bellissima e un biglietto. Quella rosa gliel’avevano donata i detenuti del Carcere di Volterra per cui aveva fatto un concerto gratuito, senza clamore, senza allertare i media. In silenzio.

È sempre stata questa la sintesi della sua missione: dare voce a chi non ce l’ha.

Oppure mi viene in mente quando venne in Italia a presentare Clandestino e, mentre tutti lo aspettavano al Leonacavalo, se ne andò con la sua banda a suonare in Piazza Duomo davanti a venti extracomunitari.

Ce ne sarebbero mille di aneddoti su Manu, tanti me li ha raccontati Tonino Carotone, che con il clandestino ha un rapporto fraterno. Tanti altri Pacorro, un tipo incredibile di quasi sessant’anni che vive a Barcellona e ha fatto il road manager persino per Joe Strummer.

Ma quello che vi ho raccontato fino ad adesso, andando un po’ a braccio e ripescando da alcune delle notti più emozionanti della mia vita, sono poco più che dettagli, bazzecole.

È stato nel 1993, quando ancora militava nella Mano Negra ed era all’apice del successo con la vulcanica band meticcia da lui fondata, che realizzò qualcosa di incredibile, una storia senza precedenti nel mondo del rock. E lo dico senza timore di essere smentito.

Forse per espiare a uno strano senso di colpa per avercela fatta con la musica, certamente per rompere la monotonia dell’eterna abitudine studio-album-promozione-tour, sicuramente per un senso di genetica empatia verso la gente che possiede poco o nulla, fatto sta che Manu si gettò in un progetto apparentemente da manicomio.

In Colombia, allora, esistono solo 3200 km di binari ferroviari, e la metà risulta inutilizzata; Manu ha un rapporto profondo con il popolo sudamericano, e con quel paese in particolare. Così una bizzarra idea inizia a prendere forma: ridare vita all’antica linea coloniale che trasportava banane e caffè, e portare uno spettacolo itinerante di musica, numeri circensi e allegria in tanti piccoli paesi controllati dallo stato corrotto, dalla guerriglia o dal cartello dei narcos. Il tutto ovviamente gratis, con le spese a carico degli sponsor che accetteranno di sostenerli, e della Mano Negra.

Capito la follia? Considerate che stiamo parlando di un gruppo all’epoca fra i più famosi d’Europa, che con il precedente album, King Of Bongo, ha inanellato critiche entusiaste e vendite insospettabili.

Il piano inizia a prendere vita, Manu trascorre quasi un anno facendo spola fra Parigi e Bogotà per mettere a punto la spedizione. La ferrovia colombiana mette a disposizione della band un deposito per lavorare alla ristrutturazione di un treno dismesso, oltre a chi, fra il personale ferroviario, se la sente di offrire la propria mano d’opera.

Lentamente, fra intoppi burocratici, ritardi e problemi vari, il progetto si concretizza. L’organizzazione richiede un anno intero.

Solo per mettere in ordine i vagoni del treno che trasporterà musicisti, saltimbanchi, trapezisti, mangiafuoco, burattinai e tutti gli artisti che hanno scelto di prendere parte a quella stramba avventura, ci vogliono otto mesi di lavoro. Lavoro duro. Sì perché si tratta di una vera e propria casa viaggiante su rotaia, con tanto di vagone del fuoco che entra in fiamme nelle stazioni, vagone delle comunicazioni per rimanere in contatto radiofonico con Francia e Colombia, vagone del ghiaccio – dove una macchina da vita a un enorme forma di ghiaccio che viene sciolta dalla lingua di fuoco di un’iguana meccanica costruita con materiali di recupero per la gioia dei bambini. Senza scordare il vagone dei tatuaggi e quello adibito a palco per esibirsi lungo la marcia.

In tutto le carrozze sono 21 e, fra tecnici, operai e artisti, vi viaggiano circa 100 persone di varie nazionalità

Il treno, ribattezzato l’expreso del hielo, in onore dello scrittore Gabriel Garcia Marquez, procederà a una media di 20 chilometri all’ora per circa duemila chilometri.

Con la spedizione si imbarca anche Ramon Chao – scrittore, giornalista, autore di libri e responsabile delle trasmissione in spagnolo di Radio France, nonché padre di Manu Chao – che alla fine del lungo tour documenterà l’impresa nel libro Un train de glace et de feu.

Il giro incomincia, ovunque la carovana è accolta da gioia ed entusiasmo, anche se i problemi non mancano: incidenti, mancati finanziamenti, perquisizioni della guerriglia delle FARC, dell’esercito, dei gruppi para-militari foraggiati dai cartelli della droga, il tutto senza sapere se il giorno dopo ci sarà un altro concerto o qualche situazione d’emergenza costringerà tutti a tornare a casa.

La cosa più difficile da spiegare alle varie istituzioni, legali e non, che a turno presiedono la parte interna della Colombia è il perché un gruppo rock francese di buona fama si sia imbarcato in tutto questo, senza guadagnare un dollaro.

Non mancano momenti di tensione, controlli al limite della legalità e paura. D’altronde si sta viaggiando con un treno scassato nella selvaggia Colombia, un far west fuori tempo massimo, fra i territori allora più pericolosi del mondo.

Il 18 novembre del 1993 la carovana arriva a Santa Marta. La Mano è stanca, sono in Colombia da quasi un mese e lo stress inizia a farsi sentire. Jo, il bassista, si è rotto un piede e i promessi sponsor per continuare il tour stanno facendo un passo indietro. Senza considerare che i controlli dei militari a ogni tappa si fanno più insistenti e fastidiosi.

