Archive for Settembre 2020

Flavio Gaggero – La Grande Anima di questa città

di Federico Traversa

C’è un personaggio nella tradizione zen che si chiama Hotei ed è una specie di grasso Babbo Natale senza la barba. Lo avrete visto sicuramente nelle tante statuette che lo raffigurano, molti credono erroneamente sia il Buddha.

Pelato, sempre sorridente, ha un rosario al collo e un borsa a tracolla che non si svuota mai, con cui nutre i poveri e i bisognosi.

Pare che la sua figura derivi da un monaco Chan di grande bontà, di nome Qìcǐ ma conosciuto come Maitreya, che visse intorno al 500 d.C. sotto la dinastia Liang.

Altre fonti lo pongono invece in India; il suo nome era Angida, un abile cacciatore di serpenti dal cuore d’oro: dopo averli catturati toglieva loro il veleno per evitare che mordessero i passanti e poi li liberava.

Sia quel che sia, oggi Hotei è una figura leggendaria e rappresenta prosperità, generosità e amore.

Nella tradizione zen si dice che possa cavar fuori dalla sua borsa tutto quello che serve per aiutare le persone che incontra.

Sei un assettato? Lui ti sorride e tira fuori una bottiglia d’acqua.

Sei arrabbiato perché ti si è bucata una gomma della macchina? Ecco che dalla borsa esce dello spray per ripararla.

Hotei è quello che nel buddhismo viene definito un bodhisattva, cioè una persona che spinta dalla compassione sceglie di lavorare per l’illuminazione e il bene di tutti gli esseri viventi. Lui è tra noi per servire e non per essere servito.

Flavio Gaggero di mestiere fa il dentista, è un cristiano praticante e di buddhismo credo sappia molto poco, eppure è forse la persona più simile a Hotei che abbia mai incontrato.

Sempre allegro, sorridente, felice, se gli chiedi come va risponde immancabilmente: “Bene, anzi benissimo”, perché la vita per lui è un regalo del buon Dio e il solo fatto di esserci va salutato con gioia, figurarsi poi se si è nati nella parte fortunata del mondo.

In quasi quarant’anni che lo conosco non l’ho mai visto arrabbiato, pensieroso, oppure triste. Persino quando ha avuto problemi di salute importanti il suo bellissimo sorriso non l’ha mai abbandonato.

A 84 anni suonati lavora ancora 12 ore al giorno curando gratuitamente migranti, senzatetto, indigenti, anziani con la pensione sociale, chiunque abbia bisogno insomma. Tutti i poveri cristi in difficoltà che hanno mal di denti ma non possono permettersi l’intervento di qualcuno che glielo faccia passare da lui trovano ristoro.

Ma non pensate a un dentista terzomondista costretto a raffrontarsi solo con pazienti vittime del giogo della brutalità sociale; dal buon vecchio Flavio transitano così tante bocche importanti che i media si sono spesso occupati di lui definendolo, con poca fantasia, “il dentista dei vip”.

Da Renzo Piano a Gino Paoli, passando per Beppe Grillo, Ornella Vanoni e le buone anime di Don Gallo e Paolo Villaggio, quello studio ha visto davvero di tutto.

L’unica differenza fra i pazienti è che se sei ricco e famoso paghi l’otturazione, mentre se sei una persona in difficoltà non solo non paghi il lavoro, ma probabilmente esci dallo studio con il portafoglio un po’ più pesante, merito delle corpose donazioni di questo Hotei col trapano in mano, che se non ci fosse andrebbe inventato.

Ho iniziato a frequentarlo da piccolo, bambino pauroso con i denti storti, per poi ritrovarmelo durante i miei anni di collaborazione con Don Gallo e la Comunità San Benedetto al Porto. Oggi Flavio, a cui da qualche anno sono finalmente riuscito a dare del tu, è l’amico fidato che tende la mano ai “miei migranti”, un gruppo di amici nigeriani in difficoltà che cura gratis appena glielo si chiede, e ai quali a volte riesce persino a trovare qualche lavoretto.

