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Jam Master Jay dei Run DMC: un omicidio chiarito dopo quasi 20 anni

di Federico Traversa

Lo scorso 30 ottobre sono passati vent’anni. Vent’anni esatti dal brutale assassinio di James Mizell, per tutti Jam Master Jay, il cervello del gruppo rap più celebre della storia: i Run DMC.

C’è stato un periodo in cui l’hip hop era davvero qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Parliamo di parecchio tempo prima dell’avvento dei vari Eminem, Jay-Z, Kanye West e compagnia. E un po’ prima pure di Pac, Snoop e Biggie. Il nostro viaggio nella storia delle rime parte infatti più lontano, per la precisione nella New York dei primi anni Ottanta, quella di un trio di ragazzi afroamericani dallo stile tirato e potente. Tre pazzi scatenati dal look strano, che indossano cappelli Fedora, tute da ginnastica e Adidas senza lacci in onore dei detenuti, a cui i lacci delle scarpe vengono sequestrati dalle guardie prima di essere assegnati alle loro celle. Il trio in questione si chiama Run DMC ed è stato uno dei primi gruppi rap ad affermarsi e far muovere il culo al grande pubblico, rappresentando un autentico prototipo tanto del rap impegnato, quanto del gangsta rap e del crossover.

Il gruppo è composto da due MC: Run, al secolo Joseph Simmons, e DMC, al secolo Darryl McDaniels, a cui successivamente si aggiunge il DJ Jason Mizzell, per tutti Jam Master Jay.

Ed è proprio con l’ingresso di quest’ultimo che il gruppo fa il botto. Jay è uno dei pionieri dello scratch ma non solo: è anche un musicista. Un musicista vero. Ha suonato sia il basso che la batteria in diversa garage band e con i Run DMC ama sbizzarrirsi alla tastiera.

Nel 1983 il trio pubblica il suo primo singolo, It’s Like That, e il successo è inaspettato quanto clamoroso. Il brano raggiunge la top 20 della classifica Billboard dedicata ai dischi R’N’B.

Dopo l’uscita di Hard Times, una traccia celebrativa dedicata all’abilità ai piatti di Jam Master Jay, nel 1984 esce la storica Rock Box, il cui video è il primo di un pezzo hip hop a venire trasmesso da MTV. Il brano contiene pesanti riff di chitarra che indicano inequivocabilmente la passione del gruppo per il crossover. Con simili premesse non sorprende che l’omonimo “Run DMC”, album d’esordio del trio, sia il primo disco rap a vincere il disco d’oro.

Il successivo “King of Rock”, pubblicato nel 1985, fa dei Run DMC i rapper più popolari e influenti degli Stati Uniti. Come suggerisce il titolo, il gruppo ama far confluire riff di chitarre elettriche e pesanti fill di batteria nei propri lavori, il che per i tempi è qualcosa di assolutamente rivoluzionario. Seppur ormai famosissimi e apprezzati, i Run DMC entrano nella leggenda solo grazie al successivo lavoro, “Raising Hell”, uno dei dischi rap più famosi di sempre. Partiamo dal primo singolo, My Adidas, dedicato alla loro marca di calzature preferita. Questa canzone storicamente cambierà tante cose. Tanto per cominciare, da quel momento le Adidas diventano un accessorio obbligatorio per gli appassionati del genere hip hop, ma non è tutto: la canzone è il primo esempio di completa identificazione dei rapper con un capo d’abbigliamento o una marca di calzature, soluzione che negli anni verrà ripetuta da tanti MC fino a diventare consuetudine. Al punto da far drizzare le orecchie alle aziende citate nelle canzoni, che cominceranno a lanciare gli stessi rapper di successo come stilisti di una propria linea d’abbigliamento. E saranno sonanti denari.

Ma la massima popolarità per Jay e soci arriva con un altro immortale passaggio: Walk this Way, una cover realizzata a modo loro dell’omonimo pezzo degli Aerosmith. Incisa proprio con Steven Tyler e Joe Perry, la canzone diventa il primo successo crossover della storia, rivitalizzando la carriera agli Aerosmith, che all’epoca stavano attraversando un periodo di declino e problemi personali importanti. Walk This Way spopola sulla neonata MTV riportando la rock band di Boston al centro del music business e nel cuore della gente. In quanto ai Run DMC è l’apoteosi: “Raising Hell” si porta a casa tre dischi di platino e diventa il più grande successo del trio newyorkese.

Ormai conosciuti e apprezzati in tutto il mondo i tre partono per un lungo tour nei palazzetti. E iniziano ad arrivare i problemi. Prima due bande rivali si scontrano a un loro concerto in una rissa furibonda che lascia sul campo oltre quaranta feriti. Qualche settimana dopo, sempre durante un loro concerto, un uomo uccide un ventunenne con un calcio in testa. La polizia sostiene che l’assassino sia un membro della security dei Run DMC. Il gruppo smentisce categoricamente rigettando ogni accusa ma il danno è fatto. I media iniziano ad attaccare il trio, reo di comporre musica violenta e inadatta al grande pubblico di giovanissimi che compra i loro dischi. Seguono anni difficili per il gruppo, con dischi meno ispirati, problemi di alcol e droghe, dissapori interni e distrazioni varie. All’infelice quadretto si aggiungono parecchie disavventure legali: Simmons viene accusato di aver violentato una ragazza mentre McDaniels sprofonda completamente nell’alcolismo.

L’unico a mantenere un profilo basso e lontano dagli scandali è proprio Jam Master Jay, che approfitta del periodo di pausa con il gruppo per fondare la Jam Master Jay Record, con cui si dà un gran da fare per lanciare nuovi rapper di successo.

Dopo una pausa e un necessario chiarimento, i Run DMC tornano in pista nel 1993 pubblicando l’album “Down with the King” che ottiene l’ennesimo disco d’oro. Seguiranno altri dischi, alcuni di successo altri meno fortunati, esperienze soliste, riconoscimenti vari e tanto amore da parte del pubblico per un gruppo che attraversa gli anni ‘90 come una vera e propria leggenda del rap a stelle e strisce, a cui chiunque desideri cimentarsi col genere deve pagare dazio. Delle star che nel 2002 hanno l’onore di lasciare le loro impronte nella Rock and Roll Hall of Fame, come segno della loro influenza sulla storia della musica. Così, mentre la raccolta “High Profile/The Original Rhymes” ne celebra la carriera, i Run DMC partono in tour con gli Aerosmith e Kid Rock e pensano a un nuovo disco d’inediti. Dopo i problemi del passato tutto sembra filare finalmente liscio, sereno, alla grande. Non c’è una nuvola all’orizzonte ma solo un futuro ricco di successi da scrivere.