A peggiorare le cose, durante la seconda data a Santa Marta, ci si mette il governatore della città, non esattamente l’idolo dei cittadini. L’uomo pretende di salire sul palco per un breve saluto al pubblico e Manu e i suoi, per evitare ulteriori problemi, sono costretti ad acconsentire. Ma scendere a patti con il potere non è nel nda di Manu Chao e scatta la contromossa. Appena la band inizia a suonare il musicista franco-spagnolo intona el pueblo unido jamas sera vencido, frase simbolo della ribellione in tutto il Sud-America, dal Cile all’Argentina senza dimenticare, ovviamente, la Colombia.

Una follia in un paese in guerra, una follia non senza conseguenze: il giorno dopo quattro membri della Mano Negra lasciano la Colombia per fare ritorno in Francia. Troppo pericoloso restare lì ancora. Quello di Santa Marta sarà l’ultimo concerto della band francese.

Manu invece resta, nonostante la mancanza di sponsor, nonostante le minacce, la paura e i disagi continui. È troppo bello vedere vecchi e bambini poveri che danzano scoprendo sorrisi sdentati al suono delle sue canzoni. E si andrà avanti ancora per settimane finché, ormai a corto di fondi e con il treno ormai a pezzi, la carovana terminerà il suo viaggio.

Manu non ha guadagnato niente da quel viaggio e la sua band è ormai prossima allo scioglimento, che avverrà dopo qualche mese. Eppure quell’esperienza, quei visi segnati dalla vita e dalla povertà, le tante perle di saggezza e verità raccolte lungo il cammino, germoglieranno nella sua mente e faranno un giardino. Un giardino composto di suoni, racconti, abbozzi di idee, frammenti di storie uniche e irripetibili che confluiranno in uno dei dischi più importanti e significativi degli anni novanta: Clandestino.

Molti anni dopo una ragazza di Barcellona partirà per la Colombia, ripercorrendo nel suo viaggio tutto l’itinerario che tanti anni prima percorse la carovana. Con se porterà diverse copie del libro di Ramon Chao da regalare ai tanti campesinos che avevano assistito ai concerti della Mano Negra. Con sorpresa prenderà atto che tutti ricordavano con gioia quell’esperienza, accettando il libro con rispetto e gratitudine. D’altronde quella era la loro storia, la storia di un treno magico che per un po’ di tempo portò follia e libertà d’espressione nel far west del mondo.

Un musicista dall’alto livello di figaggine: elogio a John Taylor e al suo impeccabile stile

di Federico Traversa

Ieri sera dopo cena, io e mia moglie siamo finiti a cantare a squarciagola Wild Boys dei Duran Duran, una performance a cappella di quasi dieci minuti per la gioia dei nostri figli, Leonardo e Alessandro, che ballavano come matti divertendosi alla grande.

Perché mai è successo? Colpa di Maurizio Becker, capo redattore di Classic Rock Italia, che sul suo profilo facebook ha postato una foto di qualche anno fa dei Duran Duran in barca a Venezia.

Cristo, John è sempre un figo, ho detto io.

Io preferivo di gran lunga Le Bon, ha replicato mia moglie che – come avrete certamente intuito vedendo chi ha sposato – di uomini capisce poco e male.

A quel punto mi sono inalberato: stavamo parlando del bassista dei Duran Duran, indiscutibilmente il musicista più bello, stiloso e cool degli anni Ottanta e probabilmente anche dopo, almeno fino all’arrivo di Chris Cornell.

Non ho detto il più bravo, quindi non scaldatevi.

Sì lo so, allora le ragazze scrivevano libri su come riuscire a sposare Simon Le Bon, si strappavano i capelli per George Michael e Nick Kamen, per non parlare degli sbalzi ormonali nel vedere l’immenso Nikki Sixx a torso nudo suonare il suo basso opuure Bret Michaels dei Poison intonare quella specie di metal appiccicoso come un big bubble. Per non parlare di Morten Harket degli Ha-ha, che sussurrava di “prenderlo” nella celebre Take on Me, e non dimentichiamo gli occhi languidi e i riccioli biondi di Joey Tempest degli Europe. Tutto vero, niente da dire. Ma figo tout court come John Taylor non lo è mai stato nessuno. Lui, i suoi capelli scalati col ciuffo, lo spolverino aperto, la camicia sbottonata, lo sguardo torvo, il basso imbracciato con assoluta naturalezza.

Lo amavamo anche noi maschi etero, perché da uno come John c’era solo da imparare. Per come vestiva, per come camminava, per le donne bellissime a cui si accompagnava, a partire dalla super top model Renee Simonsen fino alla biondissima Patsy Kensit, senza considerare la lunga serie di altre bellissime fanciulle.

Musicalmente, per quanto i Duran Duran non fossero esattamente dei fulmini di guerra – seppure il tempo li abbia poi parzialmente rivalutati – lui se la cavava più che bene. Assai ispirato da un punto di vista compositivo, oltre agli album con i DD e i Power Station, restano una manciata di dischi solisti, di cui alcuni davvero pregevoli, a testimoniarlo.

John è sempre stato una sicurezza anche sul palco, e se non ci credete andate a sentire come pestava “live” quando militava nei Neurotic Outsiders, il super gruppo targato anni Novanta messo su con Duff McKagan, Matt Sorum e Steve Jones.

Infine, sorpresa delle sorprese, bravo persino con la penna. Il suo libro – In ThePleasure Groove – non sarà la miglior autobiografia del mondo per quel che riguarda i contenuti ma è certamente notevole per lo stile con cui è stata scritta, e pare che il nostro ci abbia messo molto del suo.