Quando ho saputo della sua candidatura con la Lista Sansa mi ha fatto veramente piacere, Ferruccio non solo è un collega che stimo per le sue inchieste sempre corrosive e interessanti, ma una persona ispirata e seria. E aver offerto questa possibilità a Flavio un gesto che dimostra grande umanità. Perché, parliamoci chiaro, la politica – al netto di competenze, budget, progetti ed idee – ha un disperato bisogno di bontà. Si ho detto bontà. Per far politica davvero efficacemente credo serva avere dentro di sé quel sentimento di empatia che arde come un fuoco sacro, e spinge a perseguire il bene comune. Te ne dovrebbe importare, e tanto, delle persone per fare questo mestiere. Lo ripeto: serve bontà, poi esperienza e infine lungimiranza. Con queste tre caratteristiche quel piccolo indiano che chiamavano Mahatma – che vuol dire grande anima – ha sconfitto gli inglesi senza alzare un dito.

Anche Flavio Gaggero é un mahatma, e spero che la sua elezione possa portare in Regione quella bontà necessaria per sconfiggere tutto l’egoismo, l’indifferenza e l’ignoranza gretta di una politica che per anni se n’è fregata degli altri, e ha pensato solo a far mettere le chiappe al sole agli amici, e agli amici degli amici, condendo il tutto con slogan, propaganda becera e passerelle.

D’altronde, come diceva sempre Don Gallo al suo cardinale, i peccati capitali non sono solo sette ma ne esiste un ottavo, forse il più grave: l’indifferenza.

E Flavio Gaggero, come Don Gallo, Gandhi e il panciuto Hotei, è tutto fuorché indifferente.

Forza, Grande Anima!

Shane MacGowan – cadute e miracoli del santo bevitore dei Pogues

di Federico Traversa

Se Charles Bukowski fosse nato a Dublino e invece di scrivere si fosse gettato a capo fitto nella rivisitazioni accelerate del tradizionale folk irlandese, ci sono buone possibilità che si sarebbe chiamato Shane MacGowan.

Il frontman matto dei Pogues è uno di quei personaggi difficili da raccontare in poche pagine. Parliamo di carne, sangue e whisky che si mescolano nella stessa tazza per la zuppa, un sogno alcolico vestito da poesia che incendia i cuori dei figli del pub da quasi quarant’anni.

Nasce il giorno di Natale del 1957 a Tunbridge Wells, in Inghilterra. I suoi genitori, fieramente Irish, sono lì in vacanza da alcuni parenti. La madre è una cantante/ballerina di musica tradizionale irlandese che fa la modella a Dublino, mentre il padre uno scrittore.

Shane vive in una fattoria della contea di Tipperary, in Irlanda, fino all’età di sei anni, poi la famiglia si trasferisce a Londra.

Nella capitale inglese cresce ribelle e confuso come tutte le persone autentiche.

Nel 1976, dopo aver visto dal vivo i Sex Pistol, entra a far parte della scena punk londinese.

Sempre in quell’anno, mentre assiste a un concerto dei Clash completamente ubriaco, cerca di baciare una ragazza che gli addenta l’orecchio con un morso. Il giovane MacGowan rotola a terra e inizia a perdere sangue. Un giornalista assiste all’accaduto e scatta una foto. Quell’immagine capeggerà sul giornale del giorno dopo sotto al titolo: “Cannibalismo al concerto dei Clash”.

Quando non viene azzannato dalle ragazze ai concerti, Shane lavora in un negozio di dischi, cura una fanzine di sua creazione chiamata Bondage e milita nei Nipple Erectors, un gruppo punk che ha formato con l’amica Shanne Bradley.

Dopo l’uscita del primo singolo King Of The Bop (1976) – prodotto da Stan Brennan, il datore di lavoro di Shane al negozio di dischi – il gruppo cambia nome in The Nips e registra altri tre singoli.

