Archive for settembre 2017

ESCE IL 30 SETTEMBRE “CANE SCIOLTO”, AUTOBIOGRAFIA DI OMAR PEDRINI SCRITTA CON FEDERICO SCARIONI

 

NOTA DELL’EDITORE

di Marco Porsia

Sono più vecchio di tre anni di Omar Pedrini, e condivido quindi con lui gli stessi riflessi storici, un vissuto comune a tutti noi figli degli anni ’60. Non sono stato un fan dei Timoria sul loro nascere, soprattutto perché all’epoca ascoltavo molto meno rock di quanto non faccia ora. A quei tempi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ero completamente immerso nell’elettronica, e la mia permeabilità ai riff era decisamente bassa.
Ho apprezzato in seguito la forza espressiva di questa band che ha dato gran lustro al rock italiano, insieme a davvero poche altre. Mi incuriosì, e sostanzialmente mi deluse, la scelta dal rock al pop di Renga; i migliori della storia, ad esempio i miei amatissimi Depeche Mode, hanno
fatto esattamente il contrario, trovando nuovi stimoli e allungandosi la carriera. Nel contempo, non potevo che apprezzare la schietta coerenza dell’altro polo dei Timoria: Omar, il Guerriero.
Poi, capita che si cominci a parlare, con il mio socio Federico Traversa, della possibilità di raccontare la storia di quello che defi nisco, per semplifi cazione ma anche per considerazione, il nostro Eddie Vedder. Si tratta di per sé di un musicista con una carriera lunga e assai prolifica, che ha vissuto, viaggiato, che si è esibito davanti ad ogni genere di pubblico; già soltanto raccontare
tutto questo darebbe una bella dignità al prodotto, che entra a buon titolo nella nostra collana “Voices”. Però, noi siamo sempre portati a spostare l’asticella un po’ più in alto; così quando ci è stata proposta una cifra narrativa un po’ diversa, quando ci è stato prospettato di entrare anche noi a fare parte di quella storia, non abbiamo saputo resistere.
Questo libro non si accontenta di mettere assieme informazioni, ma cerca di coinvolgere il lettore nella ricerca di Omar da parte di Federico, che prende la forma di un viaggio iniziatico nel mondo della musica, nel mondo del Rock. Questo libro è un’impresa, così come dovrebbe essere ogni libro, così come dovrebbe essere l’editoria, l’industria, e anche la vita.
Delle tante vite di musicisti che ho avuto il piacere di pubblicare in questi ultimi tredici anni dedicati a Chinaski, ho sempre potuto riscontrare come tutti i grandi artisti, nessuno escluso, fossero completamente intrisi di dedizione alla loro materia, alla musica. L’impresa nel loro caso era proporre quella musica al mercato, per un riscontro che fi nanziatori intelligenti tramutavano in contante. Poi, i finanziatori hanno cominciato a giocare con il mercato, prevedendone le mosse, inducendone le risposte, fino a farlo crollare. Ma la Musica è rimasta in piedi. Ci sono ancora quelli che sanno entrare nelle orecchie, nella testa, nel cuore delle persone, e il nostro Omar è uno tra questi.
Questo libro vi porterà incontro all’uomo attraverso l’artista, e vi mostrerà quanto le vicende dell’uno e dell’altro si intreccino indissolubilmente. Il nostro “odisseo” Federico, con ingenuità quasi sfrontata, entra lentamente ad esplorare l’universo di Omar, fino a restarvi sostanzialmente intrappolato, e noi con lui. Piacerà, questo libro, a voi che conoscete Pedrini, che amavate i
Timoria, così come a voi che, come me, vi siete addentrati in questa storia dell’ennesimo Rocker più che altro per curiosità, per tributo alla passione, e adesso cominciate a rendervi conto di farne parte, da sempre.
Dei numerosi musicisti, più o meno famosi con cui mi è capitato di passare del tempo, scambiare impressioni, davvero pochi mi hanno comunicato qualcosa che desse valore aggiunto alla loro musica. Come a dire, in pochi casi sono stato davvero contento di averli conosciuti, di avere conversato con loro, e Omar è uno di questi, uno con cui si mangia volentieri – e si beve – uno
che sorride. Uno che ama i suoi fan, uno ad uno. Un grande umano, forgiato per la musica. Un cane sciolto, nel nome del Rock.

CANE SCIOLTO

Twin Peaks The Return: Impossibile comprendere Lynch senza avvicinarsi alla conoscenza vedica

Federico Traversa, autore di Boom-Viaggio nella Meditazione Trascendentale commenta il finale della terza stagione di Twin Peaks

Ho aspettato che questa attesissima terza stagione di Twin Peaks si concludesse per parlarne pubblicamente, nonostante in tanti mi abbiano chiesto un’opinione. E comunque, il fatto che qualche anno fa abbia avuto il piacere di ospitare Mr Lynch nel mio libro sulla meditazione trascendentale non mi ha dato poi sto gran vantaggio. Tra l’altro, proprio mentre negli States stava andando in onda lo scottante finale, il buon David era, per nulla preoccupato, in quel di Miami per un incontro di MT a cui partecipava anche il mio insegnante. Ma lui è così, pura beatitudine, a discapito degli incubi che racconta nei suoi film.

E proprio di un lungo sogno, a tratti tinteggiato nell’incubo, che parrebbe nutrirsi questa incredibile terza stagione di Twin Peaks.