Super cool anche quando, qualche mese fa, ha annunciato via social di aver sconfitto il Covid, consigliando a tutti di non prendere il virus sottogamba e fare attenzione.

Oggi, quel ragazzo nato a Birmingham il 20 giugno del 1960, ha superato la boa dei sessant’anni, da tempo vive in California con la moglie di lunga data, la stilista Vela Nash, è tornato da qualche anno con i Duran Duran e se la gode alla grandissima. L’ultimo disco della band – Paper Gods uscito nel 2015 – è stato un successo quasi inatteso, con show sold out in tutto il mondo.

Inutile aggiungere che Mr Taylor è sempre un gran figo, come al solito.

Questo, più o meno, stavo spiegando a mia moglie ieri sera ma lei mi ha fatto la linguaccia.

Se vuoi vedere uno davvero insuperabile vatti a cercare le foto d’epoca del cantante dei Bauhaus, non c’è paragone.

A quel punto – fermo restando il mio assoluto rispetto nei confronti di Peter Murphy – ho aperto la finestra per far uscire la castroneria vomitata dalla splendida donna che mi ha reso due volte padre e, come posseduto dallo spirito vendicativo del Telegattone, ho intonato Wild Boys, prima sottovoce e poi a squarciagola, con tutto il fiato che avevo in corpo.

Preso in contropiede dalla raffinata bellezza del mio groove, lei mi è venuta dietro.

E a ruota i bambini. Mancava solo Maurizio Seimandi ad annunciare Superclassifica Show e si era tornati all’anno di grazia 1984.

E niente, amici, in questo difficilissimo e assai bastardo 2020, nella mia disfunzionale famiglia succede anche questo.

Flavio Gaggero – La Grande Anima di questa città

di Federico Traversa

C’è un personaggio nella tradizione zen che si chiama Hotei ed è una specie di grasso Babbo Natale senza la barba. Lo avrete visto sicuramente nelle tante statuette che lo raffigurano, molti credono erroneamente sia il Buddha.

Pelato, sempre sorridente, ha un rosario al collo e un borsa a tracolla che non si svuota mai, con cui nutre i poveri e i bisognosi.

Pare che la sua figura derivi da un monaco Chan di grande bontà, di nome Qìcǐ ma conosciuto come Maitreya, che visse intorno al 500 d.C. sotto la dinastia Liang.

Altre fonti lo pongono invece in India; il suo nome era Angida, un abile cacciatore di serpenti dal cuore d’oro: dopo averli catturati toglieva loro il veleno per evitare che mordessero i passanti e poi li liberava.

Sia quel che sia, oggi Hotei è una figura leggendaria e rappresenta prosperità, generosità e amore.

Nella tradizione zen si dice che possa cavar fuori dalla sua borsa tutto quello che serve per aiutare le persone che incontra.

Sei un assettato? Lui ti sorride e tira fuori una bottiglia d’acqua.

Sei arrabbiato perché ti si è bucata una gomma della macchina? Ecco che dalla borsa esce dello spray per ripararla.

Hotei è quello che nel buddhismo viene definito un bodhisattva, cioè una persona che spinta dalla compassione sceglie di lavorare per l’illuminazione e il bene di tutti gli esseri viventi. Lui è tra noi per servire e non per essere servito.

Flavio Gaggero di mestiere fa il dentista, è un cristiano praticante e di buddhismo credo sappia molto poco, eppure è forse la persona più simile a Hotei che abbia mai incontrato.

Sempre allegro, sorridente, felice, se gli chiedi come va risponde immancabilmente: “Bene, anzi benissimo”, perché la vita per lui è un regalo del buon Dio e il solo fatto di esserci va salutato con gioia, figurarsi poi se si è nati nella parte fortunata del mondo.

In quasi quarant’anni che lo conosco non l’ho mai visto arrabbiato, pensieroso, oppure triste. Persino quando ha avuto problemi di salute importanti il suo bellissimo sorriso non l’ha mai abbandonato.

A 84 anni suonati lavora ancora 12 ore al giorno curando gratuitamente migranti, senzatetto, indigenti, anziani con la pensione sociale, chiunque abbia bisogno insomma. Tutti i poveri cristi in difficoltà che hanno mal di denti ma non possono permettersi l’intervento di qualcuno che glielo faccia passare da lui trovano ristoro.

Ma non pensate a un dentista terzomondista costretto a raffrontarsi solo con pazienti vittime del giogo della brutalità sociale; dal buon vecchio Flavio transitano così tante bocche importanti che i media si sono spesso occupati di lui definendolo, con poca fantasia, “il dentista dei vip”.

Da Renzo Piano a Gino Paoli, passando per Beppe Grillo, Ornella Vanoni e le buone anime di Don Gallo e Paolo Villaggio, quello studio ha visto davvero di tutto.

L’unica differenza fra i pazienti è che se sei ricco e famoso paghi l’otturazione, mentre se sei una persona in difficoltà non solo non paghi il lavoro, ma probabilmente esci dallo studio con il portafoglio un po’ più pesante, merito delle corpose donazioni di questo Hotei col trapano in mano, che se non ci fosse andrebbe inventato.

Ho iniziato a frequentarlo da piccolo, bambino pauroso con i denti storti, per poi ritrovarmelo durante i miei anni di collaborazione con Don Gallo e la Comunità San Benedetto al Porto. Oggi Flavio, a cui da qualche anno sono finalmente riuscito a dare del tu, è l’amico fidato che tende la mano ai “miei migranti”, un gruppo di amici nigeriani in difficoltà che cura gratis appena glielo si chiede, e ai quali a volte riesce persino a trovare qualche lavoretto.

