Archive for Senza categoria

ESCE MANJA GANJA: LA CUCINA CON LA CANAPA SECONDO EPISCH PORZIONI

Nota dell’Editore Grasso

“Sono tutti buoni a essere magri!” Questo rispondevo a quell’amabile quanto losco figuro di Porzioni quando per la prima volta mi cucì addosso l’appellativo di Editore Grasso. Certo, a molti un nomignolo così avrebbe mandato in tilt l’autostima, ma tra me il Grasso, quello con la G maiuscola, come quella del punto G, c’è sempre stato un rapporto di profonda e ben contraccambiata stima. No, non ho mai esibito salvagenti troppo ingombranti, anche se ho sempre protetto da sguardi indiscreti i miei addominali, pronti a guizzare sotto una comoda tenuta stagna a base di trigliceridi bene assortiti.

La chimica che ho studiato mi ha permesso di comprendere come depositiamo bianche distese isolanti di strutto nei nostri tessuti, quando abusiamo di tutte le cose che meglio ci solleticano la mente. Il cibo non è solo una questione di bilancio energetico, altrimenti per vivere sani basterebbe mangiare una qualche sorta di crocchetta – come quelle dei cani – con dentro il fabbisogno in proteine, polisaccaridi, grassi, fibre, vitamine, e oligoelementi necessari all’organismo per funzionare. Per sopravvivere. Il cibo nutre da sempre non solo il corpo, ma anche la mente, lo spirito dell’uomo. Mangiare è diverso da nutrirsi. Ci si nutre quando si soddisfa il bisogno meno qualificato, quando quel bisogno sorge come atto irriflesso. Preparare il proprio cibo, il cibo per i propri amici, i propri cari, è un gesto rituale, che influisce profondamente anche sul modo in cui il cibo viene assimilato. E non fate quelle facce, dopo parlerò anche della mia cucina, e dei suoi rituali…

Viviamo un epoca in cui, come molte altre cose, il rapporto con il cibo è oggetto di una profonda schizofrenia, per cui da un lato assistiamo all’iconizzazione dei supercuochi e all’esaltazione dell’aspetto formale della cucina, con la glorificazione della ricchezza delle materie prime e dei sistemi produttivi utilizzati. Dall’altro invece, il consumatore è invitato all’inettitudine, con prodotti sempre più trasformati e resi di “pronto consumo”, ma completamente omologati nel gusto. Il cibo – mi duole dare ragione a Oscar Farinetti – diventa parte di noi, va a costituire il supporto alle nostre funzioni vitali. Non si può dedicare poco tempo al cibo, significa dedicare poco tempo alla vita.

Da sempre amo cucinare, preparare cene complesse e suggestive, così come una semplice insalata, per un paio di diecine di persone così come solo per me. Il cibo va valutato nei suoi ingredienti, curato nella preparazione, mangiato con attenzione, e comprensione, o almeno con l’intenzione di comprensione. Perché non si può fare a meno di comprendere ciò che fa parte di noi, che già di fatto comprendiamo.

E a questo punto, come andiamo a parlare di canapa in cucina? Da dove esce fuori la ganja? Beh, diciamo che i derivati della canapa ed io ci incontriamo molti anni addietro, agli albori degli anni ’80. Poi ci perdiamo di vista per un po’, e quando ricomincio ad interessami, accademicamente si intende, alla questione, rimango molto impressionato da una descrizione di una ricetta di preparazione di un dolce a base di hashish e cacao nei “Paradisi Artificiali” di Charles Baudelaire, e mi chiedo come mai non si usi più cucinare con l’erba e i suoi derivati. Qualche mio amico, immaginario si intende, mi spiega pazientemente che il prodotto, in quanto illegale, magari non ha una filiera produttiva così sana, e che quindi se vuoi cucinare qualcosa non ti resta che rivolgerti a qualche altro amico, anch’esso immaginario, che ne produca per suo conto, senza smerdarla con troppa chimica di sintesi, di quella inutile insomma. Quando provo a cucinare la ganja, in diverse maniere, tra le quali alcune citate in questo libro, scopro che è questo il segreto che tutti volevano nascondere con il proibizionismo e le altre facezie di regime: E’ BUONISSIMA!!!

