Archive for Il blog di Chinaski

Il film sui Queen non mi ha convinto ma la rapsodia italiana è un’altra cosa…

“Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer non è piaciuto più di tanto. Lo so, probabilmente sono uno degli unici al mondo, ma la cosa, vi assicuro, non mi fa sentire speciale. Probabilmente non ho colto delle cose, nel caso segnalatemele, ma prima lasciate che argomenti sul perché la visione della pellicola mi ha lasciato un po’ così, come uno che prenota sei mesi prima per mangiare in quel determinato ristorante e, dopo la tanto agognata cena, si trova a sbadigliare insoddisfatto: “Tutto qui?”.

Partiamo da un dato di fatto: fare biopic fedeli alla storia e allo stesso tempo avvincenti, condensando il tutto in una pellicola di meno di tre ore, è difficilissimo. Quasi impossibile. Quindi la prima regola quando ci si approccia a questo genere di film è non essere integralisti e troppo legati al dettaglio. Tuttavia, quando per amore del drama un personaggio complesso e sfaccettato come Freddie Mercury viene raffigurato alla stregua di una checca egocentrica in pieno trip ormonale per due ore e mezza di film qualcosa non torna. Capitemi, io non ce l’ho con l’interpretazione al limite della nevrosi del bravo Rami Malek, che è un ottimo attore e il cui unico limite, nella circostanza, è quello di non avere quella fisicità animale che rese unico Mercury. Esattamente come non ce l’avevo con Val Kilmer, che nel 1991 interpretò magistralmente Jim Morrison nel film “The Doors”. Lo fece benissimo, davvero, peccato però che Morrison non era soltanto il bel giovane alcolizzato in fissa con la poesia che tinteggiò Stone. C’era ben altro, esattamente come nel caso di Mercury. Ecco, trovo i due film molto simili, sia nei pregi – una fotografia sontuosa, colonna sonora da paura, attori somiglianti e incisivi, una trama emozionante – che nei difetti, su tutti una definizione al limite della macchietta dei due iconici protagonisti che vanifica il resto. Paradossalmente ho trovato più aderente alla realtà “The Dirt” di Jeff Tremaine, il biopic sui Motley Crue, che probabilmente aveva meno pretese autoriali ma ha confezionato una pellicola godibile, tosta, che non scende mai nel caricaturale nonostante si spinga spesso over the limit. Se poi andiamo indietro negli anni, capolavori del genere come Walk The Line – dedicato al man in black Johnny Cash – e Ray, sulla vita di Ray Charles, mi sembrano di un’altra categoria. E sto citando i primi che mi vengono in mente. Non saranno capolavori ma a me sono piaciuti di più pure “Control” su Ian Curtis, “The Runaways” e “8Mile”, anche se definire quest’ultimo un biopic è riduttivo.

Premesso questo, bisogna ammettere che “Bohemian Rhapsody” è stata una manna dal cielo per tutto ciò che circola intorno alla musica: film, libri, riviste di settore. La nicchia, perché questo ormai siamo, di noi addetti ai lavori è tornata per un momento a sentirsi protagonista di qualcosa non soltanto circoscritta a pochi intimi. E altri film stanno arrivando. “Rocketman”, dedicato a Elton John, è vicinissimo all’uscita e si vocifera si stia per girare un biopic pure su sua Maestà David Bowie. Anche il moribondissimo mondo dei libri musicali ha fatto felice il proprio defibrillatore, con i librai – solitamente lontani dai titoli musicali come i vampiri dall’aglio – un po’ più aperti verso il genere. E pure gli scrittori. Infatti in Chinaski è arrivato Antonio Pellegrini a proporci un gran bel titolo che esce il prossimo 15 maggio: “Italian Rhapsody – L’avventura dei Queen in Italia”. Il libro giusto al momento giusto. Di cosa parla? Dello straordinario rapporto di amore reciproco tra i Queen e l’Italia. Un legame nato nel 1984, l’anno d’oro della band nel nostro paese, con le due esibizioni di “Radio Ga Ga” al Festival di Sanremo e i meravigliosi concerti milanesi del 14 e 15 settembre. Il volume di Antonio riporta aneddoti, curiosità, interviste, testimonianze inedite e foto rare o mai pubblicate. Arricchiscono il lavoro una preziosa raccolta di articoli di leggendarie riviste musicali italiane nonché una sezione dedicata ai progetti portati avanti da Brian May e Roger Taylor, i loro live in Italia, la nascita della sigla Queen+ che li vede, negli anni 2000, prima con lo storico cantante rock blues Paul Rodgers e poi con il giovane Adam Lambert.

Realizzato con il pieno supporto e la collaborazione di QueenItalia, la community italiana dei fan dei Queen, che ha fornito prezioso materiale,“Italian Rhapsody” è una testimonianza lucida e completa per conoscere approfonditamente uno spaccato di storia legata al nostro paese di una delle band più iconiche della storia del rock.