Quando ho saputo della sua candidatura con la Lista Sansa mi ha fatto veramente piacere, Ferruccio non solo è un collega che stimo per le sue inchieste sempre corrosive e interessanti, ma una persona ispirata e seria. E aver offerto questa possibilità a Flavio un gesto che dimostra grande umanità. Perché, parliamoci chiaro, la politica – al netto di competenze, budget, progetti ed idee – ha un disperato bisogno di bontà. Si ho detto bontà. Per far politica davvero efficacemente credo serva avere dentro di sé quel sentimento di empatia che arde come un fuoco sacro, e spinge a perseguire il bene comune. Te ne dovrebbe importare, e tanto, delle persone per fare questo mestiere. Lo ripeto: serve bontà, poi esperienza e infine lungimiranza. Con queste tre caratteristiche quel piccolo indiano che chiamavano Mahatma – che vuol dire grande anima – ha sconfitto gli inglesi senza alzare un dito.

Anche Flavio Gaggero é un mahatma, e spero che la sua elezione possa portare in Regione quella bontà necessaria per sconfiggere tutto l’egoismo, l’indifferenza e l’ignoranza gretta di una politica che per anni se n’è fregata degli altri, e ha pensato solo a far mettere le chiappe al sole agli amici, e agli amici degli amici, condendo il tutto con slogan, propaganda becera e passerelle.

D’altronde, come diceva sempre Don Gallo al suo cardinale, i peccati capitali non sono solo sette ma ne esiste un ottavo, forse il più grave: l’indifferenza.

E Flavio Gaggero, come Don Gallo, Gandhi e il panciuto Hotei, è tutto fuorché indifferente.

Forza, Grande Anima!

Shane MacGowan – cadute e miracoli del santo bevitore dei Pogues

di Federico Traversa

Se Charles Bukowski fosse nato a Dublino e invece di scrivere si fosse gettato a capo fitto nella rivisitazioni accelerate del tradizionale folk irlandese, ci sono buone possibilità che si sarebbe chiamato Shane MacGowan.

Il frontman matto dei Pogues è uno di quei personaggi difficili da raccontare in poche pagine. Parliamo di carne, sangue e whisky che si mescolano nella stessa tazza per la zuppa, un sogno alcolico vestito da poesia che incendia i cuori dei figli del pub da quasi quarant’anni.

Nasce il giorno di Natale del 1957 a Tunbridge Wells, in Inghilterra. I suoi genitori, fieramente Irish, sono lì in vacanza da alcuni parenti. La madre è una cantante/ballerina di musica tradizionale irlandese che fa la modella a Dublino, mentre il padre uno scrittore.

Shane vive in una fattoria della contea di Tipperary, in Irlanda, fino all’età di sei anni, poi la famiglia si trasferisce a Londra.

Nella capitale inglese cresce ribelle e confuso come tutte le persone autentiche.

Nel 1976, dopo aver visto dal vivo i Sex Pistol, entra a far parte della scena punk londinese.

Sempre in quell’anno, mentre assiste a un concerto dei Clash completamente ubriaco, cerca di baciare una ragazza che gli addenta l’orecchio con un morso. Il giovane MacGowan rotola a terra e inizia a perdere sangue. Un giornalista assiste all’accaduto e scatta una foto. Quell’immagine capeggerà sul giornale del giorno dopo sotto al titolo: “Cannibalismo al concerto dei Clash”.

Quando non viene azzannato dalle ragazze ai concerti, Shane lavora in un negozio di dischi, cura una fanzine di sua creazione chiamata Bondage e milita nei Nipple Erectors, un gruppo punk che ha formato con l’amica Shanne Bradley.

Dopo l’uscita del primo singolo King Of The Bop (1976) – prodotto da Stan Brennan, il datore di lavoro di Shane al negozio di dischi – il gruppo cambia nome in The Nips e registra altri tre singoli.

La formazione è tutto fuorché stabile, per un periodo alla batteria siede anche Jon Moss, prima di accasarsi con i Culture Club e vendere milioni di copie insieme a Boy George.

I Nips si sciolgono alla fine del 1980, della loro gloriosa storia resta un album dal vivo, Only The End Of The Beginning, e l’orgoglio di aver aperto gli show di gruppi mitici quali Jam e Clash.

Nello stesso periodo in cui milita nei The Nips, Shane suona la chitarra anche in un altro gruppo punk, The Millwall Chainsaws, in cui si alterna alla voce con Peter Stacy, un tipo tosto originario di Eastbourne che tutti chiamano Spider. E poi ci sono Jem Finer – un amico di Shane che sa suonare banjo, mandolino, sassofono e ghironda – Jamers Fearnley (chitarra) e Andrew Ranken (percussioni). È più o meno questa la formazione, perlomeno dal 1982, perché all’inizio la line up dei The Millwall Chainsaws cambia molte volte, esattamente come il loro nome. Saranno prima i The New Republicans, poi i Pogue Mahone e solo alla fine arriverà il nome della leggenda: The Pogues.

Il loro stile? Una mescola di musica tradizionale irlandese, poesia, folk e rock n’roll, il tutto benedetto da un’attitudine punk ubriaca.

Shane rimane con la band dal 1982 al 1991, realizzando cinque incredibili dischi (Red Rose for Me, Rum, Sodomy and the Lash, If I Should Fall from Grace with God, Peace and Love ed Hell’s Ditch) e due Ep (Poguetry in Motion e Yeah, Yeah, Yeah, Yeah, Yeah), che vendono tantissimo, rivoluzionano il modo di approcciarsi al folk e trasformano i Pogues in un gruppo di culto assoluto.