Poi però ammazzano Jam Master Jay e tutto finisce, rapido come era iniziato. È il 30 ottobre del 2002 e sono le 19:30. Jay è nel suo studio di registrazione di Merrick Blvd, nel Queens, a New York, a lavorare ad alcune basi. Dopo aver sputato sangue su dei campionamenti decide di rilassarsi giocando alla PlayStation con l’amico Uriel “Tony” Rincon.

Jay è armato quella notte, la sua pistola è sul divano mentre i due giocano a Madden NFL 2002. Ma poi Lydia High, l’assistente di Jay, entra nella stanza per discutere alcune cose e quando vede la pistola, chiede al boss di farla sparire perché le fa impressione.

All’improvviso due persone entrano nello studio. Una volta dentro tirano fuori le pistole e iniziano a far fuoco. Rincon viene colpito alla gamba sinistra. Jam Master Jay non è così fortunato: una pallottola gli si conficca in testa.

Secondo quanto raccontato da Rincon al New York Daily News, un momento prima dell’aggressione il suo cellulare squilla. Mentre si allunga dietro il divano per recuperarlo, riferisce di aver sentito dei passi. Con le spalle alla porta, sente Jay esclamare: “Oh merda!”, e poi risuonano due spari. Uno colpisce Rincon alla gamba e l’altro Jay alla testa, ferendolo a morte.

“Sapevo che [Jay] se n’era andato. Non si muoveva, niente”.

Rincon non vede la faccia dell’assassino ma insiste sul fatto che Jay deve averlo riconosciuto, altrimenti non lo avrebbe fatto avvicinare così tanto. “Se ci fosse stata animosità immediata o se ci fosse stato un problema, non sarebbero stati così vicini”, ha concluso Rincon. “Vorrei aver visto… Ho detto alla [polizia] tutto quello che potevo. Vorrei poter dire loro di più”.

E così finisce la vita di Jason Mizzell, per tutti Jam Master Jay. Aveva appena 37 anni. E così finisce pure la corsa dei Run DMC che, privati della loro anima strumentale, decidono di sciogliere la band.

Sì, ma chi ha sparato? E soprattutto perché?

Perché dopo Tupac e Notorious un altro gigante del rap viene fatto fuori in quel modo? Due teorie, entrambe possibili, vanno per la maggiore.

Partiamo dalla prima.

Qualche anno prima dell’omicidio di JMJ, un giovane rapper sta facendo parlare parecchio di sé nel Queens. È uno spacciatore dalla famiglia disgraziata che però ha un flow potentissimo. Si chiama Curtis James Jackson III. A Jay quel ragazzo piace parecchio e lo mette sotto contratto con la sua etichetta. Però il giovane ha un problema: nelle sue demo fa nomi e cognomi di gente della strada che sarebbe meglio non pronunciare mai. Gente che ha in mano tanto il giro della musica rap quanto quello della droga, che spesso coincidono nel ghetto. Ma Curtis se ne frega e rappa di tutto, senza censure. Parla pure di Kenneth “Supreme” McGriff, il boss della zona, un criminale con interessi nella musica e un giro di crack da svariati bigliettoni. La cosa al boss non piace per niente e nel 2000 fa sparare a Curtis una gragnola di pallottole per farlo fuori. Ma il giovane non muore e, dopo essere stato in bilico fra la vita e la morte, torna a rappare ancora più duro di prima. Si dà anche un nuovo nome d’arte, 50 Cent, che è esattamente il costo delle pallottole che lo hanno quasi ucciso.

Supreme non ne è contento e, mentre pianifica un nuovo attentato al rapper, lancia l’ordine a tutti i produttori della zona di fargli terra bruciata intorno e non lavorare più con lui. Ma Jam Master Jay si ribella. 50 Cent ha talento, è un cavallo di razza e lui vuole continuare a produrlo. A questo punto Supreme ordina l’omicidio del DJ dei Run DMC. Storia finita. Un’ipotesi possibile ma assai poco probabile in quanto 50 Cent ha lasciato la JamMaster Jay Records da ben due anni per accasarsi alla Columbia (che ben presto lascerà per unirsi alla Shady Records di Eminem, con la quale otterrà successo planetario) ed è difficile pensare a una ritorsione di Supreme verso Mizell dopo così tanto tempo.

Ora la seconda ipotesi. Nel corso delle indagini portate avanti dalla polizia, Lydia High identifica uno dei due assalitori. Si tratta di Ronald Washington, un noto criminale che in seguito verrà arrestato per rapina e confiderà di aver preso parte all’omicidio di Mizell su commissione. Ma chi è il mandante? Secondo il New York Daily Ness sarebbe il produttore Curtis Scoon, un amico di JMJ. Il motivo alla base del gesto sarebbe in un debito che il DJ non ha saldato. Scoon, tuttavia, nega il proprio coinvolgimento e gli inquirenti non trovano indizi contro di lui. Altri sostengono invece che JMJ sarebbe stato tradito dai suoi stessi amici presenti in studio, ma nessuna prova in questo senso è mai emersa e si resta nel campo delle semplici illazioni.

La svolta arriva solo nel 2020, quando il procuratore capo del distretto orientale di New York incrimina formalmente due uomini: Karl Jordan Jr. e Ronald Washington, già reo confesso, per l’omicidio di Jam Master Jay.

Secondo la tesi accusatoria, poco tempo prima di essere ucciso il musicista avrebbe acquistato un grosso quantitativo di cocaina a fini di spaccio insieme a Jordan, Washington e altre persone di cui non si conoscono le generalità. Per motivi non chiariti, Jay avrebbe poi deciso di escludere Washington dall’affare, e questo avrebbe portato all’omicidio. Nello specifico, a sparare il colpo fatale sarebbe stato Jordan.

“Era importante per noi allora e rimane estremamente importante per noi oggi fare giustizia per la vittima, la sua famiglia, gli amici e la comunità che si è preoccupata così tanto di quegli eventi”, ha detto in conferenza stampa il procuratore Seth D. Du Charme, aggiungendo che le forze dell’ordine non hanno mai smesso di lavorare a quello che veniva definito a tutti gli effetti un cold case.

