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A volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te – Tre libri da leggere per vincere il ritorno al lavoro. Di Federico Traversa

Non è stata una bella estate per il sottoscritto, ci sono stati alcuni problemi da affrontare e la serenità che tanto amo, e a cui tanto bramo, ha bussato poco alla mia porta. Però, fra un’incazzatura e uno scongiuro, la stagione delle vacanze da poco terminata qualcosa di buono mi ha lasciato: il tempo di leggere. E, cosa assai rara, dei tre libri letti nel torrido mese di agosto nessuno mi ha deluso, anzi. Tutti mi hanno motivato a mille nel cercare di focalizzare meglio la mia attenzione, prendermi più tempo per vivere le cose che mi piacciono e che ritengo importanti, e accettare con serenità ciò che non posso cambiare. Più altre varie ed eventuali. Niente male, vero?

E poi c’è ancora chi dice che leggere non serva a niente.

Quindi, amici, eccomi a condividere con voi questi tre gioielli, nella speranza che possano darvi quei benefici che hanno regalato al sottoscritto.

Partiamo dal primo, che ha compiuto un vero miracolo: mi ha fatto tornare la voglia di scrivere. L’avevo persa, credo non sia un segreto, visto che a parte Rock is Dead (scritto più di due anni fa insieme ad Episch e figlio del nostro programma in radio), sono quasi cinque anni che non pubblico qualcosa di nuovo e vivo di ristampe e nuove edizioni dei libri vecchi. Fortunatamente “Un Indovino mi Disse” del grande Tiziano Terzani è riuscito a ricordarmi perché il nostro è un mestiere bellissimo. Perché scrivere è bellissimo.

Si tratta di un testo scritto con cuore e testa che esplora la contraddittoria Asia con la pazienza e la passione con cui si crea un mandala dai mille colori. Due parole sulla trama di questo strepitoso reportage di viaggio: nel 1976 un indovino cinese predice a Terzani che nel 1993 correrà il rischio di morire in un incidente aereo. Giunto alla fine del 1992, il giornalista toscano si ricorda della profezia e decide, più per gioco che per paura, di trascorrere l’intero 1993 senza mai utilizzare aerei ed elicotteri, cosa non semplice se di mestiere fai il corrispondente dall’Asia. Ottenuto da Der Spiegel, il settimanale tedesco per cui lavora, il permesso di non prendere voli per un anno, Terzani racconta il suo incredibile viaggio nel cuore dell’Oriente rispettando la profezia, e quindi muovendosi solo grazie a treni, imbarcazioni, macchine o autobus. E intanto – mentre strada facendo ci racconta magie e tragiche contraddizioni di paesi come Laos, Malesia, Birmania, Cambogia, Mongolia, Cina, Indonesia, Vietnam, eccetera, eccetera – cerca ogni sorta di indovini e astrologi a cui chiedere conferme a proposito della macabra profezia. Un libro non solo da leggere ma da vivere, possibilmente pianificando il prossimo viaggio con la consapevolezza che è sempre meglio, come diceva Terzani, essere pellegrini che turisti.

Ma ora cambiamo genere. Ve lo ricordate il “Il Grande Lebowski?” Più che un film una filosofia di vita, e infatti così viene trattato nello straordinario libro intitolato “Il Drugo e il Maestro di Zen” di Jeff Bridges e Bernie Glassman. Il primo è lo straordinario attore che interpretava lo stralunato Lebowski; buddista praticate da anni, talentuoso musicista e ricercatore spirituale, Jeff è un tipo decisamente interessante. Ma mai come Bernie, l’altro autore del libro. Ex ingegnere aerospaziale, poi maestro di zen fra i più apprezzati degli States, clown per i bambini vittime della guerra e filantropo per i senza tetto del paese, la sua visione della vita è di una semplicità e una bontà quasi disarmanti. I due, amici da una vita, passano un lungo fine settimana insieme in mezzo alla natura discutendo di zen, cinema, filosofia, amore, morte, nascita e vita, fra una citazione del Buddha e una del ‘drugo’. Raramente mi è capitato di leggere qualcosa di tanto profondo e rinfrescante.

Il terzo libro, che ho riletto a distanza di venticinque anni dalla prima volta, più che insegnarmi qualcosa mi ha ricordato quello che già sapevo: non esiste il paradiso e la droga fa male. Pubblicato agli inizi degli anni settanta, “Flash – Katmandu il grande Viaggio” è un capolavoro, forse il più bel libro di viaggio tout court che abbia letto. Se qualcuno ne conosce altri ugualmente avvincenti è pregato di comunicarmelo all’istante. Flash è un libro che leggi a diciassette anni e poi inizi a viaggiare e a drogarti. Poi lo rileggi a 30 e, sei furbo, smetti e torni a casa.