Il resto lo fa la leggenda di Shane, il cantante perennemente ubriaco che impreca sul palco, vive una vita sregolata e sull’orlo del baratro ma è capace di amare spremendosi il cuore fino all’ultima goccia di vita. Ironico, confuso, passionale, onesto. Un’adorabile testa matta a cui si finisce per perdonare tutto, o quasi.

Ed è così che lo descrive la giovane scrittrice Victoria Mary Clarke in una lunga serie di interviste che poi finiscono nel suo libro A Drink with Shane McGowan. Incontri che si rivelano galeotti visto che i due si mettono insieme, e dopo molti anni di convivenza recentemente hanno addirittura convolato a nozze.

I giorni di Shane con i The Pogues terminano nel novembre 1991 durante un tour in Giappone. La motivazione? Lui è ingestibile, ogni notte un pericolo, un ritardo, la paura che non riesca a raggiungere il palco, senza scordare le rovinose cadute, le facciate per terra, le risse da ubriaco, i denti in bocca sempre di meno e i chili intorno alla vita sempre di più. Eppure quando sale sul palco, la barba lunga, i capelli spettinati, gli occhiali scuri e quella voce penetrante corrosa dall’alcool, l’autore di If I Should Fall From Grace with God è dannatamente vero.

Dopo la sua uscita dal gruppo, seppur intraprendendo un percorso professionale frammentario e accidentato, MacGowan realizza cose pregevoli, spendendosi in duetti e featuring vari – come dimenticare la versione What A Wonderful World di Louis Armstrong realizzata insieme a Nick Cave per il Natale 1992 che è diventata ormai un classico – ma faticando a portare avanti progetti più lunghi e articolati. Tra visioni abbozzate e collaborazioni arriva un disco solista nel 1994 – The Snake, dove appare crocifisso in copertina – e una nuova band per accompagnarlo che ironicamente chiama The Popes. Disco ispirato e sottovaluto, tra l’altro, con uno inaspettato Johnny Depp, grande amico di Shane, a suonare la chitarra in That Woman’s Got Me Drinking, secondo singolo estratto dalla raccolta.

Tre anni dopo arriva un nuovo album con i The Popes, The Crock of Gold, poi basta.

All’inizio del nuovo millennio eccolo tornare con i Pogues per una serie di concerti, che si ripeteranno fedelmente negli anni, ma niente musica nuova.

Shane continua con la sua condotta di vita scapestrata, le esagerazioni e l’amore per il disegno, che ha sempre coltivato al pari della musica.

Alla voce problemi, come dicevamo, il materiale non manca, basti pensare che nel 2001 l’amica Sinead O’ Connor, non esattamente un esempio di condotta monastica, arriva a denunciarlo alla polizia inglese per possesso di eroina nella speranza che l’arresto possa salvarlo dal baratro in cui è precipitato. Qualche anno dopo, passata tanto la scimmia quanto l’incazzatura, Shane la ringrazierà pubblicamente.

In un’intervista di qualche anno fa il cantante ha dichiarato di aver iniziato a bere all’età di cinque anni, quando la sua famiglia gli diede la Guinness per aiutarlo a dormire visto che soffriva d’insonnia, e che suo padre lo portava spesso al pub vicino a casa mentre beveva con i suoi amici.

Anche alla voce dentatura le cose non sono certo migliorate con gli anni. L’ultimo dei suoi denti naturali è caduto, stroncato dalla solitudine, nel 2008. Dopo anni da sdentato, nel 2015 Shane si è finalmente deciso a farsi rimettere in sesto la bocca, sottoponendosi a una procedura di nove ore, con otto impianti in titanio incastonati nelle mascelle più un dente d’oro, quest’ultimo per sfizio. La procedura è stata oggetto di un programma televisivo di un’ora intitolato Shane MacGowan: A Wreck Reborn.

Un antipasto in vista della sobrietà, visto che qualche mese dopo la moglie Victoria Mary Clarke ha rivelato alla stampa che Shane è sobrio “per la prima volta da anni”. La donna ha spiegato che a seguito di un grave attacco di polmonite, aggravato da un infortunio all’anca estremamente doloroso che ha richiesto una lunga permanenza in ospedale, il cantante è stato costretto a smettere di bere. E una volta dimesso ha perseguito con la buona abitudine.

Ma le belle notizie dal mondo del figlio ubriaco d’Irlanda non sono finite qui. Qualche mese fa, all’inizio della pandemia da Coronavirus, è arrivato un annuncio che quasi nessuno si aspettava: Shane sta lavorando a un nuovo disco d’inediti!

A rivelare la notizia è stato l’Irish Sun che ha parlato di un MacGowan in studio con la band dei Cronin, dei fratelli Mick e Johnny Cronin.

Solitamente i cantanti con l’età si ammorbidiscono, ma Shane sta andando esattamente nella direzione opposta, le sue nuove canzoni sono come una tempesta, stavano quasi facendo volare via il tetto dello studio. Shane è ancora punk” ha rivelato Johnny al Sun, aggiungendo che sono state registrate già cinque canzoni.

Se consideriamo che il suo ultimo lavoro in studio con i Popes è del 1997, e l’ultima registrazione è stata la cover per beneficenza I Put a Spell on You incisa insieme a Nick Cave, Bobby Gillespie, Chrissie Hynde, Mick Jones e altri nel 2010, capirete che la notizia ha del clamoroso.

E intanto l’amico Johnny Depp sta producendo un documentario su di lui.

Nel bel mezzo di questo funesto 2020, nonostante sia spesso costretto a muoversi in sedia rotelle per il riacutizzarsi del problema all’anca, Shane MacGowan sembra più vivo che mai. Redivivo aggiungerei.

