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Elogio a Tiziano Terzani, alla natura, alla lentezza, al silenzio… e che un fulmine colpisca quel drone!

Inizio questo anno come al solito, e cioé cominciando un libro nuovo. E siccome é un periodo complicato opto per un peso massimo, cioé uno dei libri dei miei autori di riferimento che non ho ancora letto. Sto parlando di scrittori che amo al punto da centellinare la lettura delle varie opere in modo che la loro compagnia duri quanto più possibile. Come nel caso di Tiziano Terzani e delle sue “Lettere contro la Guerra” edito da Longanesi nel 2002. Il libro raccoglie una serie di articoli che Terzani scrisse e pubblicò sul Corriere della Sera a seguito dell’attentato dell’undici settembre. Provato dalla malattia che già avanzava, in quel periodo Tiziano entrava e soprattutto usciva dal mondo sempre con maggior frequenza, trascorrendo mesi isolato nella sua casa alle pendici dell’Himalaya o negli incantevoli boschi del suo rifugio a Orsigna alternati a brevi periodi di nuovo fra le spire della così detta civiltà per presentare i suoi libri o partecipare a qualche conferenza.

Nell’introduzione al testo lo scrittore fiorentino già giganteggia, condividendo la consapevolezza di come il vivere a contatto con il silenzio e l’imperturbabile compiersi dei cicli della natura sia un modo per espandere la propria coscienza, ridare il giusto peso alle cose, conoscersi e conoscere.

Per questo dopo aver letto qualche pagina e vista la bella giornat chiudo il libro e vado con mio figlio più piccolo ai bunker sul monte Gazzo, un prato nascosto nel verde poco distante da casa mia da cui si ha una spettacolare vista del ponente genovese e dove regna sempre, immacolato, il silenzio.

Mio figlio ormai lo sa e quando andiamo mi chiede sempre: “Papà ascoltiamo insieme il silenzio?“.

Tra l’altro il silenzio in una verde collina che raggiungi solo attraverso una vecchia mulattiera è ben diverso dal silenzio di casa tua in città, dove anche alle 2 di notte uno scricchiolio o un bip di qualcosa di elettronico emerge sempre. Invece in mezzo al verde il silenzio è assoluto, avvolgente. E ti rigenera.

Almeno finché, come accaduto oggi, arriva il classico coglione col drone che fa bip bip bip bip.

E i suoi amici felici e contenti a fare casino anche se l’aggeggio non vola, fa solo bip bip bip bip come una sveglia ma non si alza da terra.

Sarà perché siamo vicini all’areoporto che non va” dice il tizio, e io vorrei essere solo un cinghiale per calpestargli il drone e poi scappare via.

Visto che panorama?” aggiunge uno.

Sì pero sbrighiamoci che son di corsa e tanto il drone non va” aggiunge un altro.

Viva Dio se ne vanno. E torna il silenzio.

La cosa mi fa venire in mente il racconto di una donna tibetana che abita in un villaggio sulle montagne, di quelli non assoggettati al progresso, senza comodità. Ora non dico si debba tornare al secolo scorso, molte diavolerie moderne ci hanno salvato, tuttavia trovo il racconto della donna molto sensato:

Nel mio villaggio quando devo prendere l’acqua mi faccio un’ora di cammino fino alla sorgente e poi la trasporto a casa. Per cucinare devo andare dietro casa, prendere la legna e accendere il fuoco. Quando dobbiamo parlare con qualcuno del villaggio vicino ci spettano due ore di cammino. Eppure abbiamo tempo per tutto, persino ce ne avanza.

Quando vado in città da mia sorella, invece,è tutto diverso. Si gira un rubinetto ed esce l’acqua. Si preme una manopola ed ecco il fuoco. Si vuol parlare con qualcuno e c’è il telefono. Eppure al villaggio c’è tempo per tutto mentre in città vanno sempre tutti di corsa e non hanno mai tempo per niente“.

E ora giù dalla mia collina, illustre sconosciuto, tu, il drone e la tua fottuta fretta.