Naturalmente, è più buona quando è buona di suo, ma lega splendidamente con tantissimi gusti, così come fanno tutte le spezie (tutte le droghe, parole che di fatto illustrano il medesimo significato) più nobili. E poi, il simpatico supporto che viene garantito al convivio nelle 2-6 ore seguenti e il benefico sopore successivo… Certo, mi rendo conto che sto parlando a briglia sciolta, sulle ali della fantasia, di cose che veramente non ho visto accedere, dato che tutto questo sarebbe illegale. Però la cosa che più mi fa riflettere sta nel fatto che l’ipotetico uso alimentare della canapa e dei suoi derivati ci fa diventare attenti a ogni possibile sofisticazione, e scegliamo un prodotto fidato, fatto con cura, cresciuto con amore. Per tutto il resto delle cose che ci introduciamo pigramente nell’esofago, normalmente ci accontentiamo delle specifiche sull’etichetta, come se lì ci fosse davvero la storia di quel prodotto. Come se bastassero, e si è già visto che non bastano, le leggi per far cessare le truffe alimentari. La nostra pigrizia è il motore degli affari, e la nostra mancanza di curiosità è la sua benzina. Sapere come viene prodotto il cibo, come si determina il suo costo, quanto vale dal punto di vista nutrizionale, sono tutti elementi che possono aiutare una scelta consapevole. Poi  magari decido di fare dei cubetti di mortadella glassati nel miele alla canapa, fasciati nel lardo di colonnata e guarniti da un fiocco di cannaburro, ma almeno ho scelto con cura, soprattutto la mortadella, che ne hanno fatto di quelle quasi radioattive.

La morale dell’Editore Grasso? Mangiate bene, tutte le volte che vi va, bevete meglio;  qualunque cosa beviate o mangiate, fatene un piacere e non un dovere. Mangiate con attenzione, dedicatevi alla preparazione del vostro cibo, e se pagate qualcun altro che cucini per voi, accertatevi che sia degno della fiducia del vostro organismo. Lasciate che il cibo vi scelga, che si presenti a voi nel modo che gli è più congeniale; divertitevi a mangiare. E non è sempre necessario aggiungere THC per divertirsi mentre si mangia.

A questo proposito, l’aria di – tiepida – rivoluzione che soffia in questi ultimi tempi ha fatto volare in alto il termine CANAPA LIGHT, che designa le infiorescenze delle piante destinate alla produzione di canapa industriale, provviste del basso contenuto di THC voluto dalla legge dello stato, canapofobo. Adesso, naturalmente con risultati meno eclatanti ma sempre interessanti, potremmo finalmente pensare di approcciare le gustose ricette di questo libro senza quel fastidioso tintinnio di manette a rovinare i piaceri del palato. Le ricette dovranno essere rivisitate in termini di dosaggi, qualità organolettiche, ma ciò che più conta è che questa spezia – questa DROGA – sia ora disponibile in una versione che non prevede rischi di detenzione. Almeno fino a quando non decideranno di vietare anche questa.

Da ultimo, venite ogni tanto a fare un giro in cucina con me; è ora di comprendere, e di essere compresi…

 

Marco Porsia

SOSTENETE QUESTO LIBRO, SOSTENETE CHINASKI!

Oggi siamo proprio a cavallo dei 45 giorni di durata del nostro crowdfunding per la pubblicazione dell’edizione italiana dell’edizione del 10° anniversario di Heroin Diaries di Nikki Sixx, il primo fino ad oggi mai tentato da questa casa editrice. La risposta sin qui non è stata eclatante, siamo al 15% del nostro obbiettivo, con la strada che si fa sempre più in salita. Forse è un meccanismo complesso quello di queste raccolte di fondi, forse non sta bene chiedere il supporto per questo tipo di progetti.

Eppure credevamo, e ancora crediamo, che questa casa editrice, che è nata grazie alla rete, e che con la rete informatica è cresciuta nella coscienza del proprio pubblico, della sua Tribù, fosse proprio adatta a questo tipo di rapporto con i propri lettori. Cominciamo ad avere un seguito corposo, fatto di lettori accaniti, seriali, di gente che ama le storie di musica, ma anche la nostra indipendenza, che apprezza anche i nostri passaggi nei temi “altri” rispetto alla musica.

Oggi abbiamo bisogno della nostra Tribù. Non è tanto –  e non è solo – per pubblicare, in modo ampiamente rinnovato, un libro a cui siamo legati tantissimo; un libro che ci ha reso, insieme a Michael Jackson Dossier di Ken Paisli, una vera casa editrice. Una casa editrice piccola, piccolissima, ma con degli obbiettivi seri, con la volontà di portare sul mercato proposte serie, e soprattutto portare quello che i “grandi” non avevano pensato opportuno portare, per tanti motivi, magari anche un po’ politici.