Una rapsodia italiana che mi ha colpito decisamente più del film.

E di questo umilmente chiedo venia…

Federico Traversa

CANNAPLASTICA E NON SOLO: LA RIVOLUZIONE GREEN ARRIVA A TORINO

Non facciamo in tempo a scongiurare una disgrazia che ne incombe un’altra. Tempi duri nell’Italietta targata 2-0-1-9. Mentre con un colpo di coda rispettabile e apprezzato il Sindaco di Torino e il Presidente della Regione Piemonte impediscono all’editore fascistello a caccia di notorietà di esporre al Salone del Libro, ecco il Ministro degli Interni focalizzare il suo odio sulla canapa light, i grow shop e tutto l’indotto legato alla cannabis legale. Al solito lui, da immenso statista, va in controtendenza anche rispetto al suo sodale Trump che, a dispetto di qualche slogan pre elettorale, a toccare un mercato così florido non ci pensa nemmeno. Eh sì, perché i reazionari Stati Uniti, su questo argomento, sono anni luce avanti a noi: l’hanno legalizzata da qualche tempo, e non solo in versione light, con più di un beneficio: vari Stati fatturano tantissimi soldi grazie alle tasse e, udite udite, il consumo di cannabis fra i giovani compresi fra i 12 e i 17 anni è sceso dello 0,42%.

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Fascisti al Salone del Libro? Business is business

Allora amici, capisco l’indignazione, capisco che in un momento storico così ricolmo di ignoranza si abbia voglia di ribellarsi e scendere in piazza. Sono d’accordo, ci mancherebbe. Come diceva Don Gallo l’essere antifascisti non è un optional! Rispetto quindi Zerocalcare che ha scelto di non presentarsi al Salone del libro così come rispetto la Murgia che invece ha scelto di esserci. Sento il dovere, tuttavia, per chiarezza e amore della verità, di spiegare ai non addetti ai lavori (gli addetti ai lavori anche se fanno finta di niente certe cose le sanno fin troppo bene) che quello che sta succedendo a Torino con la questione della casa editrice Altaforte sfiora il paradossale. E lo dico con cognizione di causa, visto che con Chinaski Edizioni, la casa editrice che dirigo da 15 anni,ci siamo fatti 8 Saloni di Torino di fila (non ci andiamo più per scelta dal 2013), più la Fiera del Libro di Roma e un sacco di altre manifestazioni del genere. Ebbene, in questi contesti le case editrici di estrema destra, per non dire fasciste, ci sono sempre state e nessuno ha mai proferito mezza parola. Eppure non esponevano dentro una grotta ma in mezzo agli altri. Ne ricordo una che faceva quasi apologia del fascismo; perdonatemi ma ho rimosso il nome e non ho voglia di sforzare la memoria per così poco.

Quindi, siccome non credo di averla vista solo io, perche se ne parla solo quest’anno? Amici editori e scrittori che ora vi stracciate le vesti non credo ve ne siate accorti solo ora. O invece sì?

La verità è che il problema abita da un’altra parte, e cioè nella grassa ignoranza in cui annaspa questa nostra povera Italia targata 2019, una polveriera in cui si combatte a forza di urla, spintoni e slogan da stadio. Un ambiente malsano e putrido dove il virus del fascismo può proliferare indisturbato.

Ma l’editore che si riempie la bocca dicendosi orgogliosamente fascista non è nato oggi, era lì anche ieri. Ha solo pubblicato un libro-intervista su quella sottospecie di politico che si atteggia a ducetto. Tutto qui. E parliamo di gente che su odio, algoritmi e ‘purché se ne parli’ ha costruito la propria fortezza.

Ma, e anche qui voglio essere chiaro, a quelli del Salone di ciò che pubblichi importa meno di zero. Agli organizzatori della tua proposta letteraria non frega niente, basta che paghi lo stand puoi far entrare tutti i libri che ti pare. Non c’è selezione all’ingresso come in discoteca e puoi entrare senza cravatta. Si tratta solo e unicamente di una manifestazione commerciale, un grande business per la città di Torino, la Regione Piemonte e qualche editore abbastanza grosso da… mi fermo qui.

E per tutti gli altri? Salvo rare eccezioni un mezzo bagno di sangue economico ma una bella vetrina e un ottimo modo per ampliare i propri contatti. Fine. L’idealismo, la poesia, i valori, andateveli a cercare pure da un’altra parte.

Quindi, devo constatare con tristezza, che si sta facendo tanto rumore per una cosa che esiste da anni all’interno del cuore di una manifestazione che non ha più cuore di un centro commerciale.

Comunque, visti i tempi, è bene protestare e ricordare ai ragazzi che essere fascisti è un insulto alla propria intelligenza. Però occhio che ciò che si demonizza troppo poi agli occhi dei giovani diventa affascinante. Che gran casino.

Ah, e comunque noi al Salone non ci andiamo neanche quest’anno…

Ciao guagliù

Federico Traversa