E così, forse, lo spirito di Jam Master Jay trova finalmente un po’ di pace.

* Il pezzo che avete appenna letto è tratto dal mio libro “Rap criminale – Tupac, Biggie e gli altri martiri del gangsta rap”. Chi è interessato può acquistarlo a questo link: https://amzn.to/3wCNgps

Pete Doherty il libertino fedele ai propri demoni

di Federico Traversa

È uscito da qualche giorno anche in Italia, “A Likely Lad”, l’autobiografia di Pete Doherty scritta insieme al giornalista inglese Simon Spence.

Devo dire che il libro mi ha sorpreso, come sa fare solo la vita. È pieno di così tante contraddizioni da risultare, alla fine, assolutamente coerente con il suo protagonista.

Il vecchio Peter è davvero uno strano personaggio: naif, maledetto, bohémien, inaffidabile, estremo, poetico, scoraggiante. Un po’ “Rimbaud dell’indie-rock” come lo ha definito la rivista Mojo, un po’ una specie di Mark Ranton in fuga verso Amsterdam alla fine di Trainspotting. Ed è davvero spiazzante realizzare che lo stesso musicista che con i suoi Libertines ha riempito e tuttora riempie i palchi di mezzo mondo, abbia collezionato quasi più arresti di Vallanzasca e si sia ritrovato implicato in beghe serie, che vanno da un suicidio/omicidio mai del tutto chiarito al furto con scasso in casa di uno dei suoi migliori amici. Un quadro che quasi fa sembrare i suoi eterni problemi con l’eroina – che poi sono la causa dei veri o presunti guai sopra – poco più di una marachella.

In mezzo a questa narrazione degna di un novello Jim Carroll, si erge la persona Peter Doherty, una figura decadente, complessa e a suo modo romantica; un uomo innamorato della fama e della poesia che ha sempre e comunque cercato di mettere la sua arte “sopra ogni cosa” .

Il suo libro, lo confesso, mi è piaciuto tanto, così come negli anni ho appezzato sia la musica dei Libertines che dei Babyshambles e del Doherty solista. La Londra dei primi anni 2000 – vorticosa e affascinante – viene fuori dalle pagine di “A Likely Lad” in tutta la sua intensità, con Peter che non fa sconti a nessuno, a partire da sé stesso. E vuota il sacco sul rapporto rovinoso con le droghe, racconta liti e botte con l’amico e compagno di band Carl Barât oppure quelle con la top delle top ed ex fidanzata super glamour Kate Moss. Ma c’è spazio anche per i racconti delle lunghe serate con l’amica di musica e pippette Amy Winehouse, le tante giornate passate in prigione, i viaggi intorno al mondo per sfuggire alla schiavitù dell’ago, i figli capitati lungo un cammino sentimentale tortuoso, fino all’apparentemente ritrovata sobrietà di un paio d’anni fa, subito prima dello scoppio della pandemia.

Non credo di esagerare nel definire il libro, con tutte le profonde contraddizione del suo autore, uno dei più vibranti e avvincenti memoir rock usciti negli ultimi anni.

Qualche settimana fa Doherty è passato dall’Alcatraz di Milano con i Libertines, in tour per festeggiare i vent’anni di “Up The Bracket”, il disco della consacrazione. Sul palco Pete è apparso parecchio imbolsito ma tutto sommato in forma soprattutto al netto di una condotta di vita non esattamente da atleta. Indossava una felpa del Venezia calcio, chi sa perché è pregato di dirmelo, ed è sembrato divertirsi un mondo. Forse il Rimbaud dell’indie Rock ha finalmente trovato la sua sintesi?

Di sicuro fino ad oggi è stato fedele ai propri demoni.

Quel live di Battiato all’ombra della luce

di Federico Traversa

Arrivai ad Alassio comodo, un’oretta prima del concerto. Con mia moglie Daria – incinta di quello che circa sei mesi dopo sarebbe diventato Leonardo, per tutti “little satan, il nostro secondo figlio” – avevamo deciso che niente ci avrebbe impedito di vedere il concerto del maestro Battiato. Non le nausee, non il lavoro, non il dover tornare a rotta di collo a casa entro la mezzanotte per liberare la babysitter del nostro primo, tranquillissimo figlio Alessandro – per tutti “il piccolo Buddha”. Nessuno poteva rubarci quella bella serata d’estate che avevamo deciso di regalarci prima di tuffarci in una nuova esperienza da genitori e in tutta una serie di allucinanti problemi che – allora questo non lo sapevamo ancora – la vita presto ci avrebbe sbattuto senza garbo sull’uscio di casa.

Avevo inoltre saputo da un amico giornalista molto vicino a Battiato, che il maestro era prossimo al ritiro e quella sarebbe stata una delle ultime occasioni in cui vederlo dal vivo. Il mio amico non si era lasciato scappare nient’altro, resistendo ai miei reiterati tentativi di saperne di più e trincerandosi dietro un “mi spiace non posso dirti altro”.

Il parco San Rocco sembrava un teatro greco, una location altamente suggestiva. E noi stavamo aspettando un artista che poteva tranquillamente passare per la reincarnazione di Platone. Tutto tornava, insomma, eccome se tornava.

Il tempo di ritirare gli accrediti e mangiare un panino sui gradoni e sul palco salì Giovanni Caccamo, vincitore di un Sanremo Giovani di qualche anno prima. Ugola delicata e un tocco al pianoforte abbastanza efficace le sue armi per scaldare il pubblico.

Mi spostai dietro il palco proprio poco prima dell’arrivo di Franco. Sorridente, etereo, divertito ed elegante uscì da un macchinone scuro all’improvviso. Riuscii ad intercettarlo al volo e a regalargli il mio libro sulla meditazione trascendentale, prima che venisse strappato dallo staff e condotto negli spogliatoi, giusto un piano sotto. Dieci minuti dopo eccolo risalire, fra il boato di almeno tre generazioni diverse. Una devozione quasi religiosa che Battiato si era guadagnato emozionando e creando bellezza in modo personale e totalmente suo per oltre quarant’anni. E a chi gli aveva chiesto, quasi come fosse un rimprovero, come avesse fatto lui, cantante sperimentale d’avanguardia, ad adeguarsi al becero ambiente del pop da classifica, candidamente aveva risposto: “Semplice, ho portato il mio mondo nel loro, e non il loro nel mio”.