Federico Traversa

Il libro giusto per le anime dolci e vintage che sognano un Natale soul

IO AD ALBERTO LO CHIAMO MAESTRO

Se oggi scrivo di musica, con un occhio particolare alla black music e, entrando nello specifico ancora più specifico, al reggae, il merito è di due persone in particolare, forse tre.

La prima è indiscutibilmente Bob Marley.

La forse terza è Michael Jackson.

La seconda, senza ombra di dubbio, risponde al nome di Alberto Castelli. Con i suoi programmi in radio e le accorate recensioni di incredibili dischi che profumavano di jazz, blues, reggae e soul, il vecchio mods romano mi ha spalancato le porte di un mondo magico che mi ha portato altrove.

Dopo averlo letto e ascoltato per anni, ho timidamente approcciato l’autore di questo libro 10 anni fa, dopo aver terminato la prima stesura di Bob Marley In This Life. Gli scrissi una lunga mail dove lo supplicavo di leggere il mio libercolo su Tuff Gong e, se lo riteneva meritevole, scriverne una postfazione. Non me la sentivo di approcciarmi a Marley senza il beneplacito di uno dei più profondi conoscitori italiani del profeta del reggae. E Alberto quella simbolica benedizione me la diede, sottoforma di un paio di cartelle che con gioia inserii nel libro. E fece di più, accettando di presentare il volume con me nella suggestiva Reggae University, all’interno del Rototom Sunsplash, senza ombra di dubbio il festival reggae più bello e seguito d’Europa, che allora si teneva ad Osoppo, nel verde più verde, ed era uno spettacolo di balli, tende, musica e colori. Quello che non sapevamo, né io né Alberto, è che quella sarebbe stata l’ultima edizione di quella manifestazione in Italia, e che dall’anno successivo il Rototom si sarebbe scandalosamente trasferito in Spagna per via dei soliti impedimenti, burocratici e non solo, con cui è costretto a combattere chi cerca di organizzare qualcosa in questo paese. Ma non divaghiamo.

Quel pomeriggio incontrai per la prima volta Alberto di persona, l’immancabile basco in testa, gli occhiali da sole e il sorriso caldo di chi, come dice lui, “cerca di vivere elegantemente in circostanze difficili”.

Ero emozionato ma lui mi guidò in una bella chiacchierata che iniziammo davanti a un pubblico di una quarantina di persone, ed eravamo già belli soddisfatti. Poi ci distraemmo un attimo, un aneddoto sul king di qua, uno su Lee Scretch Perry di là, e quando alzammo la testa la sorpresa: il tendone che ospitava la Reggae University era stracolmo, non c’era un posto libero, mentre una marea di gente continuava a entrare restando in piedi. Il gasamento per essere capaci di simili sold out svanì quando ci rendemmo conto del motivo di quella ressa. Dietro di noi stavano – in attesa di iniziare una conferenza che non era stata annunciata ma volata di bocca in bocca grazie al passaparola proprio per evitare troppo afflusso – Chris Blackwell e Bunny Wailer.

Mamma mia” disse Alberto mentre salutavamo un pubblico molto generoso con noi nell’applauso e incassavamo pure il sorriso benevolo di Chris che, abbronzato, con la camicia di jeans e il cappellino verde militare, ricordava vagamente Vasco Rossi, però un po’ più magro. Ma non lo era. Era invece l’uomo che aveva fondato la Island, lanciato Bob Marley fra il pubblico bianco, messo sotto contratto gli U2 e tanti, tanti altri. Bunny, vestito di bianco, con bastone d’ordinanza e occhiali a specchio, al contrario sembrava un re che non regalava sguardi e cenni a nessuno, molto meno affabile dell’ex capoccia della Island.