Alla mia età invece te lo godi e basta. Ti godi il racconto di un oriente mitico che non esiste più. Ti godi l’esodo dei giovani hippy che sognavano un nuovo mondo possibile e che il potere ha annientato con speculazioni facili e droga a buon mercato. Ti godi l’innocenza di un mondo che si rallegrava nel progresso ancora ignaro che poi sarebbe arrivato il conto.

Anche qui due parole sulla trama: siamo nel 1969 e il francese Charles Duchassois, allora quasi trentenne, è un tipo sgamato che decide di viaggiare libero in cerca d’avventura ed esperienze forti. Il suo pellegrinaggio lo porta sulle montagne del Libano, con il traffico d’armi e la raccolta dell’hashish, salvo poi condurlo a Istanbul, dove scopre che fumare lo chilon è un’esperienza parecchio divertente; quindi va a Bagdad e poi in India, dove sperimenta l’oppio e altre esotiche stranezze locali, prima che una storia d’amore sbagliata lo conduca nell’inferno di Katmandu dove allora la droga, tutta la droga, è praticamente libera e accessibile a tutti. Da qui la disperata discesa in un inferno fatto di morfina, metedrina, e ogni genere di porcheria. Un degrado inarrestabile che spinge l’autore a scegliere di lasciarsi morire di droga e stenti sulle montagne nepalesi.

Non accadrà, verrà salvato e rimpatriato in Francia, e con il suo arrivo l’occidente per la prima volta vedrà come si riduce un uomo quando diventa un vero e proprio junkie.

Eccole le mie tre chicche, i miei libri da leggere per vincere il ritorno al lavoro e, motivati a mille, magari cambiarlo se non vi soddisfa, oppure salutare tutti, prendere le proprie cose e andare in Asia in treno. O, se siete tipi più rudi, volare fino a Katmandu in cerca di emozioni forti, ma con giudizio sennò vi rimpatriano completamente pazzi che pesate trenta chili.

Personalmente preferisco un bel fine settimana lungo, nella natura, a discutere con qualche amico saggio di quanto zen sia la frase: “A volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te”. D’altronde non sono mai stato questo grande viaggiatore… e comunque il Buddha che conservo sulla mensola, credetemi, dà davvero un tono all’ambiente.

“Una tranquilla estate di paura”di Federico Traversa

Come estate non è stata il massimo, ammettiamolo. La definirei “Una tranquilla estate di paura”, storpiando il titolo di un celebre film.

La foresta amazzonica che brucia. Sempre più plastica ad affogare l’oceano e avvelenare i pesci. L’ebola in Nuova Guinea che ammazza con disarmante facilità ma siccome non esce dall’Africa e non c’è da lucrare troppo sul vaccino – che tra l’altro già c’è – i fratelli neri vengono lasciati morire tra atroci sofferenze. I ghiacciai che si sciolgono alla velocità della luce. Un mondo le cui proiezioni più ottimistiche vedono a un passo dall’autodistruzione. E noi sui social a chiederci chi ci sia dietro Greta Thunberg, cosa realmente voglia questa nuova lobby ecologica o, peggio, perdendoci in ridicole quanto inutili ipotesi sulla crisi di governo.

Già perché mentre il mondo avvelenato ‘ha da pensar a cose più serie, costruir su macerie e mantenersi vivo‘, qui da noi è caduto pure il governo gialloverde, con buona pace di tanti ma non di tutti, e sta per nascere quello giallorosso. Praticamente si fa il giro dell’arcobaleno nella speranza che un daltonico ci metta una pezza.

Roba tosta, amici, in tutti i sensi.

Ma partiamo dagli incendi in Amazzonia, il polmone verde che ossigena questo nostro pazzo mondo. E noi che si fa? Lo si preserva? Macché, si arrostisce una bella fetta di foresta, che già è in pericolosa regressione da decenni, e tanti saluti. Ma perché siamo tanto idioti? La risposta è quasi più stupida della nostra economia di massa: per far posto agli allevamenti intensivi di bestie o di mangimi per le suddette.

Amici vegani non esultate. Se smettessimo di mangiare carne – scelta comunque etica che condivido e apprezzo – non si risolverebbe il problema e lo stesso enorme spazio verrebbe probabilmente utilizzato per coltivare la beneamata soia, che sta alla base di qualsiasi dieta non carnivora.