Quella sera aprì con L’Ombra della Luce, che intonò proprio mentre il sole stava tramontando. Da brividi.

Difendimi dalle forze contrarie
La notte, nel sonno, quando non sono cosciente
Quando il mio percorso si fa incerto
E non abbandonarmi mai
Non mi abbandonare mai

L’orchestra – piano, effetti e quattro archi – cuciva sottofondi delicati, sui quali la voce impastata di misticismo e mestiere dell’artista catanese si accomodava consapevole, con lo stesso confort con cui il suo karmico sedere poggiava sul solito tappeto persiano, immancabile seduta a ogni concerto.

Con Daria era una gara a chi si emozionava di più. Per lei Franco era unico. Per me pure. Spiritualità e musica erano le passioni che accendevano le mie notti invitandomi a spendermi durante il giorno. E il maestro Battiato le incarnava entrambe.

Con Le sacre sinfonie del tempo provai pura e autentica beatitudine.

Che siamo angeli caduti in terra dall’eterno
Senza più memoria: per secoli, per secoli
Fino a completa guarigione

Avevo ancora gli occhi chiusi quando attaccò una sequela di classici, con la beatitudine ad allargarsi a tutto il pubblico, anche quello meno attento, che letteralmente impazzì. La Cura, Summer on a solitary Beach, La Stagione dell’Amore, E Ti Vengo a cercare, Gli Uccelli, e via con alcuni dei passaggi più conosciuti della sua variegata discografia.

Due ore di concerto che volarono alte, come i gabbiani che regnano sui cieli della riviera. Al momento del bis i più esagitati invasero pacificamente il palco per stringere la mano al maestro, complimentarsi, farsi una foto. E lui sorridente, disponibile, empatico, a eseguire gesti e consuetudini di una vita trascorsa sul palco.

Poi, al suono di Le Nostre Anime il buon Franco salutò tutti, scese le scale, salì veloce in macchina e via.

Il mistico aveva lasciato la città.

Qualche mese dopo la carriera.

E dopo qualche altro silenzioso e chiacchierato anno, anche questo mondo.

Sciolto in un oceano di silenzio.

Franco Battiato, un artista unico e solo, diverso da tutti. D’altronde, come diceva lui stesso nell’omonima canzone, le aquile non volano a stormi.

Giorni Tossici: Da Sanpa a Christiane F, da Fabio Cantelli a Nikki Sixx, la cultura dell’eroina è tornata di moda?

Di Federico Traversa

Pare che nel 2021 l’eroina sia tornata di gran moda, perlomeno in tv o negli scaffali delle librerie. E lo ha fatto con una serie di proposte interessanti e profonde, nonostante le loro innegabili diversità. Prima è stata la volta di Sanpa, la docu-serie sulla celebre e controversa comunità fondata da Vincenzo Muccioli, di cui ho già ampiamente parlato su questo spazio (https://www.chinaski-edizioni.com/2021/02/sanpa-luci-e-ombre-di-vincenzo-muccioli/). Poi è uscito “Sanpa – Madre amorosa e crudele”, illuminante opera letteraria del dandy narcoticamente cosmico Fabio Cantelli, che di Muccioli e della sua comunità è stato ospite, portavoce e grillo parlante. Un testo poetico, visionario, crudo e scintillante quello di Fabio, tipico degli estrosi senza pelle, che sentono troppo e forse male, ma quando quel troppo lo trasmettono agli altri sanno emozionare e affondare nella carne come schegge di vetro. Quindi è arrivata su Amazon Prime la serie remake “Christian F e lo Zoo di Berlino”, quarant’anni dopo il celebre film tratto dall’altrettanto celebre libro, ossia la storia di questa ragazzina tedesca sedotta, insieme ai suoi giovanissimi amici, dalla “quiete sotto la pelle”, parafrasando ancora Cantelli. Una serie strana, che all’inizio quasi infastidisce nel “glamourizzare” l’eroina e i suoi cliché ma andando avanti con le puntate trova una sua cifra espressiva che riesce a emozionare e disturbare – sospetto più noi negli “anta” che i ragazzi che oggi hanno l’età che allora aveva Christiane – ma di certo non lascia indifferenti. E poi, last but not least, c’è lui: Nikki fottuto Sixx e suoi “The Heroin Diaries”, che abbiamo riportato in Italia per un’edizione del decennale più ricca e aggiornata trovandoci, un po’ a sorpresa, tra le mani un best seller, che sta persino superando il già incredibile successo della storica prima edizione.

La cosa mi riempie di gioia perché si tratta di un volume di rara intensità, assolutamente unico nel suo genere, uno di quei libri che se ti capita di leggere poi te lo ricordi tutta la vita. Ancor più sorprendente è che a scrivere una così innovativa opera letteraria sia stato il bassista e leader di una delle rock band più sregolate, pazze e sfrontate della recente storia della musica: i Motley Crue. Voglio dire, un libro di tale profondità te lo saresti aspettato da un Bob Dylan, un Jim Morrison o, che so, un Eddie Vedder. E invece Nikki ha stupito tutti, a partire probabilmente da se stesso. “The Heroin Diaries” è, per certi versi, il libro giusto al momento giusto. Definito dalla stampa americana “uno dei memoir rock più belli di tutti i tempi”, è entrato direttamente in top ten nelle biografie più vendute anche qui in Italia, tallonando titoli blockbuster come quelli di Obama e Carlo Verdone Una cosa impensabile per una pubblicazione di questo tipo. Ma non è per questo che si tratta del libro giusto al momento giusto. Vedete, in un periodo in cui si sta tornando a parlare, e tanto, di eroina, i diari di Sixx rappresentano una testimonianza brutalmente onesta e sincera per comprendere le dinamiche mentali che si agitano dentro chi soffre di una qualche dipendenza. E vedere che a cadere sono anche rockstar miliardarie protette dal paracadute dei soldi e della fama, rende il tutto ancora più sinistro e pericoloso. Un monito importante per evitare di fare cazzate. Quando una rockstar miliardaria ti racconta che, mentre tutto il mondo lo ama alla follia e affolla i suoi concerti, lui se ne sta nascosto nello sgabuzzino in paranoia, con un ago del braccio, armato fino ai denti e vedendo mostri uscire dai muri, capisci forte e chiaro che il party con la roba è un gioco sempre a perdere, anche se ti chiami Nikki Sixx, ha il conto in banca a nove zeri e file di ragazze stupende che vogliono solo sparpagliare i capelli sul tuo ventre.