Vuoi mai che nel centesimo anno dalla nascita di Charles Bukowsi, il suo equivalente musicale torni veramente a noi con qualcosa di nuovo?

Su i calici, allora, ma senza esagerare… che i denti nuovi costano!

100 anni di Bukowski

Vita e morte di un cavallo vincente

di Federico Traversa

Charles Bukowski, per gli amici il ‘buon vecchio Hank’ avrebbe compiuto oggi 100 anni e, al netto delle birre, credo ci avrebbe scritto sopra una poesia assai poco celebrativa. Come al solito niente sconti, a nessuno, a partire da sé stesso. D’altronde a lui la vita non non ne ha mai fatti. Figlio di una severa donna tedesca, austera e poco propensa all’empatia, e di un sergente americano di origini polacche violento, arrabbiato con la vita e del tutto incapace di trasmettere amore, Buk ha dovuto stringere i pugni e lottare sin da bambino.

Poco affetto e tante botte a casa, ghettizzato a scuola per via di una devastante acne giovanile che lo aveva reso una specie di mostro butterato, si allena a schivare e a resistere ai colpi da subito, come ben scrive in “Panino al Prosciutto” , il romanzo sui suoi turbolenti anni giovanili.

E deve continuare a lottare anche da adulto, quando lascia la casa degli odiati genitori e, perso nella Los Angeles del dopoguerra, inizia a collezionare sbronze, lavori sottopagati, motel di quart’ordine, donne disturbate e rifiuti su rifiuti da parte degli editori. Già perché quelle frustrazioni, quella rabbia, quella voglia di dimostrare a se stesso di essere qualcuno, Hank la sublima scrivendo amari ed ispirati versi, oppure caustici racconti capaci di descrivere meglio di una fotografia quel mondo di ultimi e disadattati che la società perbenista vorrebbe da sempre nascondere sotto il tappeto.
Eppure gli editori non lo considerano, no grazie su no grazie, umiliazioni, speranze tradite. Cambiano i mestieri – leggete “Factotum” se sentite di essere incompresi sul lavoro e poi ne parliamo – le relazioni, i motel, ma non il disperato amore di Hank per la vita.

Arriva il matrimonio con la poetessa texana Barbara Frye, che sposa senza averla mai vista, e che dirige la rivista Harlequin, sulla quale sono state pubblicate alcune sue poesie. E comunque lui l’aveva sempre detto che si sarebbe fatto ammazzare per la scrittura, figurarsi se lo spaventavano delle nozze di convenienza!

Il matrimonio dura meno di due anni, poi Buk é di nuovo in strada, a bere nei bar con quella ciurma di pazzi vagabondi che rappresentano la materia prima con cui plasma le sue storie.

In quegli anni beve talmente tanto da rischiare la pelle e finire in ospedale con un’ulcera perforata, da cui si salva solo grazie all’odiato padre, che gli dona un paio di sacche di sangue e gli regala un’assicurazione.

Nel 1964 Frances Smith, una delle tante donne con cui condivide un pezzo di vita, partorisce Marina Louise, sua figlia. Se con il sesso femminile avrà sempre un rapporto conflittuale – vedi cosa racconta in “Donne”, probabilmente il suo capolavoro – con Marina sarà sempre un padre dolce, affettuoso, capace di sciogliersi.

La bambina però cresce con la madre e non con lui, sempre più perso nel cuore nero della Los Angeles notturna, che prima vive e poi scrive.

Dopo anni di stenti, risse nei bar, scommesse alle corse di cavalli, sbronze, sesso cattivo e un odiato lavoro alle poste, anni in cui non smette un solo giorno di scrivere, Hank ce la fa, poco alla volta ma ce la fa, diventando uno scrittore underground molto conosciuto in città; i suoi racconti e poesie vengono pubblicati sulle principali riviste letterarie, quelle che oggi, nel nostro mondo fatto di smartphone, social e imbecillità non sappiamo più neanche cosa siano, sostituite da… Niente.
Il resto lo fa “Taccuino di un vecchio porco” , una delirante serie di racconti che Buk pubblica a puntate prima sull’Open City di Los Angeles, ennesimo giornale underground dell’epoca, e poi su Los Angeles Free Press.

Nel 1969, John Martin, un ricco imprenditore che ha deciso di fondare una casa editrice, si innamora dei suoi scritti e gli offre 100 dollari al mese per tutta la vita per scrivere i suoi libri e pubblicarli con la Black Sparrow Press. Ce ne fossero oggi di mecenati cosi, grazie John!

È il premio a una vita di stenti e fatica, la vittoria più bella sul ring dell’esistenza, e pazienza per i tanti pugni presi. Quando ce la fai anche le cicatrici diventano poesia.
Hank finalmente si licenzia dall’odiato lavoro alle poste e può dedicarsi all’unica cosa di cui davvero gli freghi qualcosa: scrivere.

A 49 anni, Charles Bukowski é a tutti gli effetti uno scrittore di professione. Meno di un mese dopo il suo licenziamento esce “Post Office”, il libro della consacrazione. Come in tutti i suoi romanzi, eccetto forse “Pulp” , lo scrittore inventa ben poco, raccontando la sua vita e quella degli strani personaggi che incontra. Siamo dalle parti del verismo più nero e crudo, forse un poco esagerato e reso più caustico dal vino, ma certamente autentico.

Dai 50 anni in poi il buon vecchio Hank si riprende con gli interessi quello che la vita non gli ha dato prima. Diventa uno scrittore famoso, tiene reading dall’alto tasso alcolico seguiti da centinaia di studenti che lo venerano come una rockstar, fa l’amore con donne giovani e bellissime, le stesse che anni prima lo denigravano per il suo viso deturpato dall’acne. Viene realizzato persino un film su di lui, “Barfly”, a cui collaborerà senza troppa voglia, con Mickey Rourke a interpretarlo.