La conferenza fra i due fu al fulmicotone. Il pacifico Chris cercava di mantenerla leggera, condividendo ricordi e curiosità divertenti. Peccato con Bunny non fosse di quell’idea e iniziò ad andarci giù pesante, accusando la Island di avergli fregato dei soldi, Blackwell di essere un truffatore, eccetera eccetera. Fu davvero pazzesco e probabilmente anche ingiusto, se si considera quello che ha fatto Chris per la diffusione del reggae nel mondo.

Ecco come andò il mio primo incontro col maestro Castelli che da allora – e da quando è nata Chinaski Edizioni, la casa editrice che cerco di dirigere con l’aspirazione di creare una piccola Trojan della letteratura musicale – sogno di pubblicare. E dopo anni il mio desiderio è stato esaudito con il libro migliore che si potesse realizzare, quello che meglio si addice alle caratteristiche di Alberto, che è uno storyteller nato, un bluesman della parola e del racconto, capace di portarci con stile in un lungo viaggio attraverso gli anni d’oro della musica black, dove il groove che suona è motore e carezza per l’anima. Un orgoglio nero che passa con nonchalance da Otis Redding a Bob Marley, da Quincy Jones a Gil Scott Heron, Da Muhammad Ali a Marvin Gaye, dal southern soul ad Amy Winehouse, dalla Motown alla Stax, da Kareem Abdul-Jabbar ad Al Green.

Capito che roba?

Questo non è solo un libro, è un pezzo fondante di storia della musica, una radio distorta e lontana, quasi magica, che vi consiglio di leggere (o sentire? Boh, ve l’ho detto, è magica) la notte, accompagnata dall’ascolto dei brani che racconta. Possibilmente amandovi alla fine di ogni capitolo. Da soli, in coppia, in gruppo, come vi aggrada.

Probabilmente se spargessimo nell’aria una playlist con una piccola parte delle canzoni citate in questo libro il tasso delle nascite aumenterebbe del 300%. E anche quello delle rivolte contro le funeste maglie del potere… dai, sto di nuovo divagando.

Davvero, questo è il libro giusto scritto dallo scrittore giusto sugli artisti giusti che hanno scritto le canzoni giuste.

Ve l’ho detto, io ad Alberto lo chiamo maestro. E Soul to Soul è la lavagna su cui ci impartisce la lezione, un sunto della mitica storia della black music e dei suoi protagonisti, un enorme jam session che passa di città in città e racconta di amori tormentati, treni perduti, flusso naturale e mistico che attraversa l’aria mentre ce ne stiamo seduti a riflettere sulla banchina del porto e un pastore della chiesa di Memphis ci assolve cantando Let’s Stay Together.

Ecco, sto ancora divagando…

Tanto quello che dovevo dire l’ho già detto. Questo libro è un blues che ti porta via. Castelli è un bluesman che ti porta via. Gli artisti raccontati in questo libro ti portano via.

Leggetelo con gioia e moderazione, possibilmente mantenendo una certa eleganza nonostante i momenti difficili.

Federico ‘Sandman’ Traversa

Il film sui Queen non mi ha convinto ma la rapsodia italiana è un’altra cosa…

“Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer non è piaciuto più di tanto. Lo so, probabilmente sono uno degli unici al mondo, ma la cosa, vi assicuro, non mi fa sentire speciale. Probabilmente non ho colto delle cose, nel caso segnalatemele, ma prima lasciate che argomenti sul perché la visione della pellicola mi ha lasciato un po’ così, come uno che prenota sei mesi prima per mangiare in quel determinato ristorante e, dopo la tanto agognata cena, si trova a sbadigliare insoddisfatto: “Tutto qui?”.