Annovero certamente questo libro tra le letture più brutali, appassionate e, passatemi il termine, sconvolgenti che mi sia capitato di leggere. E sono felice che oggi sia diventato un testo fondamentale per il percorso di recovery di molti, a partire da Nikki, che ormai è pulito da oltre 15 anni e nel libro racconta delle tante persone che negli anni gli hanno confessato di aver incominciato il proprio percorso di recupero proprio dopo la lettura del suo libro.

Non so se vedere il documentario su Muccioli, la serie sui ragazzi dello Zoo di Berlino oppure leggere i libri di Cantelli e Sixx possa aiutare davvero chi è invischiato nelle varie dipendenze. Ma di una cosa sono certo: aiuta tutti noi a capire un po’ più a fondo il mondo delle tossicomanie, a partire dalle dinamiche che le abitano e regolano. Che non è cosa da poco.

E poi, Cantelli e Sixx scrivono da dio.

L’Inter, i 30 mila in piazza e il saggio nella grotta: Pazza Italia, amala…

di Federico Traversa

Da quando è iniziata questa pandemia, siamo stati chiamati a gestire la nostra libertà passando attraverso la maglia stretta delle restrizioni e utilizzando la bussola del buon senso e della pazienza.

E questo perché, 3 milioni di morti nel mondo sono un numero intollerabile. Ho perso un persona cara meno di un anno fa ed è stata una tragedia; moltiplicare questa sofferenza per 3 milioni di volte porta un dolore non facilmente sopportabile.

Una piccola premessa: da anni in questo paese “qualcosa” – chiamiamola mala politica, incompetenza, corruzione, mal governo, sistema corrotto, fate voi – si mangia gran parte delle risorse comuni, portandosi a casa anche agli avanzi. Per questo non siamo stati in grado di sostenere con soldi veri – non elemosina – le tante attività costrette alla chiusura dal lockdown. E sempre per questo, da qualche giorno si è deciso di riaprire tutto invece di aspettare la conclusione di almeno una buona parte della campagna vaccinale. Ci sta, nella vita fai quello che la tua condizione ti permette. E la nostra, di condizione, rasenta le pezze al sedere. Il presupposto affinché tale scelta funzioni, tuttavia, è che le persone si affidino a quel buon senso di cui parlavamo all’inizio, evitando comportamenti che possano far salire nuovamente la curva dei contagi, con conseguenti nuove chiusure, ennesimo collasso del sistema sanitario e sempre più morti.

Ora, a me non piace girare con la mascherina, credetemi. Mi da fastidio, irrita la pelle e mi rovina il look da ultra-quarantenne stropicciato che tanto amo. Eppure me la metto sempre quando esco, è una questione di rispetto. Non mi sento un rivoluzionario a toglierla, mi sento un imbecille irrispettoso a non metterla. E ancora: non mi piace vedere mio figlio imbavagliato, vorrei vederlo libero di sputacchiare la sua emozione addosso al mondo come facevo io alla sua età. Però faccio in modo che se la metta e – grazie a tanta fortuna ma anche all’attenzione da parte sua, dei suoi compagni e degli insegnanti – la sua classe fino ad ora si è fermata una sola settimana in tutto l’anno, facendo lezioni sempre in presenza.

Non vivo da recluso. Esco, vado in spiaggia, in campagna, cammino ogni giorno, stando però attento a non infilarmi in situazioni affollate, perché in questo momento non è il caso. Piccole attenzioni per cercare di aiutare, tanto me quanto il mondo, a tornare a una parvenza di normalità. Comportamenti che probabilmente non basteranno a non contagiarmi se poi, quando sono in coda al supermercato, il tipo dietro di me mi sta a 20 cm abbassandosi la mascherina sotto il naso o se la riapertura delle attività per “gravi motivi di miseria” viene vista dal mio prossimo come un liberi tutti e “in culo al coronavirus”. Comunque, nel dubbio, cerco di fare il mio. In tanti lo fanno. Sacrifici, piccoli o grandi, che in questi mesi hanno toccato tutti seppur, questo va riconosciuto, non nello stesso modo. Ma non è questo il punto. Il problema è un altro.

Ieri l’Inter ha vinto il campionato. E allora, ciao ciao buon senso. 30mila in piazza a festeggiare lo scudetto, assembrati, senza mascherina, abbracciandosi e sputandosi addosso i nomi dei giocatori che meritatamente hanno raggiunto un così importante obbiettivo (fosse stata un’altra squadra a vincere, sia chiaro, sarebbe stato lo stesso). Tutti in piazza, tutti a far festa, che tanto “andrà tutto bene”… e ora diglielo a ristoratori e albergatori alla canna del gas, musicisti e lavoratori dello spettacolo alla fame, baristi… spiegate alla gente normale il metro di distanza, il disinfettare tutto, la DAD per gli studenti, i cinema chiusi, i concerti che non si possono fare…

Ma non è di questo che voglio parlare. Il senso di quello che desidero comunicare è tutt’altro. Oggi, ancor più di ieri, capisco che Buddha, Shankara, Maharishi e i tanti saggi che negli anni mi hanno nutrito con i loro insegnamenti avevano ancor più ragione di quanto pensassi. Finalmente capisco cosa voleva dire Terzani quando parlava di isolarsi dal mondo per riuscire a capire la vita. Adesso mi è chiaro perché Buddha non era un rivoluzionario, o perché molti mistici della storia se ne stavano per conto loro, apparentemente fregandosene delle ingiustizie sociali. Da dentro una grotta o nascosti in un ashram ai loro seguaci dicevano solo “medita, cerca le risposte dentro te stesso, comprendi e governa la tua mente, scopri chi sei”.

Avevano ragione. Ai 30 mila imbecilli di ieri, al tipo che se ne frega del Covid perché pensa sia una montatura fatta ad arte da quelli che hanno costruito il 5G, o al politico che si vende il proprio paese per quaranta denari, non lo cambi spiegandogli le cose o scendendo in piazza a manifestare. Se però cambi te stesso, diventi immune alla sofferenza, impermeabile a paura, avidità, ingiustizie e pene (ma coltivando sempre la compassione), lui certamente resterà sé stesso, ma un sé stesso divorato dall’invidia. Invidierà la tua calma, la tua pace interiore, il tuo distacco, il tuo equilibrio. Non potrà comprare queste qualità con il denaro né ottenerlo con una scazzottata. Ma le desidererà ardentemente.