La nostra politica? Fare al nostro meglio ciò che mancava sul mercato, e quindi parlare di musica, in un momento in cui sembrava non interessasse a nessuno in questo paese. Ma anche parlare di altre storie di cui nessuno voleva parlare, raccogliere sfide. Abbiamo fatto anche noi i nostri sani errori, ma adesso sentiamo che c’è un gruppo di persone assetato delle nostre storie, appassionato delle nostre parole. Per questa Tribù noi andiamo a scovare quei titoli esteri, a costruire quei progetti che ci rendono Chinaski.

Oggi abbiamo bisogno della nostra Tribù, perché riteniamo di potervi dare di più e di meglio, e pensiamo sia giusto proporlo per primi a voi, cari lettori di Chinaski. Per questo abbiamo deciso di offrire, a chi sottoscrive un pacchetto qualsiasi della raccolta fondi, uno sconto del 30% sui nostri libri in uscita nel 2018 e 2019 per l’acquisto diretto nel nostro negozio online. Vogliamo farvi leggere tanto, e possibilmente anche bene.

La nostra politica? Rock & Roll!

Marco Porsia

Direttore Commerciale

VAI SU KICKSTARTER E DAI IL TUO SUPPORTO!

ESCE IL 30 SETTEMBRE “CANE SCIOLTO”, AUTOBIOGRAFIA DI OMAR PEDRINI SCRITTA CON FEDERICO SCARIONI

 

NOTA DELL’EDITORE

di Marco Porsia

Sono più vecchio di tre anni di Omar Pedrini, e condivido quindi con lui gli stessi riflessi storici, un vissuto comune a tutti noi figli degli anni ’60. Non sono stato un fan dei Timoria sul loro nascere, soprattutto perché all’epoca ascoltavo molto meno rock di quanto non faccia ora. A quei tempi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ero completamente immerso nell’elettronica, e la mia permeabilità ai riff era decisamente bassa.
Ho apprezzato in seguito la forza espressiva di questa band che ha dato gran lustro al rock italiano, insieme a davvero poche altre. Mi incuriosì, e sostanzialmente mi deluse, la scelta dal rock al pop di Renga; i migliori della storia, ad esempio i miei amatissimi Depeche Mode, hanno
fatto esattamente il contrario, trovando nuovi stimoli e allungandosi la carriera. Nel contempo, non potevo che apprezzare la schietta coerenza dell’altro polo dei Timoria: Omar, il Guerriero.
Poi, capita che si cominci a parlare, con il mio socio Federico Traversa, della possibilità di raccontare la storia di quello che defi nisco, per semplifi cazione ma anche per considerazione, il nostro Eddie Vedder. Si tratta di per sé di un musicista con una carriera lunga e assai prolifica, che ha vissuto, viaggiato, che si è esibito davanti ad ogni genere di pubblico; già soltanto raccontare
tutto questo darebbe una bella dignità al prodotto, che entra a buon titolo nella nostra collana “Voices”. Però, noi siamo sempre portati a spostare l’asticella un po’ più in alto; così quando ci è stata proposta una cifra narrativa un po’ diversa, quando ci è stato prospettato di entrare anche noi a fare parte di quella storia, non abbiamo saputo resistere.
Questo libro non si accontenta di mettere assieme informazioni, ma cerca di coinvolgere il lettore nella ricerca di Omar da parte di Federico, che prende la forma di un viaggio iniziatico nel mondo della musica, nel mondo del Rock. Questo libro è un’impresa, così come dovrebbe essere ogni libro, così come dovrebbe essere l’editoria, l’industria, e anche la vita.
Delle tante vite di musicisti che ho avuto il piacere di pubblicare in questi ultimi tredici anni dedicati a Chinaski, ho sempre potuto riscontrare come tutti i grandi artisti, nessuno escluso, fossero completamente intrisi di dedizione alla loro materia, alla musica. L’impresa nel loro caso era proporre quella musica al mercato, per un riscontro che fi nanziatori intelligenti tramutavano in contante. Poi, i finanziatori hanno cominciato a giocare con il mercato, prevedendone le mosse, inducendone le risposte, fino a farlo crollare. Ma la Musica è rimasta in piedi. Ci sono ancora quelli che sanno entrare nelle orecchie, nella testa, nel cuore delle persone, e il nostro Omar è uno tra questi.
Questo libro vi porterà incontro all’uomo attraverso l’artista, e vi mostrerà quanto le vicende dell’uno e dell’altro si intreccino indissolubilmente. Il nostro “odisseo” Federico, con ingenuità quasi sfrontata, entra lentamente ad esplorare l’universo di Omar, fino a restarvi sostanzialmente intrappolato, e noi con lui. Piacerà, questo libro, a voi che conoscete Pedrini, che amavate i
Timoria, così come a voi che, come me, vi siete addentrati in questa storia dell’ennesimo Rocker più che altro per curiosità, per tributo alla passione, e adesso cominciate a rendervi conto di farne parte, da sempre.
Dei numerosi musicisti, più o meno famosi con cui mi è capitato di passare del tempo, scambiare impressioni, davvero pochi mi hanno comunicato qualcosa che desse valore aggiunto alla loro musica. Come a dire, in pochi casi sono stato davvero contento di averli conosciuti, di avere conversato con loro, e Omar è uno di questi, uno con cui si mangia volentieri – e si beve – uno
che sorride. Uno che ama i suoi fan, uno ad uno. Un grande umano, forgiato per la musica. Un cane sciolto, nel nome del Rock.