La folle lavorazione della pellicola, manco a dirlo, Buk la racconta in uno dei suoi ultimi romanzi: “Hollywood Hollywood!”.

Si riprende tutto con gli interessi, insomma, anche la salute, grazie all’incontro con la giovane Linda Lee Beighle, proprietaria di un ristorante di cibo salutare, aspirante attrice e devota del mistico indiano Meher Baba. Con Linda a fianco, Hank riesce a bere un po’ meno e a condurre una vita meno sregolata, tanto da arrivare a dichiarare che l’incontro con quella biondina gli ha regalato 10 anni di vita.

Dall’incasinata East Hollywood si trasferisce con la Beighle nella comunità rurale di San Pedro, nella zona più a sud di Los Angeles, dove si dedica al giardino, ai suoi amati gatti e alla scrittura. Meno volentieri a incontrare i tanti aspiranti scrittori che ogni giorno bussano alla sua porta, anche se poi un momento lo trova per tutti.

E poi continua a scrivere, ogni giorno, taccuini di racconti e poesie, sempre e immancabilmente buttati giù con la fedele macchina da scrivere.

Abbastanza sereno – non parlo di felicità perché alla felicità le persone intelligenti gli si tengono tutto sommato distanti – Buk ci lascia il 9 marzo del 1994, a 73 anni, colpito da una leucemia fulminante.

Negli ultimi anni si era avvicinato al buddhismo quindi sospetto fosse venuto a patti con la morte, accettandola serenamente. Per lo meno è questo ciò che si percepisce leggendo “Pulp”, il suo ultimo romanzo, e alcune poesie del periodo.
Il buon vecchio Hank probabilmente l’ha spuntata anche stavolta…

D’altronde i cavalli di razza non si vedono all’arrivo?

E tanti auguri Buk!

L’Italia ai tempi del Coronavirus: è tempo di silenzio. di Federico Traversa

C’é chi si incazza perché c’é ancora gente in giro, e chi perché ritiene ingiusto restare a casa. Chi soffre sentendo il peso delle limitazioni e chi se la vive come Jerry Calà in “Villaggio Vacanze”. Ci sono i media e i dottori a fare terrorismo alla tv, e sono pressoché gli stessi che un mese fa banalizzavano tutto all’urlo di “Dai é solo un’influenza”.

Si snocciolano i numeri, si fanno i grafici, si ipotizzano catastrofi.

“Ci stanno rubando la libertà, é l’anticamera del regime” dicono di qua.

“State a casa, coglioni, che se ci ammaliamo tutti é una carneficina” dicono di là.

Su watsup lo zio del cugino della moglie del cognato di tale ha ricevuto un vocale dalla cugina della sorella della madre di tizio che é virologo, e dice che il virus non te lo prendi se mangi 2kg di arance al giorno per un mese.

A patto che tu riesca a sopravvivere alla dieta, questo é sottointeso.

L’incubazione é di 14 giorni.

No sono 21.

Devi stare a un metro.

No a 4.

Il virus d’estate va via.

Macché si mette il costume e sguazza di naso in bocca.

Andra avanti 2 anni.

No in 20 giorni finisce.

È la natura che ci punisce per come trattiamo il pianeta.

Ma quando mai? L’hanno creato gli americani per fiaccare l’economia cinese e l’Italia ci é finita dentro per la storia della via della seta.

Ma non l’aveva passata un serpente in un mercato di Wuhan?

Quei cinesi mangiano di tutto, che schifo.

Ma stai zitto, che ci hanno salvato il culo con mascherine e tutto quanto.

Comunque muoiono solo i vecchi.

Seee, creditelo, mi ha detto una mia amica anestesista che ci sono un sacco di trentenni intubati. Sono morti pure ragazzi di 16 anni, siamo spacciati.

Ma avevano patologie.

No, erano sani.

Moriremo tutti.

Non morirà nessuno.

E comunque l’economia crollerà. Tra meno di un mese saremo tutti a svaligiare i supermercati. Bisogna riaprire tutto, sennó é la fine.

Chiudere chiudere chiudere, sennó ci contagiamo tutti e il sistema sanitario crollerà definitivamente.

È già crollato.

Non è vero, resiste.

Tu ce l’hai la mascherina? Quelle chirurgiche non vanno bene.

Sì che vanno bene

Mia moglie ne ha fatto una con la carta da forno.

Il virus è piccolo, passa.

No non passa, e comunque meglio che niente.

Comunque i casi sono almeno 10 volte di più e per la maggior parte asintomatici quindi la letalità é più bassa.

I morti in casa non finiscono nelle statistiche, é più alta.

Fratello prendila easy, si muore perlopiù col coronavirus, non di coronavirus.

Sciocchezze é il coronavirus che ti ammazza.

Oh ma il campionato? La Champions?

SILENZIO!

Ce la fate ad ascoltare un istante, uno solo, quanto é bello e aiuta il silenzio?

E poi, visto che non si possono trovare risposte là fuori, che ne dite di provare a cavalcare questo silenzio e vedere di trovare qualche piccola risposta dentro noi stessi?

Quando sulla superficie del mare infuria la tempesta e le onde sono alte, basta scendere in profondità di qualche metro e a poco a poco le acque si fanno silenziose, calme e tranquille.

Ripartiamo da questa tranquillità, da questo silenzio. Facciamolo per noi e per rispetto dei tanti che hanno perso la vita, per le loro famiglie decimate.