E allora si convincerà a fare quello che fai tu per poterti assomigliare.

Adesso capisco cosa intendeva dire Gandhi con “cerca di essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Ora so quanto possa essere più salutare chiudersi a meditare in una grotta o sulle cime di un monte che urlare a squarciagola in una piazza gremita “i campioni d’Italia siamo noi”.

Pazza Italia, amala…

Perchè si soffre?

disegno di Daria Cadalt

di Federico Traversa

Pineta di Arenzano, riviera ligure. È un caldo ma non afoso pomeriggio d’estate e sono seduto nel patio della casa di Giulio Cesare Giacobbe.

Alla mia destra un Buddha di teak ci osserva benevolo, mentre due grossi alberi ombreggiano una bella fetta di giardino.

Come concordato, oggi inizia la mia intervista col “Buddha”.

Un po’ emozionato, d’altronde non mi capita tutti i giorni di raffrontarmi con personaggi storici, parto con la prima domanda: il motivo per cui soffriamo.

È incredibile se ci pensiamo, ma di persone completamente serene, al mondo, se ne incontrano veramente poche. Anche chi ha tutto, ma proprio tutto, è solito lamentarsi perché gli manca qualcosa.

Ricordo che da piccolo notai questa perenne insoddisfazione negli adulti e feci una specie di sondaggio per cercare di comprenderne il motivo. Evidentemente avevo l’indole del curioso rompiscatole già allora.

Per alcuni mesi domandai a qualsiasi adulto incontrassi se fosse felice o meno. E tutti mi rispondevano con una certa sincerità. Vai a capire perché: sarà stata l’innocenza dei miei otto anni. Ebbene non ne trovai uno che mi dicesse: “Sì, sono felice, sereno e appagato”.

A tutti mancava qualcosa, oppure avevano paura di perdere quello che avevano faticosamente ottenuto. Desideri inappagati e paura di eventuali mancanze. A volte entrambi. Da uscirne pazzi.

Per questo, sebbene la mia prima domanda al Prof potrà a una prima occhiata sembrare banale, a ben vedere non lo è per niente. L’uomo si picchia con questa risposta da quando ancora si aggirava per la giungla con una clava in mano mentre la moglie rassettava la grotta che, si sa, i pipistrelli portano malattie.

Dunque… perché soffriamo?

Secondo il Buddha si soffre per un errore di conoscenza, perché si crede che esistano cose che rimangono uguali a se stesse nel tempo.

Si crede permanente ciò che in realtà è impermanente: la mamma sempre affettuosa e piena d’amore; il marito sempre fedele e innamorato; il conto in banca sempre in attivo, la moglie sempre servizievole e disponibile; la salute sempre perfetta, i figli sempre rispettosi e obbedienti.

La realtà è che non esistono cose, persone o situazioni che rimangono uguali a se stesse.

Noi non viviamo in un universo statico ma in un universo dinamico, dove tutto cambia continuamente.

Credere nella permanenza ci porta a soffrire perché conduce a uno scontro continuo con la realtà, una realtà che ci mette di fronte al fatto che niente è per sempre.

E allora soffriamo.

L’unico modo per non soffrire è accettare il cambiamento.

Accettare il mondo com’è, diverso in ogni momento.

Il segreto della felicità è molto semplice: godersi quello che c’è e non pretendere quello che non c’è.

Però non lo fa nessuno.

Quindi sono tutti infelici.

Se seguissimo tutti l’insegnamento del Buddha, ciò non accadrebbe.

Bisogna accettare l’impermanenza.

Certo, l’impermanenza ci obbliga ad accettare la mancanza di punti di riferimento.

Occorre non essere attaccati a nulla, essere capaci di vivere nell’attimo, nel qui ed ora.

È il “carpe diem” di Orazio.

Per alcuni è dura, lo so.

Per quelli che sono abituati ad accumulare beni, che vivono in funzione del futuro, è molto difficile vivere nel qui ora.

Ma è possibile.

Vi sono persone che lo fanno naturalmente.

Che in modo naturale accettano la realtà e la sua precarietà.

Basta imitarle.

Il lasciarsi andare alla realtà, smetterla di rifiutarla, anzi ammirarla, goderla, è il segreto della felicità.

Certo, so che si può obiettare che nella realtà c’è l’ingiustizia e che il non ribellarsi all’ingiustizia comporta la rinuncia a voler cambiare il mondo, alla rivoluzione.

Ma qui non parliamo di rivoluzione sociale, bensì di rivoluzione individuale.

Il buddhismo non è fatto per i rivoluzionari, per i condottieri, per i conquistatori.

Il buddhismo è fatto per la gente comune.

Per la gente che soffre e che non vuole soffrire più.

Che vuole essere felice.

Vuoi essere felice?

Vuoi rivoluzionare la tua vita?

Non la società ma la tua vita.

Accetta la realtà.

E il suo continuo cambiamento.

Tratto da Intervista Col Buddha di Federico Traversa, edito da Edizioni il Punto d’Incontro

UNA VITA IN CUI TI RICONOSCI

di Federico Traversa

Lavoro perché lavorare mi rende libero, indipendente, e in pace con la mia coscienza. Non lavoro per arricchirmi, tenere ritmi da infarto e passare la vita a rincorrere numeri e algoritmi che qualche economista ossessivo compulsivo ha partorito per sopravvivere alla propria ansia aggiungendo altra ansia. Lo ripeto: lavoro per essere libero. Libero di trascorrere del tempo con le persone che ho scelto, e anche con quelle che non ho scelto. Libero di vedere il sole caldo duettare con la magia del mare, che quando i raggi si stendono sul filo dell’acqua e lasciano guizzare la luce fra le increspature delle onde, c’è da perdere il respiro. Lavoro anche per i bisogni, certo, ma cerco di tenerli a un regime minimo: un tetto dignitoso sopra la testa, le provviste necessarie e la possibilità di spostarmi. Delle eccessive comodità m’importa poco. Dei vestiti ancora meno. In quanto agli oggetti di valore, ne conto tre. Un piccolo Buddha di terracotta con la testa incollata perché i miei figli l’hanno decapitato – prezzo di listino 9,90 – e una campana tibetana che mi regalò mia moglie qualche anno fa a natale. Di quest’ultima il prezzo non lo conosco, ma non credo costi più di una ventina d’euro. Il mio scooter vecchio di 10 anni l’ho demolito, che con due bimbi piccoli lo usavo tre volte all’anno. Ho preso una macchina di seconda mano, abbastanza grossa ma distrutta. Come tutti possiedo un telefono e un portatile con cui lavoro, il primo di seconda mano, il secondo nuovo. Dentro c’è tutto il mio mondo, che vuol dire musica e libri. Finito. Ciò non significa che non abbia aspirazioni a migliorare le mie condizioni di vita. La sola differenza fra il sottoscritto e quella parte d’umanità descritta da Studio Aperto è che le mie aspirazioni sono legate alla qualità della vita stessa e non all’accumulo di oggetti deperibili come un nuovo cellulare iper tecnologico, la visibilità sociale o un paio di tette modello “guarda come combatto la forza di gravità”. Sia chiaro, non giudico né mi permetto di criticare chi sublima la propria insoddisfazione nell’accumulo di oggetti, attenzioni o trasformazioni fisiche capaci di restituirgli quella sicurezza di cui hanno bisogno per abitare la vita.