CANE SCIOLTO

ESCE il 29.06.2017 LA BIOGRAFIA AGGIORNATA DEI DEPECHE MODE

 

Nota dell’ editore alla seconda edizione italiana

Di Marco Porsia

 

Sono passati undici anni da quando pubblicammo per la prima volta questo libro, nell’ottobre del 2006. Questo fu il primo contratto di edizione in Italia di un’opera proveniente dal mercato anglosassone, dato che il nostro inafferrabile Paisli tratta direttamente con noi (e con nessun altro). Fu uno dei nostri primissimi progetti da “grandi”, pensato per colmare una lacuna che l’editoria italiana non si era ancora degnata di colmare.

Fu Daniel C. Marcoccia, allora direttore di Rockstar, Rocksound e Groove a segnalarci il libro di Malins, e non possiamo che ringraziarlo ancora. Fui io a massacrare l’esistenza (e anche le palle, per chi ne disponeva) ai miei soci per acquistare i diritti di questo libro. I soci di una società che aveva appena aperto, che aveva appena gettato uno sguardo inesperto ed entusiasta sul mondo, tutt’altro che dorato, dell’editoria. I soci che ringrazio ancora per aver creduto in questa scelta.

Perché in questo paese, fino ad allora nessuno aveva mai preso in considerazione l’idea di pubblicare un libro che parlasse dei Depeche Mode. E io questo non riuscivo proprio a digerirlo, giacché per me questi signori sono, semplicemente, la Musica. Non tanto la musica che mi piace ascoltare, dato che amo ascoltare musica di ogni genere, perché moltissima musica è in grado di appassionarmi, di divertirmi, persino di commuovermi. Ma loro hanno sempre fatto la musica come mi piacerebbe farla, come ho provato a farla per qualche anno; lo fanno usando un linguaggio che mi è istintivamente vicino, che entra con facilità disarmante nelle mie orecchie e poi nella mia testa.

Ho incontrato la musica dei Depeche Mode nel 1983, in autunno. Stavo cominciando l’università, e mio padre mi aveva appena concesso di ricominciare a fare musica, cosa che mi era stata proibita per tutta la durata del quinto anno di liceo scientifico, fino a maturità ottenuta. Ero stato contattato da un gruppo che avevo conosciuto quando frequentavo l’ambiente punk genovese, tra il 1980 e il 1982, e che si era votato ad un progetto interamente elettronico. Questi pazzoidi, due aspiranti ingegneri e un futuro dentista, a cui si sarebbe aggiunto un organista di formazione classica, cercavano un cantante con la voce cupa, e io ce l’avevo eccome quella voce. Anzi era proprio quella voce scura, fin da pivello, che mi aveva un po’ precluso la strada da cantante rock. Però di quella musica fatta con le “scatole” non sapevo ancora praticamente nulla, e quindi al primo incontro con i miei futuri sodali fui debitamente indirizzato ad ascolti opportuni, e tra questi non potevano mancare loro, i ragazzi di Basildon. Comprai Construction Time Again, e lo ascoltai il numero sufficiente di volte per scolpirlo nel mio DNA. E lo ascolto ancora di tanto in tanto, per sicurezza.