Partiamo da un dato di fatto: fare biopic fedeli alla storia e allo stesso tempo avvincenti, condensando il tutto in una pellicola di meno di tre ore, è difficilissimo. Quasi impossibile. Quindi la prima regola quando ci si approccia a questo genere di film è non essere integralisti e troppo legati al dettaglio. Tuttavia, quando per amore del drama un personaggio complesso e sfaccettato come Freddie Mercury viene raffigurato alla stregua di una checca egocentrica in pieno trip ormonale per due ore e mezza di film qualcosa non torna. Capitemi, io non ce l’ho con l’interpretazione al limite della nevrosi del bravo Rami Malek, che è un ottimo attore e il cui unico limite, nella circostanza, è quello di non avere quella fisicità animale che rese unico Mercury. Esattamente come non ce l’avevo con Val Kilmer, che nel 1991 interpretò magistralmente Jim Morrison nel film “The Doors”. Lo fece benissimo, davvero, peccato però che Morrison non era soltanto il bel giovane alcolizzato in fissa con la poesia che tinteggiò Stone. C’era ben altro, esattamente come nel caso di Mercury. Ecco, trovo i due film molto simili, sia nei pregi – una fotografia sontuosa, colonna sonora da paura, attori somiglianti e incisivi, una trama emozionante – che nei difetti, su tutti una definizione al limite della macchietta dei due iconici protagonisti che vanifica il resto. Paradossalmente ho trovato più aderente alla realtà “The Dirt” di Jeff Tremaine, il biopic sui Motley Crue, che probabilmente aveva meno pretese autoriali ma ha confezionato una pellicola godibile, tosta, che non scende mai nel caricaturale nonostante si spinga spesso over the limit. Se poi andiamo indietro negli anni, capolavori del genere come Walk The Line – dedicato al man in black Johnny Cash – e Ray, sulla vita di Ray Charles, mi sembrano di un’altra categoria. E sto citando i primi che mi vengono in mente. Non saranno capolavori ma a me sono piaciuti di più pure “Control” su Ian Curtis, “The Runaways” e “8Mile”, anche se definire quest’ultimo un biopic è riduttivo.

Premesso questo, bisogna ammettere che “Bohemian Rhapsody” è stata una manna dal cielo per tutto ciò che circola intorno alla musica: film, libri, riviste di settore. La nicchia, perché questo ormai siamo, di noi addetti ai lavori è tornata per un momento a sentirsi protagonista di qualcosa non soltanto circoscritta a pochi intimi. E altri film stanno arrivando. “Rocketman”, dedicato a Elton John, è vicinissimo all’uscita e si vocifera si stia per girare un biopic pure su sua Maestà David Bowie. Anche il moribondissimo mondo dei libri musicali ha fatto felice il proprio defibrillatore, con i librai – solitamente lontani dai titoli musicali come i vampiri dall’aglio – un po’ più aperti verso il genere. E pure gli scrittori. Infatti in Chinaski è arrivato Antonio Pellegrini a proporci un gran bel titolo che esce il prossimo 15 maggio: “Italian Rhapsody – L’avventura dei Queen in Italia”. Il libro giusto al momento giusto. Di cosa parla? Dello straordinario rapporto di amore reciproco tra i Queen e l’Italia. Un legame nato nel 1984, l’anno d’oro della band nel nostro paese, con le due esibizioni di “Radio Ga Ga” al Festival di Sanremo e i meravigliosi concerti milanesi del 14 e 15 settembre. Il volume di Antonio riporta aneddoti, curiosità, interviste, testimonianze inedite e foto rare o mai pubblicate. Arricchiscono il lavoro una preziosa raccolta di articoli di leggendarie riviste musicali italiane nonché una sezione dedicata ai progetti portati avanti da Brian May e Roger Taylor, i loro live in Italia, la nascita della sigla Queen+ che li vede, negli anni 2000, prima con lo storico cantante rock blues Paul Rodgers e poi con il giovane Adam Lambert.

Realizzato con il pieno supporto e la collaborazione di QueenItalia, la community italiana dei fan dei Queen, che ha fornito prezioso materiale,“Italian Rhapsody” è una testimonianza lucida e completa per conoscere approfonditamente uno spaccato di storia legata al nostro paese di una delle band più iconiche della storia del rock.

Una rapsodia italiana che mi ha colpito decisamente più del film.