Il problema è un altro: a questo mondo ormai siamo in troppi. Nel 1900 si stima che la popolazione mondiale fosse di un miliardo e 650 milioni. Nel 1950 è salita a due miliardi e mezzo e nel 2000 è arrivata a sei miliardi mentre oggi siamo circa 7 miliardi e settecento milioni di persone. Praticamente in cento anni ci siamo quasi quintuplicati! Peccato che la superficie della terra sia sempre la stessa, anzi quella vivibile sempre meno perché con il riscaldamento globale alcune zone stanno diventando non più adatte alla vita.

E quindi? Quindi anche un bambino capirebbe che così non può funzionare. E sempre quello stesso bambino suggerirebbe di smetterla di invitare la popolazione a consumare risorse come se fossero infinite, smettere di esortare le persone a fare figli su figli perché tra poco non ci saranno più spazi e risorse a sufficienza per tutti. Ma il nostro sistema economico si guarda bene da suggerire una cosa del genere perché si basa sul consumo e sui debiti contratti dai nuovi nati, che saranno chiamati a lavorare per pagare le misere pensioni degli ultrasettantenni (perché fino ad allora si sarà costretti a lavorare fra non molto) che, grazie al business delle medicine, forse vivranno qualche anno in più.

Un sistema pazzo e fallimentare che quando crollerà farà tanto, tantissimo rumore. Un sistema che non può vincere. Perché è perverso – come diceva il grande Tiziano Terzani – pensare che progresso voglia dire crescita. Un concetto assurdo legittimato dagli occhi a forma di dollaro e dall’ignoranza di chi tira le fila di questa sanguinaria economia globale. Ma perché invece di inseguire la crescita ogni anno non proviamo a produrre lo stesso lavorando e consumando di meno?

Simili pensieri nell’economia attuale sono considerati bestemmie. Quando in qualità di responsabile editoriale di Chinaski Edizioni vengo invitato all’annuale incontro con le varie reti vendita oppure le librerie di catena, non ci si raffronta mica sui programmi, sull’etica, sui sogni. Manco per le palle. Si ragiona sui numeri. Quest’anno hai fatturato 10 con tre libri, un altr’anno devi fare 15 con cinque libri. E se tu provi a dire: “Ok, ma se facessi 9 con due libri sarebbe ugualmente buono, non credete?” vieni additato come un hippy di merda che non sa stare al mondo e non ha voglia di lavorare. Uno smidollato senza sogni, che si accontenta.

E qui parlo del nobile mondo dell’editoria ma credo che negli altri ambienti forse sia anche peggio.

Non capiamo più che siamo qui di passaggio, che la transitorietà tanto nostra che della materia che possediamo deve essere l’unica bussola per vivere in maniera più consapevole, distaccata e fiera, con il traguardo ultimo di lasciare questo mondo che ci ha accolto un po’ meglio di come lo abbiamo trovato. ‘Fasti non foste a viver come bruti‘ scriveva Dante, e nemmeno per consumare a bocca aperta come maiali in un porcile aggiungerei. La natura non è lì perché l’uomo ne faccia quello che vuole. La vita è una danza di tutte le componenti dell’universo che funziona al meglio quando è armonica. È un oceano pieno di plastica non è armonico, così come non lo sono una foresta che brucia, file chilometriche di auto incolonnate per chissà dove, le zucchine e i pomodori tutto l’anno o il mangiare frutta e carne che vengono da paesi che non hai mai sentito nominare, distanti anni luce esattamente come lo siamo noi da quella magnifica armonia che sta alla base della vita.

Occhio perché se questa è stata una tranquilla estate di paura, le prossime potrebbero essere “The Day After”, parafrasando un altro vecchio film che mostrava il mondo il giorno successivo a un conflitto nucleare. Ma se allora la fine era segnata dalla bomba atomica oggi è tutto, se possibile, ancora più stupido eppure sottile.

Ci estingueremo per comodità: un peccato mortale.

Il film sui Queen non mi ha convinto ma la rapsodia italiana è un’altra cosa…

“Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer non è piaciuto più di tanto. Lo so, probabilmente sono uno degli unici al mondo, ma la cosa, vi assicuro, non mi fa sentire speciale. Probabilmente non ho colto delle cose, nel caso segnalatemele, ma prima lasciate che argomenti sul perché la visione della pellicola mi ha lasciato un po’ così, come uno che prenota sei mesi prima per mangiare in quel determinato ristorante e, dopo la tanto agognata cena, si trova a sbadigliare insoddisfatto: “Tutto qui?”.