La formazione è tutto fuorché stabile, per un periodo alla batteria siede anche Jon Moss, prima di accasarsi con i Culture Club e vendere milioni di copie insieme a Boy George.

I Nips si sciolgono alla fine del 1980, della loro gloriosa storia resta un album dal vivo, Only The End Of The Beginning, e l’orgoglio di aver aperto gli show di gruppi mitici quali Jam e Clash.

Nello stesso periodo in cui milita nei The Nips, Shane suona la chitarra anche in un altro gruppo punk, The Millwall Chainsaws, in cui si alterna alla voce con Peter Stacy, un tipo tosto originario di Eastbourne che tutti chiamano Spider. E poi ci sono Jem Finer – un amico di Shane che sa suonare banjo, mandolino, sassofono e ghironda – Jamers Fearnley (chitarra) e Andrew Ranken (percussioni). È più o meno questa la formazione, perlomeno dal 1982, perché all’inizio la line up dei The Millwall Chainsaws cambia molte volte, esattamente come il loro nome. Saranno prima i The New Republicans, poi i Pogue Mahone e solo alla fine arriverà il nome della leggenda: The Pogues.

Il loro stile? Una mescola di musica tradizionale irlandese, poesia, folk e rock n’roll, il tutto benedetto da un’attitudine punk ubriaca.

Shane rimane con la band dal 1982 al 1991, realizzando cinque incredibili dischi (Red Rose for Me, Rum, Sodomy and the Lash, If I Should Fall from Grace with God, Peace and Love ed Hell’s Ditch) e due Ep (Poguetry in Motion e Yeah, Yeah, Yeah, Yeah, Yeah), che vendono tantissimo, rivoluzionano il modo di approcciarsi al folk e trasformano i Pogues in un gruppo di culto assoluto.

Il resto lo fa la leggenda di Shane, il cantante perennemente ubriaco che impreca sul palco, vive una vita sregolata e sull’orlo del baratro ma è capace di amare spremendosi il cuore fino all’ultima goccia di vita. Ironico, confuso, passionale, onesto. Un’adorabile testa matta a cui si finisce per perdonare tutto, o quasi.

Ed è così che lo descrive la giovane scrittrice Victoria Mary Clarke in una lunga serie di interviste che poi finiscono nel suo libro A Drink with Shane McGowan. Incontri che si rivelano galeotti visto che i due si mettono insieme, e dopo molti anni di convivenza recentemente hanno addirittura convolato a nozze.

I giorni di Shane con i The Pogues terminano nel novembre 1991 durante un tour in Giappone. La motivazione? Lui è ingestibile, ogni notte un pericolo, un ritardo, la paura che non riesca a raggiungere il palco, senza scordare le rovinose cadute, le facciate per terra, le risse da ubriaco, i denti in bocca sempre di meno e i chili intorno alla vita sempre di più. Eppure quando sale sul palco, la barba lunga, i capelli spettinati, gli occhiali scuri e quella voce penetrante corrosa dall’alcool, l’autore di If I Should Fall From Grace with God è dannatamente vero.

Dopo la sua uscita dal gruppo, seppur intraprendendo un percorso professionale frammentario e accidentato, MacGowan realizza cose pregevoli, spendendosi in duetti e featuring vari – come dimenticare la versione What A Wonderful World di Louis Armstrong realizzata insieme a Nick Cave per il Natale 1992 che è diventata ormai un classico – ma faticando a portare avanti progetti più lunghi e articolati. Tra visioni abbozzate e collaborazioni arriva un disco solista nel 1994 – The Snake, dove appare crocifisso in copertina – e una nuova band per accompagnarlo che ironicamente chiama The Popes. Disco ispirato e sottovaluto, tra l’altro, con uno inaspettato Johnny Depp, grande amico di Shane, a suonare la chitarra in That Woman’s Got Me Drinking, secondo singolo estratto dalla raccolta.