Ma partiamo da un presupposto senza il quale credo sia impossibile avvicinarsi all’opera del regista dai capelli argentati: è impossibile comprendere Lynch senza avvicinarsi un minimo a quella conoscenza vedica che sta alla base della Meditazione Trascendentale.

Secondo gli antichi e saggi rishi vedici la creazione è avvenuta quando un campo infinito e non manifesto, piatto, unito e ricco di energia potenziale ha cominciato a prendere coscienza di sé stesso e a conoscersi. E in questo processo si è diviso in tre. È diventato cioè l’oggetto della conoscenza, il soggetto della  conoscenza e il processo con cui si attua quella conoscenza. In fisica questo processo viene chiamato ‘rottura della simmetria del campo unificato’.

Da lì il campo unificato (Brahma/Dio) inizia a moltiplicarsi, manifestandosi in tutta la creazione. Come il seme di un albero che se lo apri è vuoto ma dentro c’è tutta la conoscenza dell’albero. Come il bing bang, anche quello era un seme che però conteneva tutto quello che esiste adesso.

Quello che i Veda sostenevano, alla fine, è la stessa cosa che dicono i fisici contemporanei e ciò ha dell’incredibile.

In questo processo noi cosa siamo? Semplicemente sogni. Un gioco dell’assoluto (Brahma), che sognando si manifesta attraverso di noi e altre forme di vita per conoscere sé stesso. E poi, sempre attraverso di noi, ripiega su di sé, ed ecco che noi torniamo all’assoluto.

Ed è questo, a mio modo di vedere, ciò che accade all’agente Cooper, o forse a Lynch stesso; lui nella serie è un piccolo Brahma che sognando sperimenta (crea) varie visioni di se stesso per conoscere e comprendere tanto i suoi tesori quanto le proprie miserie. E allora è un cinico killer posseduto in cerca di potere (Bad Dale) ma anche un paladino di giustizia che dispensa amore (buon Dale), una giovane maltrattata dalla vita (Laura), e via con tutti i personaggi della serie che sono creazioni di un unico sognatore.

Ora, le creazioni dell’assoluto, come sappiamo, non sono completamente buone anche se conoscono il bene assoluto (La Loggia Bianca/il Fireman) e non sono completamente malvagie anche se conoscono il male assoluto (La Loggia Nera, Bob, Judy). Esse si muovono fra questi due estremi in una perenne lotta che vede alternarsi i vincitori nelle varie battaglie ma non prevede un affermazione definitiva nella guerra. Perché quando il sognatore si sveglia è UNO, non più il molteplice.

Quando Cooper apparentemente si desta nell’episodio 18, infatti, non è più neanche lui ma Richard, un uomo abbandonato dalla propria fidanzata (Linda non più Diane) che cerca di alimentare la sua voglia di rivincita verso il male (la perdita dell’amore) salvando una ragazza in difficoltà (la signorina Page/Laura che non è più Laura). Ma attenzione, probabilmente questo è ancora un sogno, l’ennesimo gioco del sognatore, solo su un piano differente. È proprio l’urlo della Laura non più Laura a svelarci che siamo ancora in piena fase onirica, intrappolati in sogni che generano altri sogni mentre la battaglia bene/male prosegue all’infinito.

Alla fine cosa abbiamo visto?

È tutto finto?

È tutto un sogno?

Sì e no.

Sì se accettiamo che anche noi stessi lo siamo e pensiamo che tutto quello al di fuori dalla portata grossolana della materia non debba esistere.

No se invece pensiamo al sogno come a una vibrazione dell’assoluto (il sognatore) su frequenze diverse. E realizziamo che sul piano relativo quel sogno che viviamo è la nostra realtà.

Per questo e mille altri motivi Twin Peaks The Return è un capolavoro assoluto, addirittura superiore al suo predecessore. È metafisica, è surrealismo, è misticismo è arte che risplende osservandosi.

È una storia che si apre a più livelli di comprensione, che muta a seconda di chi la guarda. Un’esperienza influenzata tanto dal soggetto quanto dall’oggetto dell’esperienza stessa, esattamente come la particelle/onda nella fisica quantistica. Lynch riesce nel miracolo di farti vedere e capire quello che al momento il tuo grado di consapevolezza è in grado di comprendere. Ne più né meno.

Come nella prima stagione quando la spiegazione grossolana di un padre che violenta e poi uccide la propria figlia per paura reggeva. Esattamente come reggeva una spiegazione che coinvolgeva vari eventi ‘altri’ che non escludevano la prima spiegazione ma la allargavano coinvolgendo prospettive più ampie.

E nel eseguire questo bellissimo esercizio di comprensione, Lynch gioca con stili di regia differenti, ambientazioni ora sature ora rarefatte che oscillano fra richiami sixties teneri e sognanti, road movie metropolitani, roghi di redneck in camicia di flanella, eleganti uomini in nero, reginette della scuola o vecchi saggi seduti in riva al fiume.

E in questo sogno tinteggiato dai mille colori si alza e urla un unico monito: forzare le leggi naturali porta sempre delle conseguenze. Karma direbbero in India. E infatti in questo sogno liquido dalle mille interpretazioni solo un episodio esula da tutto il resto. Il numero 8 (e anche qui ci sarebbe da parlare). David lo gira in bianco e nero come fosse un mini film separato dal resto. E  racconta, con piglio sapiente, come il male nel mondo si liberi quando l’uomo (il sognato) vuole sostituirsi alla legge di natura (il sognatore).

Un monito che, tra l’altro, è il primo consiglio fornito a chi si avvicina alla pratica della Meditazione Trascendentale.