Partiamo da un dato di fatto: fare biopic fedeli alla storia e allo stesso tempo avvincenti, condensando il tutto in una pellicola di meno di tre ore, è difficilissimo. Quasi impossibile. Quindi la prima regola quando ci si approccia a questo genere di film è non essere integralisti e troppo legati al dettaglio. Tuttavia, quando per amore del drama un personaggio complesso e sfaccettato come Freddie Mercury viene raffigurato alla stregua di una checca egocentrica in pieno trip ormonale per due ore e mezza di film qualcosa non torna. Capitemi, io non ce l’ho con l’interpretazione al limite della nevrosi del bravo Rami Malek, che è un ottimo attore e il cui unico limite, nella circostanza, è quello di non avere quella fisicità animale che rese unico Mercury. Esattamente come non ce l’avevo con Val Kilmer, che nel 1991 interpretò magistralmente Jim Morrison nel film “The Doors”. Lo fece benissimo, davvero, peccato però che Morrison non era soltanto il bel giovane alcolizzato in fissa con la poesia che tinteggiò Stone. C’era ben altro, esattamente come nel caso di Mercury. Ecco, trovo i due film molto simili, sia nei pregi – una fotografia sontuosa, colonna sonora da paura, attori somiglianti e incisivi, una trama emozionante – che nei difetti, su tutti una definizione al limite della macchietta dei due iconici protagonisti che vanifica il resto. Paradossalmente ho trovato più aderente alla realtà “The Dirt” di Jeff Tremaine, il biopic sui Motley Crue, che probabilmente aveva meno pretese autoriali ma ha confezionato una pellicola godibile, tosta, che non scende mai nel caricaturale nonostante si spinga spesso over the limit. Se poi andiamo indietro negli anni, capolavori del genere come Walk The Line – dedicato al man in black Johnny Cash – e Ray, sulla vita di Ray Charles, mi sembrano di un’altra categoria. E sto citando i primi che mi vengono in mente. Non saranno capolavori ma a me sono piaciuti di più pure “Control” su Ian Curtis, “The Runaways” e “8Mile”, anche se definire quest’ultimo un biopic è riduttivo.

Premesso questo, bisogna ammettere che “Bohemian Rhapsody” è stata una manna dal cielo per tutto ciò che circola intorno alla musica: film, libri, riviste di settore. La nicchia, perché questo ormai siamo, di noi addetti ai lavori è tornata per un momento a sentirsi protagonista di qualcosa non soltanto circoscritta a pochi intimi. E altri film stanno arrivando. “Rocketman”, dedicato a Elton John, è vicinissimo all’uscita e si vocifera si stia per girare un biopic pure su sua Maestà David Bowie. Anche il moribondissimo mondo dei libri musicali ha fatto felice il proprio defibrillatore, con i librai – solitamente lontani dai titoli musicali come i vampiri dall’aglio – un po’ più aperti verso il genere. E pure gli scrittori. Infatti in Chinaski è arrivato Antonio Pellegrini a proporci un gran bel titolo che esce il prossimo 15 maggio: “Italian Rhapsody – L’avventura dei Queen in Italia”. Il libro giusto al momento giusto. Di cosa parla? Dello straordinario rapporto di amore reciproco tra i Queen e l’Italia. Un legame nato nel 1984, l’anno d’oro della band nel nostro paese, con le due esibizioni di “Radio Ga Ga” al Festival di Sanremo e i meravigliosi concerti milanesi del 14 e 15 settembre. Il volume di Antonio riporta aneddoti, curiosità, interviste, testimonianze inedite e foto rare o mai pubblicate. Arricchiscono il lavoro una preziosa raccolta di articoli di leggendarie riviste musicali italiane nonché una sezione dedicata ai progetti portati avanti da Brian May e Roger Taylor, i loro live in Italia, la nascita della sigla Queen+ che li vede, negli anni 2000, prima con lo storico cantante rock blues Paul Rodgers e poi con il giovane Adam Lambert.

Realizzato con il pieno supporto e la collaborazione di QueenItalia, la community italiana dei fan dei Queen, che ha fornito prezioso materiale,“Italian Rhapsody” è una testimonianza lucida e completa per conoscere approfonditamente uno spaccato di storia legata al nostro paese di una delle band più iconiche della storia del rock.

Una rapsodia italiana che mi ha colpito decisamente più del film.