Dico solo che non fa per me. Credo che siamo tutti al mondo per conoscere e conoscerci, e per farlo serve essere il più possibile leggeri e liberi, soprattutto di testa. Liberi, ad esempio, di disporre il più possibile del proprio tempo per osservare il mondo e le sue mutazioni, per camminare lentamente lungo strade che non si conoscono mai abbastanza, accordando il proprio respiro al rumore del vento.

Anche perché la vita è insicura, breve e pericolosa. Per quanto giovane e in salute tu sia, rilassati, perché un giorno morirai. Ogni minuto che passa ci avvicina tutti alla tomba. E questo che ci piaccia oppure no. Siamo un lampo brevissimo in un lungo spazio scuro. Brrr, che brutta immagine. Diamone una un po’ più simpatica. Siamo come quei pop-up che appaiono un secondo o due nel nostro computer, e quando ci accorgiamo della loro presenza se ne sono già andati. Alcuni sono belli, luminosi e li notiamo per la loro capacità di brillare. Di altri invece non ci accorgiamo per niente e svaniscono senza che nessuno se ne accorga. Eppure entrambi hanno una cosa in comune: la loro presenza nel monitor del nostro pc è brevissima. Esattamente come la vita di ogni uomo o donna su questa terra.

Possiamo preoccuparci, spaventarci, intristirci per questa ineluttabile condizione ma questo non cambierà le cose. Il tempo passerà e prima o poi moriremo. La cosa strana è che la maggior parte di noi vive, agisce e si preoccupa come dovesse vivere per sempre. Se accettassimo la nostra mortalità, probabilmente della nostra vita ne faremmo un uso migliore. Certamente ci incazzeremo meno. Potremmo arrivare persino a ridere della nostra condizione ‘mortale’ e della comicità dell’universo, prendendo in giro tutti quei matti che si picchiano per possedere questo o quello, dimenticando che siamo arrivati in questo mondo senza niente e senza niente da questo mondo ce ne andremo. E svuotando il più possibile la mente dalla pesantezza dei nostri pensieri, un giorno potremmo addirittura arrivare e giocare con la vita, conoscendo più cose possibili del mondo quanto di noi stessi. Sia chiaro: anche in questo secondo caso il tempo passerà ugualmente. Invecchieremo, ci ammaleremo e moriremo, ma magari non oggi. E allora scopriremo che ci sono anche giorni colmi di gioia, profondità e bellezza, e che quando un giorno smetteremo di essere vivi in questa forma mortale torneremo a ricongiungerci con l’energia che soggiace a tutta l’esistenza, sperimentando forme diverse e più sottili di esistenza. Si viene e si va, come canta quel terribile cantautore emiliano che incomprensibilmente in tanti amate. E si ritorna, aggiungerei. Ma non perdiamoci con inutili elucubrazioni filosofiche. Quello che conta è che siamo qui adesso, chiamati a vivere una vita in cui ci riconosciamo completamente. Che poi è l’unica formula infallibile per non avvelenarsela. Senza paura, nessuna paura. Siamo chiamati a vivere tutte le dimensioni possibili che la vita ci serve giorno dopo giorno, belle o brutte che siano. Molte persone vanno dal proprio confidente spirituale – che sia un prete, un monaco, un mullah o un guru – e spesso chiedono: “Padre la prego mi benedica, faccia che non mi accada nulla”. Concettualmente le capisco, sono un cacasotto patentato, ma se ci ripensiamo un attimo, che diavolo di benedizione è? La vera benedizione è che possa accaderci di tutto. Siamo venuti qui per evitare la vita oppure per viverla?

Se siamo venuti per vivere, la benedizione è che le cose ci accadano. Se invece non vogliamo vivere la vita, che in estrema sintesi è un turbinio di avvenimenti continui, cerchiamoci pure un ponte per lanciarci giù perché stare al mondo senza vivere risulta più penoso che essere già morti.

In estrema sintesi, si vive per vivere e fare esperienza. È tutto molto semplice. Quando sei vivo, vivi. E quando sei morto, muori. Ora respiriamo tutti inseme, concentriamoci sui nostri piedi che fanno un passo dietro l’altro… e andiamo.

I rasta non muoiono: un ricordo di Bunny Wailer

di Federico Traversa

Nel 2009 scrissi Bob Marley in This Life, il mio personale omaggio a Bob Marley, ai Wailers e al roots reggae, indiscutibilmente il genere musicale che più ho amato e maggiormente mi ha influenzato. Per farvi capire, la ditta individuale con cui fatturo gli articoli che scrivo o i diritti d’autore dei miei libri agli editori si chiama Wailers. Quando ero un ragazzino senza il becco di un quattrino costretto ad arrangiarsi con i più merdosi lavori di questa terra – lavavetri negli uffici dell’Ilva, barista, commesso in un negozio di scarpe, operaio in un colorificio, traslocatore – mi rivolgevo all’epica di Bob Marley, Peter Tosh e Bunny Wailer per trovare ristoro ai miei tormenti. Soprattutto quando la disperazione urlava forte e la cima del monte zion sembrava lontanissima, quasi irraggiungibile. Quei tre ragazzi poveri, malmessi, con situazioni famigliari super incasinate ce l’avevano fatta, e pure con stile. Quindi potevo farcela anche io. La loro musica aveva scaldato il cuore degli oppressi, il loro canto era riuscito ad accarezzare la barba di dio, tre “little birds” uguali ma diversi capaci di cantare con grazia la ribellione.