E di questo umilmente chiedo venia…

Federico Traversa

CANNAPLASTICA E NON SOLO: LA RIVOLUZIONE GREEN ARRIVA A TORINO

Non facciamo in tempo a scongiurare una disgrazia che ne incombe un’altra. Tempi duri nell’Italietta targata 2-0-1-9. Mentre con un colpo di coda rispettabile e apprezzato il Sindaco di Torino e il Presidente della Regione Piemonte impediscono all’editore fascistello a caccia di notorietà di esporre al Salone del Libro, ecco il Ministro degli Interni focalizzare il suo odio sulla canapa light, i grow shop e tutto l’indotto legato alla cannabis legale. Al solito lui, da immenso statista, va in controtendenza anche rispetto al suo sodale Trump che, a dispetto di qualche slogan pre elettorale, a toccare un mercato così florido non ci pensa nemmeno. Eh sì, perché i reazionari Stati Uniti, su questo argomento, sono anni luce avanti a noi: l’hanno legalizzata da qualche tempo, e non solo in versione light, con più di un beneficio: vari Stati fatturano tantissimi soldi grazie alle tasse e, udite udite, il consumo di cannabis fra i giovani compresi fra i 12 e i 17 anni è sceso dello 0,42%.

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Fascisti al Salone del Libro? Business is business

Allora amici, capisco l’indignazione, capisco che in un momento storico così ricolmo di ignoranza si abbia voglia di ribellarsi e scendere in piazza. Sono d’accordo, ci mancherebbe. Come diceva Don Gallo l’essere antifascisti non è un optional! Rispetto quindi Zerocalcare che ha scelto di non presentarsi al Salone del libro così come rispetto la Murgia che invece ha scelto di esserci. Sento il dovere, tuttavia, per chiarezza e amore della verità, di spiegare ai non addetti ai lavori (gli addetti ai lavori anche se fanno finta di niente certe cose le sanno fin troppo bene) che quello che sta succedendo a Torino con la questione della casa editrice Altaforte sfiora il paradossale. E lo dico con cognizione di causa, visto che con Chinaski Edizioni, la casa editrice che dirigo da 15 anni,ci siamo fatti 8 Saloni di Torino di fila (non ci andiamo più per scelta dal 2013), più la Fiera del Libro di Roma e un sacco di altre manifestazioni del genere. Ebbene, in questi contesti le case editrici di estrema destra, per non dire fasciste, ci sono sempre state e nessuno ha mai proferito mezza parola. Eppure non esponevano dentro una grotta ma in mezzo agli altri. Ne ricordo una che faceva quasi apologia del fascismo; perdonatemi ma ho rimosso il nome e non ho voglia di sforzare la memoria per così poco.

Quindi, siccome non credo di averla vista solo io, perche se ne parla solo quest’anno? Amici editori e scrittori che ora vi stracciate le vesti non credo ve ne siate accorti solo ora. O invece sì?

La verità è che il problema abita da un’altra parte, e cioè nella grassa ignoranza in cui annaspa questa nostra povera Italia targata 2019, una polveriera in cui si combatte a forza di urla, spintoni e slogan da stadio. Un ambiente malsano e putrido dove il virus del fascismo può proliferare indisturbato.

Ma l’editore che si riempie la bocca dicendosi orgogliosamente fascista non è nato oggi, era lì anche ieri. Ha solo pubblicato un libro-intervista su quella sottospecie di politico che si atteggia a ducetto. Tutto qui. E parliamo di gente che su odio, algoritmi e ‘purché se ne parli’ ha costruito la propria fortezza.

Ma, e anche qui voglio essere chiaro, a quelli del Salone di ciò che pubblichi importa meno di zero. Agli organizzatori della tua proposta letteraria non frega niente, basta che paghi lo stand puoi far entrare tutti i libri che ti pare. Non c’è selezione all’ingresso come in discoteca e puoi entrare senza cravatta. Si tratta solo e unicamente di una manifestazione commerciale, un grande business per la città di Torino, la Regione Piemonte e qualche editore abbastanza grosso da… mi fermo qui.