Dal primo momento mi fu chiaro che quella musica mi piaceva; potevo poi passare settimane, o mesi, a chiarirmi il motivo per cui mi piacesse. Ma la realtà è che pensano la musica, e sovente anche i contenuti, in un modo che mi coinvolge senza alcuno sforzo. Molti appassionati, sia ascoltatori che musicisti, hanno un preconcetto verso l’elettronica, mentre sono proprio dei gruppi come i Depeche Mode che chiariscono come l’uso di determinate tecniche non debba vincolare troppo il prodotto artistico che ne deriva.

Ho visto per la prima volta un loro concerto nel 1986 a Pietra Ligure, in un minuscolo stadio di calcio dilettantistico, e li ho rivisti quasi tutte le volte che si sono ripresentati nel nostro paese; l’ultima, e ottava, volta il 18 luglio 2013 al Meazza a Milano, e li vedrò a Roma, qualche giorno prima che questo libro sia rilasciato sul mercato.

Tu che hai comprato questo libro e sei come me un fan dei DM, sai bene di che parlo, e quindi non ti racconterò di come hanno fatto a diventare anche una grande band da concerto, cosa che per artisti reputati “non rock” è da considerarsi tutt’altro che banale. E neppure ti descriverò la loro impressionante crescita dal punto dei vista dei contenuti così come delle forme, la loro evoluzione nella capacità di assorbire nuovi modi, nuovi mondi. No, non ti dirò nulla di tutto questo.

Ti voglio fare solo riflettere su come la loro musica sia apprezzabile anche quando la fanno altri, cosa che non capita a tutti, e che mostra davvero quanta musica ci sia dentro a quelle canzoni. Penso a Stripped riproposta dai Rammstein, penso Personal Jesus trasfigurata dal leggendario Johnny Cash, penso alla sontuosa versione di Enjoy The Silence dei Lacuna Coil. Suonano sempre perfettamente e non ti deludono mai. Sono più bravi come autori o come interpreti? E un bel chissenefrega di risposta? Sono bravi perché sono un esempio di equilibrio dinamico in continuo sviluppo, che raccoglie energia e la riversa, per rigenerarla ancora. Adesso, dopo questo passaggio più quantico che elettronico, ho deciso di darti la mia personale recensione a Spirit, l’album che è uscito il 17 marzo del 2017 e che ho già sentito criticare, anche in modo aspro.

Con il presupposto di quanto sopra, ossia che sin dal primo ascolto quest’album non poteva non piacermi, ho trovato anche questa volta qualcosa di preziosamente tipico, qualcosa che prende l’orecchio con destrezza. In ogni caso qui di seguito, traccia per traccia, dico la mia in attesa di essere contraddetto. Però io qui non parlo da editore, e meno che meno da editore di libri sulla musica. Parlo dal profondo del fan club.

Going Backwards è un pezzo acre, che si poggia su un blues oscuro dal gusto di Mississippi, per aprirsi; sempre comunque graffiando. La voce di Gahan, qui come in tutto il resto dell’album, ha raggiunto una maturità tale da compensare appieno i (pochi) difetti che l’età, ahimé, comporta. Il colore delle sue note si è scurito, ispessito, ma la trama vocale che ne viene fuori è decisamente molto efficace.

Where’s The Revolution è un singolo impressionante, sia dal punto di vista del testo, che reputo uno dei più belli e sconsolati che siano stati scritti recentemente, sia dal punto di vista della musica e della prestazione vocale di DG, oltre alla consueta cura nelle parti corali. Sia questo pezzo che il precedente risentono molto dello sviluppo delle passioni americane sia di Gore che di Gahan, che da Music For The Masses in poi hanno trovato una dimensione rock che si è sempre più connaturata con il loro discorso musicale.

The Worst Crime è una traccia piuttosto tetra, anche se assai carazzevole, in cui la già decantata voce di Dave costruisce una struttura circolare che evoca un amaro carillon, che ogni tanto si schianta. I suoni, come in tutto l’album sono grigi ma non opachi, anzi estremamente nitidi, con una calibrata ampiezza di riverbero.