Bob, dei tre certamente il più noto, fu il primo a lasciarci, strappato alla vita da un maledetto cancro nel 1981, ad appena trentasei anni. Sei anni dopo toccò a Peter, l’anima più politica del reggae militante, freddato a quarantatré anni ancora da compiere da un malvivente del ghetto nel corso di una rapina parecchio strana. A tenere vivo il ricordo dei The Wailing Wailers – così si chiamavano in origine – era rimasto solo Bunny, il terzo little bird, quello che aveva lasciato il gruppo perché di girare come un forsennato in tour su e giù per babylon non ne aveva voglia; quello con un rapporto col tempo tutto suo, decisamente più libero e mescolato con la fede, dio, quel “natural mystic flow” che soffia tra gli alberi e gonfia le onde. E infatti dischi non ne ha fatti tantissimi e in tour è andato solo quando andava a lui, preferendo una vita più lenta, in cui potesse riconoscersi completamente. Da sempre impegnato nel sociale e premiato con l’ordine al merito dal governo giamaicano, Neville O’Riley Livingston – per tutti Bunny Wailer o, più affettuosamente, Jah B. – ci ha lasciati qualche giorno fa, per la precisione il 2 marzo, circa un mese prima di compiere 74 anni. Nel 2018 aveva subito un terribile ictus, dal quale si era ripreso non senza difficoltà dopo una lunga riabilitazione. Un nuovo ictus lo aveva colpito nel dicembre del 2020, costringendolo a un nuovo ricovero ospedaliero. Secondo Abijah Asadenaki Livingston – l’unico figlio maschio dei 13 avuti da Bunny e anche lui musicista – il nuovo ictus sarebbe stato causato dal dispiacere e lo stress accumulato per la scomparsa dell’adorata moglie Jean Watt, per tutti Sister Jean, con cui stava insieme da quasi 50 anni. Jean, malata di demenza senile, si era allontanata da casa nel maggio del 2020 e da allora non è stata più ritrovata.

Una fine triste per Jah B, con gli amanti del reggae di tutto il mondo in lutto e Blackheart Man – il capolavoro assoluto di Bunny pubblicato dalla Island nel 1976 – a risuonare simultaneamente nello stereo di noi tutti. Vedere poi, che nei nostri tg nazionali o in un contesto comunque “musicale” come il festival di Sanremo (iniziato proprio il giorno della scomparsa di Livingston) non si sia trovato tempo per salutare uno dei membri fondatori dei Wailers, lo trovo abbastanza vergognoso e di un’ignoranza al limite dell’imperdonabile.

A differenza di Bob e Peter, che ho potuto ammirare solo in video o ascoltare nei dischi, Bunny Wailer ho avuto la fortuna di vederlo di persona, una giornata stralunata e magica che non dimenticherò mai. Mi trovavo alla Reggae University, all’interno del Rototom Sunsplash, senza ombra di dubbio il festival reggae più bello e seguito d’Europa, che allora si teneva ad Osoppo, nel verde più verde, ed era uno spettacolo di balli, tende, musica e colori. Dovevo presentare proprio Bob Marley In This Life e insieme a me c’era il maestro della black music in Italia: mahatma Alberto Castelli.

Quella sarebbe stata l’ultima edizione della manifestazione a tenersi Italia, e dall’anno successivo il Rototom si sarebbe trasferito in Spagna.

Quel pomeriggio incontrai per la prima volta Alberto di persona, l’immancabile basco in testa, gli occhiali da sole e il sorriso caldo di chi, come dice lui, “cerca di vivere elegantemente in circostanze difficili”. Ci lanciammo subito in una bella chiacchierata su Marley, i Wailers, la storia del reggae. Davanti a noi un pubblico di una quarantina di persone. Eravamo già più che soddisfatti.

Poi ci distraemmo un attimo, un aneddoto sul king di qua, uno su Lee Scretch Perry di là, e quando alzammo la testa la sorpresa: il tendone che ospitava la Reggae University era stracolmo, non c’era un posto libero, mentre una marea di gente continuava a entrare restando in piedi. Il gasamento per essere capaci di simili sold out svanì quando ci rendemmo conto del motivo di quella ressa. Dietro di noi stavano – in attesa di iniziare una conferenza che non era stata annunciata ma volata di bocca in bocca grazie al passaparola proprio per evitare troppo afflusso – Chris Blackwell e Bunny Wailer.

Mamma mia” disse Alberto mentre salutavamo un pubblico molto generoso con noi nell’applauso e incassavamo pure il sorriso benevolo di Chris che, abbronzato, con la camicia di jeans e il cappellino verde militare, ricordava vagamente Vasco Rossi, però un po’ più magro. Ma non lo era. Era invece l’uomo che aveva fondato la Island, lanciato Bob Marley fra il pubblico bianco, messo sotto contratto gli U2 e tanti, tanti altri.

Bunny, vestito interamente di bianco, con bastone d’ordinanza e occhiali a specchio, al contrario sembrava un re che non regalava sguardi e cenni a nessuno, decisamente molto meno affabile dell’ex capoccia della Island. Ma fiero come poche persone abbia visto in vita mia.

La conferenza fra i due fu al fulmicotone. Il pacifico Chris cercava di mantenerla leggera, condividendo ricordi e curiosità divertenti. Peccato che Bunny non fosse di quell’idea e iniziò ad andarci giù pesante, accusando la Island di avergli fregato dei soldi, Blackwell di essere un truffatore, eccetera eccetera. Fu davvero folle e probabilmente anche ingiusto, soprattutto considerando quello che ha fatto Chris per la diffusione del reggae nel mondo, ma Bunny la vedeva così. E sapeva convincerti, con quella voce incredibile, quasi ipnotica nel raccontare storie che sembravano uscire dall’epicentro di una terra fertile, magma di un tempo mitico ormai perduto.

È tristissimo pensare che oggi Jah B non sia più con noi, che quella voce non suonerà più nel mondo e per il mondo. Ma che non si parli di morte, sia ben chiaro. Perché i rasta non muoiono, al limite si confondono col vento che soffia fra i boschi…

Un inchino per l’uscita dal palco di Mr Bunny Wailer.