Tutto cambia, tutto muta. Tutto passa. Lo farà anche il Coronavirus.

Cerchiamo se possibile di imparare tutti qualcosa da questa brutta esperienza, partendo proprio dal ripensare il nostro atteggiamento e i nostri comportamenti verso il mondo.

Attraverso il silenzio plachiamo le urla e limitiamo il più possibile la paura.

Le scelte fatte nel chiasso, col terrore nelle orecchie e il timore negli occhi sono sempre irragionevoli.

E a noi, mai come adesso, serve coraggio e buon senso.

“Cari figli miei: due chiacchiere con i bambini ai tempi del Coronavirus” di Federico Traversa

Cari figli miei, cari bambini tutti.

Mi dispiace tanto e vi chiedo scusa.

Mi dispiace che ancora così piccoli dobbiate vivere tutto questo. Restare a casa tutto il giorno, senza andare a scuola, senza vedere i vostri amichetti, senza correre all’aperto, senza prendere a calci un pallone. E mi dispiace che ad ogni telegiornale dobbiate vedere la faccia preoccupata di mamma e papà quando sentono le notizie.

Vi abbiamo detto che è tutta colpa del Coronavirus, questo piccolo patogeno che sta facendo tanto male alle persone e se ce lo prendiamo sono guai.

Ma la nostra è un’affermazione parziale, vera solo in parte.

Quello che non vi abbiamo detto è che questo maledetto virus l’abbiamo invitato NOI in casa, gli abbiamo apparecchiato NOI la tavola e aperto NOI la porta. Lo abbiamo invocato come fanno quei ragazzini stupidi che giocano alle sedute spiritiche nei film horror, avete presente? Che poi quando arriva il demone scappano impauriti e finiscono per schiattare uno ad uno…

Come? Col nostro comportamento, il nostro scellerato modo di vivere, la nostra presunzione. La stupidità che ci porta a vivere ammassati in insalubri scatole di cemento che chiamiamo case, a mangiare porcherie, ad avvelenare animali, mari, terre. A vivere sempre più lontani da quella natura capace di regalarci la saggezza necessaria per abitare la vita e questo mondo.

Una stupidità che ci porta a sacrificare tutto in nome del profitto, a spendere milioni di euro in caccia militari e allo stesso tempo tagliare medici, strutture sanitarie e letti d’ospedale.

E quando davvero capita, come oggi, di doverci difendere da un nemico vero, si scopre che è talmente piccolo da non poterlo bombardare con i caccia e le bombe.

Ma serve altro. Servono letti, infermieri, macchine per l’ossigeno, dottori. Serve empatia, volontà, buon senso. Qualità che abbiamo dato via in cambio di qualche comodità e l’illusione della sicurezza.

Vi chiedo scusa bimbi miei, non meritavate di vedere certe scene: le urla, la paura, gli happy hour nelle ore della responsabilità, le stazioni prese d’assalto, l’ignoranza.

Ma non tutto il male viene per nuocere. Oggi ho letto un gran bella riflessione della psicologa Francesca Morelli.

Con saggezza la dottoressa sostiene che il cosmo, Dio, la legge naturale, chiamatela come volete, abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi quando vengono stravolte. E allora ecco che in un momento in cui il cambiamento climatico causato dai disastri ambientali è arrivato a livelli preoccupanti, il mondo è costretto a fermarsi. Certo l’economia malata che ci siamo creati crolla ma il livello d’inquinamento è sceso vertiginosamente in questi giorni e l’aria, mascherine a parte, è più respirabile.

Ma non è solo questo, la Morelli ci fa notare anche che in un’epoca dove fascismi, discriminazione e divisioni stanno soffiando il loro veleno in tutto il mondo, arriva un virus che mostra come tutti, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i non voluti, gli appestati.

Oggi che dobbiamo tutti stare a casa e occuparci direttamente noi dei nostri figli – senza delegare ad altri il compito di farlo, senza correre per arricchire qualcun altro nella speranza di arricchire noi stessi – stiamo poi riscoprendo cose che credevamo perdute, a partire dalla lentezza. Una lentezza funzionale alla vita, che ci fa pensare, gustare il panorama (seppur dalla finestra) e riflettere.

Capite figli miei?

A volte l’universo si comporta come un padre severo e ci impartisce delle lezioni molto dolorose, che ci fanno soffrire. Ma da cui si può, anzi si deve, imparare qualcosa.

Mi dispiace la punizione sia arrivata adesso che siete ancora così piccoli, da poco aperti alla vita, ma due cose mi fanno ben sperare. La prima è che voi bambini siete la categoria meno colpita, e mai in maniera letale, come se l’universo sentisse che non siete certo responsabili di tutto questo. Quindi tranquilli, avrete tutto il tempo per ripartire.

La seconda è che questa esperienza vi insegnerà molte cose, di quelle fondamentali, che se le assimili da piccolo non le scordi più da grande.

La più importante? Che nonostante in molti dicano il contrario se si rallenta non succede niente. Se il mondo va più piano non casca. Si respira solo un po’ meglio. Fatelo a pieni polmoni. E da questa lentezza bella, che aiuta a ragionare, costruite un mondo del futuro più giusto.

Non vedo l’ora di vedervi tornare a correre.

In libreria nuova edizione di “Boom – Viaggio nella Meditazione Trascendentale” di Federico Traversa!

Fra Beatles, David Lynch, fisica quantistica e mantra segreti un viaggio per comprendere cos’è la Meditazione Trascendentale, una delle pratiche più discusse e affascinanti dell’ultimo secolo. 
Con un intervento esclusivo di David Lynch.