Scum cambia, almeno in parte, registro. Da un lato sembra di ritrovarsi in atmosfere simili a quelle di Exciter, ma il vero album di riferimento, l’album simmetrico a questo è Black Celebration, non a caso quello che dava il titolo all’edizione precedente di questo libro. Questo pezzo è cattivo, non duro ma cattivo, e vuole anche esserlo, e ci riesce assai bene. La finitura industrial dei suoni, e soprattutto delle voci, rende il tutto più tagliente, e funzionale al tema. Se dai dello stronzo a qualcuno non devi essere gentile.

L’ambientazione da primi anni del XXI Secolo continua con You Move, anche i suoni che qui echeggiano mi ricordano, soprattutto per l’abbondante uso della rottura di tempo, i Lamb dei loro anni migliori, che erano proprio quelli. Qui si lavora sulla cifra ipnotica della comunicazione, e Dave qui da il suo meglio in versione stracciamutande.

Con Cover Me continuiamo ad ascoltare un Gahan affabulatore di femmine, ma un po’ affabulatore di tutti, su delle atmosfere che affondano in suoni che fanno parte delle radici dei Depeche Mode e della musica elettronica, collocabili tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80.

Gore si presenta a cantare con Eternal, una breve pennellata dal testo catastrofico, che sorregge l’interpretazione struggente, sin troppo, della voce su di un impianto che richiama le canzoni yiddish, con fisarmoniche e pieni di orcherstra che incorniciano il cantato.

Poison Heart è un tuffo all’indietro nelle ballate di sapore americano, con l’evocazione di un’epoca tra gli anni ’50 e gli anni ’60, e il nostro supercrooner, come sempre, risplende in ammiccamenti, sicuro su dei percorsi che nulla lasciano al caso. Le sonorità sono davvero raffinate, e nascondono delle deliziose campionature di elettronica primordiale, che fanno venire in mente, a chi le ha conosciute, le tastiere Korg MS-10 e MS-20, e tutto quello che quel mondo comportava. L’epoca dell’analogico a vapore.

Quando comincia a ticchettare il ritmo di So Much Love ci rendiamo conto che l’ago della macchina del tempo si è spostato ancora, più o meno all’altezza di Sounds Of Universe, forse rimbalzando persino più avanti. Tuttavia anche questo pezzo, comunque giocato, come tutto l’album, sugli accordi minori, ha una quantità di stimoli motori ed emotivi, ovvero fa ballare e cantare che è un piacere.

Poor Man ripassa alle atmosfere blues, per offrirci suoni sulfurei, con la voce che scava ruvida dentro le macerie di una società che marginalizza, che esclude.

No More (This is the Last Time) è ancora un’incursione nel lato intimo, sentimentale della musica del gruppo, anche se in questo caso il principio di onestà su cui si fonda il testo è ben più generalmente applicabile rispetto al solo ambito della coppia. I suoni sono docili, con aperture assai limpide, e può venire in mente il linguaggio utilizzato in Violator.

Fail, che chiude il disco, è un pezzo che rientra come contenuti nel contesto di ispirazione sociale decisamente ricco in questo album; i suoni sono nuovamente molto datati, volutamente ed assolutamente in modo efficace. E mi ricordano tanto Construction Time Again, il mio primo disco dei DM. Torna a cantare Martin, che ha affinato le sue tecniche vocali un po’ trobadoriche, come si nota di più in Eternal, e che va a caccia nel testo di un perché difficile da trovare.

L’impressione che ti verrà fuori da questa recensione, caro amico fan, è che i nostri abbiano fatto un greatest hits di inediti, rimescolando con la sapienza di oltre trent’anni di musica. E non ti nascondo che, come noti dai miei commenti, è stata anche la mia prima impressione. Poi mi sono chiesto: sinceramente, ma chi è che è in grado di fare altrettanto, e di farlo bene? Poi, ho trovato la chiave in un pezzo tra i meno gettonati di Black Celebration, New Dress; in uno dei versi del ritornello, che dice “quando cambi un voto puoi cambiare il mondo”. A quel pezzo i DM di oggi rispondono: “Dov’è la rivoluzione?”

Ma adesso silenzio, incomincia lo spettacolo. Anzi, continua.

INFORMATI! – E-book di “Effetti collaterali: morte” a € 4,99

Tre anni fa abbiamo pubblicato questo libro anche in digitale, e in tanti – e ve ne ringraziamo – siete stati colpiti da ciò che racconta. Una storia difficile da digerire, dei problemi spinosi da affrontare. Si parla di salute e libertà.