E di questo umilmente chiedo venia…

Federico Traversa

CANNAPLASTICA E NON SOLO: LA RIVOLUZIONE GREEN ARRIVA A TORINO

Non facciamo in tempo a scongiurare una disgrazia che ne incombe un’altra. Tempi duri nell’Italietta targata 2-0-1-9. Mentre con un colpo di coda rispettabile e apprezzato il Sindaco di Torino e il Presidente della Regione Piemonte impediscono all’editore fascistello a caccia di notorietà di esporre al Salone del Libro, ecco il Ministro degli Interni focalizzare il suo odio sulla canapa light, i grow shop e tutto l’indotto legato alla cannabis legale. Al solito lui, da immenso statista, va in controtendenza anche rispetto al suo sodale Trump che, a dispetto di qualche slogan pre elettorale, a toccare un mercato così florido non ci pensa nemmeno. Eh sì, perché i reazionari Stati Uniti, su questo argomento, sono anni luce avanti a noi: l’hanno legalizzata da qualche tempo, e non solo in versione light, con più di un beneficio: vari Stati fatturano tantissimi soldi grazie alle tasse e, udite udite, il consumo di cannabis fra i giovani compresi fra i 12 e i 17 anni è sceso dello 0,42%.

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Fascisti al Salone del Libro? Business is business

Allora amici, capisco l’indignazione, capisco che in un momento storico così ricolmo di ignoranza si abbia voglia di ribellarsi e scendere in piazza. Sono d’accordo, ci mancherebbe. Come diceva Don Gallo l’essere antifascisti non è un optional! Rispetto quindi Zerocalcare che ha scelto di non presentarsi al Salone del libro così come rispetto la Murgia che invece ha scelto di esserci. Sento il dovere, tuttavia, per chiarezza e amore della verità, di spiegare ai non addetti ai lavori (gli addetti ai lavori anche se fanno finta di niente certe cose le sanno fin troppo bene) che quello che sta succedendo a Torino con la questione della casa editrice Altaforte sfiora il paradossale. E lo dico con cognizione di causa, visto che con Chinaski Edizioni, la casa editrice che dirigo da 15 anni,ci siamo fatti 8 Saloni di Torino di fila (non ci andiamo più per scelta dal 2013), più la Fiera del Libro di Roma e un sacco di altre manifestazioni del genere. Ebbene, in questi contesti le case editrici di estrema destra, per non dire fasciste, ci sono sempre state e nessuno ha mai proferito mezza parola. Eppure non esponevano dentro una grotta ma in mezzo agli altri. Ne ricordo una che faceva quasi apologia del fascismo; perdonatemi ma ho rimosso il nome e non ho voglia di sforzare la memoria per così poco.

Quindi, siccome non credo di averla vista solo io, perche se ne parla solo quest’anno? Amici editori e scrittori che ora vi stracciate le vesti non credo ve ne siate accorti solo ora. O invece sì?

La verità è che il problema abita da un’altra parte, e cioè nella grassa ignoranza in cui annaspa questa nostra povera Italia targata 2019, una polveriera in cui si combatte a forza di urla, spintoni e slogan da stadio. Un ambiente malsano e putrido dove il virus del fascismo può proliferare indisturbato.

Ma l’editore che si riempie la bocca dicendosi orgogliosamente fascista non è nato oggi, era lì anche ieri. Ha solo pubblicato un libro-intervista su quella sottospecie di politico che si atteggia a ducetto. Tutto qui. E parliamo di gente che su odio, algoritmi e ‘purché se ne parli’ ha costruito la propria fortezza.

Ma, e anche qui voglio essere chiaro, a quelli del Salone di ciò che pubblichi importa meno di zero. Agli organizzatori della tua proposta letteraria non frega niente, basta che paghi lo stand puoi far entrare tutti i libri che ti pare. Non c’è selezione all’ingresso come in discoteca e puoi entrare senza cravatta. Si tratta solo e unicamente di una manifestazione commerciale, un grande business per la città di Torino, la Regione Piemonte e qualche editore abbastanza grosso da… mi fermo qui.

E per tutti gli altri? Salvo rare eccezioni un mezzo bagno di sangue economico ma una bella vetrina e un ottimo modo per ampliare i propri contatti. Fine. L’idealismo, la poesia, i valori, andateveli a cercare pure da un’altra parte.

Quindi, devo constatare con tristezza, che si sta facendo tanto rumore per una cosa che esiste da anni all’interno del cuore di una manifestazione che non ha più cuore di un centro commerciale.

Comunque, visti i tempi, è bene protestare e ricordare ai ragazzi che essere fascisti è un insulto alla propria intelligenza. Però occhio che ciò che si demonizza troppo poi agli occhi dei giovani diventa affascinante. Che gran casino.

Ah, e comunque noi al Salone non ci andiamo neanche quest’anno…

Ciao guagliù

Federico Traversa