Tre anni dopo arriva un nuovo album con i The Popes, The Crock of Gold, poi basta.

All’inizio del nuovo millennio eccolo tornare con i Pogues per una serie di concerti, che si ripeteranno fedelmente negli anni, ma niente musica nuova.

Shane continua con la sua condotta di vita scapestrata, le esagerazioni e l’amore per il disegno, che ha sempre coltivato al pari della musica.

Alla voce problemi, come dicevamo, il materiale non manca, basti pensare che nel 2001 l’amica Sinead O’ Connor, non esattamente un esempio di condotta monastica, arriva a denunciarlo alla polizia inglese per possesso di eroina nella speranza che l’arresto possa salvarlo dal baratro in cui è precipitato. Qualche anno dopo, passata tanto la scimmia quanto l’incazzatura, Shane la ringrazierà pubblicamente.

In un’intervista di qualche anno fa il cantante ha dichiarato di aver iniziato a bere all’età di cinque anni, quando la sua famiglia gli diede la Guinness per aiutarlo a dormire visto che soffriva d’insonnia, e che suo padre lo portava spesso al pub vicino a casa mentre beveva con i suoi amici.

Anche alla voce dentatura le cose non sono certo migliorate con gli anni. L’ultimo dei suoi denti naturali è caduto, stroncato dalla solitudine, nel 2008. Dopo anni da sdentato, nel 2015 Shane si è finalmente deciso a farsi rimettere in sesto la bocca, sottoponendosi a una procedura di nove ore, con otto impianti in titanio incastonati nelle mascelle più un dente d’oro, quest’ultimo per sfizio. La procedura è stata oggetto di un programma televisivo di un’ora intitolato Shane MacGowan: A Wreck Reborn.

Un antipasto in vista della sobrietà, visto che qualche mese dopo la moglie Victoria Mary Clarke ha rivelato alla stampa che Shane è sobrio “per la prima volta da anni”. La donna ha spiegato che a seguito di un grave attacco di polmonite, aggravato da un infortunio all’anca estremamente doloroso che ha richiesto una lunga permanenza in ospedale, il cantante è stato costretto a smettere di bere. E una volta dimesso ha perseguito con la buona abitudine.

Ma le belle notizie dal mondo del figlio ubriaco d’Irlanda non sono finite qui. Qualche mese fa, all’inizio della pandemia da Coronavirus, è arrivato un annuncio che quasi nessuno si aspettava: Shane sta lavorando a un nuovo disco d’inediti!

A rivelare la notizia è stato l’Irish Sun che ha parlato di un MacGowan in studio con la band dei Cronin, dei fratelli Mick e Johnny Cronin.

Solitamente i cantanti con l’età si ammorbidiscono, ma Shane sta andando esattamente nella direzione opposta, le sue nuove canzoni sono come una tempesta, stavano quasi facendo volare via il tetto dello studio. Shane è ancora punk” ha rivelato Johnny al Sun, aggiungendo che sono state registrate già cinque canzoni.

Se consideriamo che il suo ultimo lavoro in studio con i Popes è del 1997, e l’ultima registrazione è stata la cover per beneficenza I Put a Spell on You incisa insieme a Nick Cave, Bobby Gillespie, Chrissie Hynde, Mick Jones e altri nel 2010, capirete che la notizia ha del clamoroso.

E intanto l’amico Johnny Depp sta producendo un documentario su di lui.

Nel bel mezzo di questo funesto 2020, nonostante sia spesso costretto a muoversi in sedia rotelle per il riacutizzarsi del problema all’anca, Shane MacGowan sembra più vivo che mai. Redivivo aggiungerei.

Vuoi mai che nel centesimo anno dalla nascita di Charles Bukowsi, il suo equivalente musicale torni veramente a noi con qualcosa di nuovo?

Su i calici, allora, ma senza esagerare… che i denti nuovi costano!