Si tratta di uno degli e-book di maggiore successo di Chinaski, e per questo vogliamo metterci noi 2 eurini, affinché possiate avere  – sempre più in tanti – nuove domande.

Perché magari la conoscenza non rende sereni, ma rende un po’ più liberi.

Amazon

IBS

Kobo

Streetlib

Apple i-books

 

 

 

BUSINESS IS FIGHT

[Business is Fight] - solo fronte

NOTE OF THE PUBLISHER

This is our first publication directly addressed to an international audience: we are proud of this new “step beyond”. Our publishing company is not mainly directed to the specific field of the present work, even if we have some publication, in this XLG series, relating management matters. But above all we know very well Joe, and we substantially agree with him about his “martial” way of understanding – and playing his own role within – business, sports, arts and, generally speaking, life.

Personally, the first time I read the draft of the present work, I’ve found it very strong, mainly for the accuracy of its Method, which is undoubtedly a Martial Method. In the story of the author, Martial Arts have been a real focus, and have deeply influenced his way of life. Business is competition, not only with third parties, with competitors, but also, and mainly, with the own goals of the people doing their own business. Therefore, business is very similar in many aspects to fight. When Joe entered into the Business dynamics, he kept intact his fighting attitude, not only in form of an aggressive, while reasoned, behavior, but also in terms of deep e powerful analysis of the context, with a spread application of the acquired skills in strategy and tactic.

However, when I’ve finished to read the draft, I’ve found that the work was lacking of an important issue for an increasing number of companies worldwide, that is to say the Intellectual Property (IP) rights. I work in IP matters from the early ‘90s, and I always hoped to have the opportunity to explain, with few technical terms, WHAT IP rights are and WHY they have to be carefully considered and managed. By this way, I proposed to Joe to include an article of few pages, giving a practical overview on IP rights, and suggesting the development of a specific management position. Joe, according to his Method, accepted the offer of a resource which not only proposed a solution, but mainly indicated the problem. I showed him a new battlefield, and he simply told me “OK man, then it’s your business going through this, isn’t it?” Yes, it was my business, and business, definitely, is fight.

By this way, you have now this book, bearing the fighting attitude of its author and that of its publishing house, both always ready for every new challenge. Enjoy your reading, go deeply through it, and remember: fight, just like business, is mainly an exchange of energy.

 

Marco Porsia

 

CHINASKI EDIZIONI

Esce “Parole di Lucio” di Renato Marengo: alla riscoperta dell’altro Battisti

Parole di Lucio - solo fronte_rev2

 

Esce il 29 settembre per Chinaski Edizioni Parole di Lucio di Renato Marengo: un volume che riscopre il valore e le sensazionali conseguenze sul popolo del rock della celebre intervista di Marengo a Lucio nel 1974 per Ciao 2001. Il libro sarà presentato in anteprima sabato 24 settembre alle 14.00 al #NuovoMei2016 (Piazza Della Molinella). Saranno presenti, oltre all’autore, il chitarrista Alberto Radius (Formula 3) e il cantante Roby Matano (I Campioni).

Quell’intervista non fu solo un grande scoop: ebbe infatti il grande merito di far scoprire ai rigorosi cultori del rock, che non lo amavano, Battisti nella sua completezza e complessità di musicista, come Anima Latina avrebbe di lì a poco rivelato.

L’intervista viene riproposta  in questo libro con una nuova chiave di lettura, con tutti i suoi risvolti, le sue testimonianze, le trame collegate alla sua pubblicazione, alla guerra tra le riviste concorrenti, a intrighi , notiziari e strategie internazionali.

Lucio, in quei 5 giorni passati con l’autore, si lasciò veramente andare, si liberò per la prima volta dei luoghi comuni e dell’immagine che di lui il sistema discografico aveva prodotto e commercializzato. Si espresse finalmente da musicista, parlando della musica che ascoltava, dei suoi gusti, dei suoi viaggi, dei concerti che vedeva, degli artisti internazionali che amava e delle sue fonti di ispirazione, ma pure della sua stanchezza e del suo non sopportare più quel ruolo di divo. Di essere insomma noto nel suo ruolo di divo: cantante famoso, con “un bel faccino”. E non piuttosto, come era sua intenzione e sua aspirazione, come un valido, validissimo compositore. Un grande compositore di musica rock.