E per tutti gli altri? Salvo rare eccezioni un mezzo bagno di sangue economico ma una bella vetrina e un ottimo modo per ampliare i propri contatti. Fine. L’idealismo, la poesia, i valori, andateveli a cercare pure da un’altra parte.

Quindi, devo constatare con tristezza, che si sta facendo tanto rumore per una cosa che esiste da anni all’interno del cuore di una manifestazione che non ha più cuore di un centro commerciale.

Comunque, visti i tempi, è bene protestare e ricordare ai ragazzi che essere fascisti è un insulto alla propria intelligenza. Però occhio che ciò che si demonizza troppo poi agli occhi dei giovani diventa affascinante. Che gran casino.

Ah, e comunque noi al Salone non ci andiamo neanche quest’anno…

Ciao guagliù

Federico Traversa

A föa do Bestento – Fiabe liguri al Libraccio di Genova

Venerdì 26 aprile ore 18 presso Libreria Il Libraccio (Via Cairoli 6R – Genova) Walter Fochesato e Pino Boero presentano il loro libro “A föa do Bestento – Fiabe liguri” CHINASKI EDIZIONI ; Una raccolta unica di 60 favole storiche del nostro territorio, che parte dalla traduzione di un testo perduto, pubblicato a fine Ottocento in Francia. Un viaggio meraviglioso attraverso la Liguria, dall’estremo Ponente alla Lunigiana toccando il Basso Piemonte e arrivando in Sardegna a Carloforte e Calasetta che conservano la lingua genovese… Un viaggio che agli adulti ricorderà il “buon tempo antico” in cui, magari intorno al camino, gli anziani raccontavano fiabe e che ai giovani trasmetterà il gusto della scoperta e il piacere del racconto.

FABRIZIO DE ANDRÉ E I PELLEGRINI SULLA CATTIVA STRADA

IN LIBRERIA LA STORIA DI DE ANDRÉ E DI TUTTI GLI ARTISTI CHE L’HANNO ACCOMPAGNATO SULLA “CATTIVA STRADA” DELLA POESIA: BRASSENS, VILLON, COHEN, LEE MASTERS, RIMBAUD, MANNERINI, PIVANO…

E TANTI ALTRI… rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr

Esce il 20 aprile “Canapa Una Storia Incredibile”

Una pianta che da migliaia di anni fa parte della vita degli umani, ma che da circa novant’anni è diventata oggetto delle attenzioni di quasi tutte le forze di polizia del mondo, un’icona del male nell’immaginario collettivo. Un ragazzo che incontra quella pianta, e suoi prodotti, quando sono avvolti di quell’aura illecita che attrae e respinge, ma che non, sempre fa riflettere. Due storie che si intrecciano, perché mentre il ragazzo cresce e cresce la sua consapevolezza, insieme si sviluppa anche la curiosità sul perché di quei divieti, sul motivo per cui quella pianta è bandita dall’agricoltura, dall’industria, dalla farmacopea; luoghi in cui aveva dimorato per secoli.

Così l’autore, parallelamente al suo percorso che lo ha portato prima a fondare un sito con l’obbiettivo di stimolare la discussione verso politiche di liberalizzazione della pianta, e poi a creare e dirigere Dolce Vita, la più importante rivista italiana nel settore degli “stili di vita alternativi”, ci racconta la tormentata vicenda del più controverso vegetale nella storia della nostra civiltà, cercando nuove domande e ottenendo alcune significative risposte. Due storie davvero incredibili; quella di Matteo che dai banchi abbandonati in fretta dell’Università si è inventato imprenditore di successo nel settore della comunicazione, e quella della Canapa che, con estrema fatica ma altrettanta forza, sta riemergendo dal limbo dell’illegalità in molte parti del mondo e da ultimo, almeno in versione “light”, anche nel nostro paese.

Una “rivoluzione verde” che ha un solido retroterra culturale, ben oltre il cosiddetto uso ludico, narrata con sobrietà e leggerezza da uno dei suoi protagonisti.
Ulteriori news sul sito

www.unastoriaincredibile.it