 

Il libro contiene inoltre il saggio Il codice Battisti del musicologo Gianfranco Salvatore ed uno scritto di Francesco Coniglio – editore e scrittore esperto di musica – sull’influenza di Battisti sulla scrittura dei testi delle sue canzoni più famose.

 

Renato Marengo

Renato Marengo, giornalista, scrittore, autore e conduttore di numerosi programmi per radio e televisione, produttore di molti degli artisti del movimento musicale da lui creato e promosso, il “Napule’s Power”, tra cui NCCP, Roberto De Simone, Edoardo Bennato, Toni Esposito, Concetta Barra, Musicanova di Eugenio Bennato , Teresa De Sio. Ha collaborato con numerose testate tra cui il già citato Ciao 2001, Billboard, Radiocorriere TV, Classic Rock e Vinile. Ha scritto e pubblicato molto sulla musica, tra cui L’Enciclopedia del Pop e del Rock Napoletano (RaiEri); attualmente dirige il mensile Cinecorriere, è coordinatore artistico della mostra C.A.Bixio Musica e Cinema nel ‘900 Italiano,  è direttore artistico del contest di cortometraggi L’Immagine del Suono, insegna Musica da film all’Accademia Griffith di Roma.

 

Govi: la faccia che Genova ha perso

cover govi 2016_solo_fronte

“- Cosa ci vuole a cambiare un colletto?

– Un altro colletto…”

Se dopo aver letto questo scambio di battute la vostra prima reazione è una risata fragorosa, allora anche voi siete cresciuti con gli spettacoli teatrali – prima in videocassetta e poi in dvd –  del grande Gilberto Govi, uno degli artisti genovesi più importanti di tutti i tempi. Un’icona così forte che, in occasione dei 50 anni dalla sua morte – Govi è nato nel 1885 ed è scomparso nel 1966 – le istituzioni locali hanno deciso di dedicargli alla Loggia della Mercanzia di piazza Banchi una bella mostra che ripercorre la vita e la carriera dell’artista, grazie a foto, cimeli, locandine, sceneggiature originali e filmati.

 

A questo punto però, per completare le celebrazioni di questo anniversario importante manca un libro che ricostruisca – con l’occhio di oggi – la storia di questo grande artista di casa nostra. Ed è proprio in questo solco che si inserisce “Govi: la faccia che Genova ha perso”, curato da Marco Porsia e pubblicato dalla casa editrice genovese Chinaski Edizioni. Un viaggio lungo 192 pagine che non racconta soltanto la biografia di uno dei più grandi attori di teatro (genovese e italiano) del XX secolo, ma analizza anche ciò che oggi rappresentano Govi e la sua opera. Un’occasione per guardare ai tanti personaggi a cui questo artista ha dato un volto e un’anima sempre diversi, con lo sguardo odierno e con gli occhi di una città che è cambiata parecchio, rispetto a quella della prima metà del secolo scorso. Una biografia ampia, che cerca di ricuperare il contesto storico in cui l’attore ha colto i suoi meritati successi; un testo attraverso il quale si è cercato di raccontare pregi e limiti dell’attore, indagando tutte le sfaccettature del suo carattere e della sua arte.

A integrare il ritratto dell’artista genovese, c’è anche una nutrita serie di interviste ad attori, scrittori, gente di spettacolo, rappresentanti della cultura e delle istituzioni cittadine: una serie di colloqui che servono a dare maggiore respiro al volume e che rendono ancora più approfondita l’analisi del rapporto di Govi con la sua città. “Govi: la faccia che Genova ha perso” presenta anche una sezione con articoli tratti dai giornali pubblicati durante gli 80 anni di vita di Govi; attraverso la lettura di questi articoli ci si è provati a calare ancora di più nella storia, quella dei grandi eventi, così come in quella quotidiana.

 

Questo volume, ricco di spunti e di nuove domande, verrà presentato giovedì 19 maggio alle 17 nella sala dei Chierici della Biblioteca Berio. All’evento, oltre all’autore, saranno presenti anche Federico Traversa (Chinaski Edizioni), Franco Bampi (A Compagna), Pino Boero (assessore allo Sport del Comune di Genova e docente universitario), Gilberto Lanzarotti (Teatro Rina e Gilberto Govi), Gian Domenico Ricaldone (Museo Biblioteca dell’Attore), Matteo Monforte (autore comico). Una nutrito parterre di ospiti, per un pomeriggio indimenticabile dedicato a Gilberto Govi.