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In libreria dal 30 novembre “Lo Spettro-Storia di Fabri Fibra” la biografia definitiva sul rapper di Senigallia

Il prossimo 30 novembre Chinaski edizioni da alle stampe Lo Spettro-Storia di Fabri Fibra di Episch Porzioni. Aggiornato al 2017 il libro ripercorre la vicenda umana e artistica di Fabri

E’ uscita la prima biografia italiana del grande Rory Gallagher

Rory Gallagher, nonostante sia annoverato tra i chitarristi migliori del rock, viene inopinatamente relegato in secondo piano. In realtà è stato un artista amatissimo in tutto il mondo, tuttora celebrato

Depeche Mode – La Biografia di Steve Malins uscirà il 29 giugno

La biografia definitiva dei Depeche Mode scritta da Steve Malins – uno che li conosce dagli inizi – uscirà in Italia per Chinaski Edizioni il 29 giugno. Prenotate la vostra

è uscita l’edizione economica di Sulla Strada con Don Gallo (libro+dvd)

Torna in libreria da giovedì 23 marzo, in edizione economica, con una nuova copertina e una rinnovata veste grafica, Sulla Strada con Don Gallo, il libro (con il dvd) di

Uscirà il prossimo 9 febbraio “Bob Marley In This Life” ill monumentale libro di F.T.Sandman dedicato al re del reggae.

Uscirà il prossimo 9 febbraio “Bob Marley In This Life” ill monumentale libro di F.T.Sandman dedicato al re del reggae. Attraverso la raccolta e traduzione di gran parte delle interviste

In libreria dal 30 novembre “Lo Spettro-Storia di Fabri Fibra” la biografia definitiva sul rapper di Senigallia

Il prossimo 30 novembre Chinaski edizioni da alle stampe Lo Spettro-Storia di Fabri Fibra di Episch Porzioni. Aggiornato al 2017 il libro ripercorre la vicenda umana e artistica di Fabri Fibra.

Da Senigallia alla cima della classifica, dalla provincia fino a diventare il portavoce più autorevole del rap italiano, che piaccia o meno, Fabri Fibra è l’unico artista che al giorno d’oggi può permettersi di dire, parole sue, “il cazzo che gli pare”. Una storia umana e artistica unica nel suo genere, una storia che merita di essere raccontata. Episch Porzioni ripercorrere tutta la carriera di Fibra, recensendo tutti i suoi dischi, intervistando lui, la sua manager e tracciando un definitivo spaccato di storia dell’artista e di tutto il genere rap in Italia.

A proposito di questo libro, Fabri Fibra ha detto:

“A me questo libro piace per come è scritto, l’approccio è molto originale, per certi versi anche romanzesco. Viene descritta una parte fondamentale del mio immaginario musicale”

 

E’ uscita la prima biografia italiana del grande Rory Gallagher

Rory Gallagher, nonostante sia annoverato tra i chitarristi migliori del rock, viene inopinatamente relegato in secondo piano. In realtà è stato un artista amatissimo in tutto il mondo, tuttora celebrato da una moltitudine di fan senza quell’eccessivo clamore tipico dello star system tanto osteggiato in vita dal “proletario irlandese”. Questo libro è la prima biografia italiana su Rory e intende colmare un incomprensibile vuoto perché chi non l’ha mai ascoltato non conosce un segmento fondamentale della storia della musica moderna.

L’AUTORE:

Fabio Rossi, romano, ha esordito con il saggio Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Prog (Chinaski – 2015), raccogliendo consensi pressoché unanimi. Il libro è stato presentato il 27 febbraio 2017 al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma nell’ambito della manifestazione “Alziamo il Volume – Incontri con l’Autore”.

Omar Pedrini e Federico Scarioni, inizia il tour nelle Feltrinelli

Ecco le prime quattro date del tour di presentazione in Feltrinelli del libro “Cane Sciolto” di Omar Pedrini e Federico Scarioni.

4 ottobre ore 18 Feltrinelli Torini
9 ottobre ore 18 Feltrinelli Milano P.zza Piemonte (con Paola Maugeri – Virgin Radio e lo scrittore Nicolai Lilin)
10 ottobre ore 18 Feltrinelli Genova
11 ottobre ore 18 Feltrinelli Brescia
Vi aspettiamo numerosi

ESCE IL 30 SETTEMBRE “CANE SCIOLTO”, AUTOBIOGRAFIA DI OMAR PEDRINI SCRITTA CON FEDERICO SCARIONI

 

NOTA DELL’EDITORE

di Marco Porsia

Sono più vecchio di tre anni di Omar Pedrini, e condivido quindi con lui gli stessi riflessi storici, un vissuto comune a tutti noi figli degli anni ’60. Non sono stato un fan dei Timoria sul loro nascere, soprattutto perché all’epoca ascoltavo molto meno rock di quanto non faccia ora. A quei tempi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ero completamente immerso nell’elettronica, e la mia permeabilità ai riff era decisamente bassa.
Ho apprezzato in seguito la forza espressiva di questa band che ha dato gran lustro al rock italiano, insieme a davvero poche altre. Mi incuriosì, e sostanzialmente mi deluse, la scelta dal rock al pop di Renga; i migliori della storia, ad esempio i miei amatissimi Depeche Mode, hanno
fatto esattamente il contrario, trovando nuovi stimoli e allungandosi la carriera. Nel contempo, non potevo che apprezzare la schietta coerenza dell’altro polo dei Timoria: Omar, il Guerriero.
Poi, capita che si cominci a parlare, con il mio socio Federico Traversa, della possibilità di raccontare la storia di quello che defi nisco, per semplifi cazione ma anche per considerazione, il nostro Eddie Vedder. Si tratta di per sé di un musicista con una carriera lunga e assai prolifica, che ha vissuto, viaggiato, che si è esibito davanti ad ogni genere di pubblico; già soltanto raccontare
tutto questo darebbe una bella dignità al prodotto, che entra a buon titolo nella nostra collana “Voices”. Però, noi siamo sempre portati a spostare l’asticella un po’ più in alto; così quando ci è stata proposta una cifra narrativa un po’ diversa, quando ci è stato prospettato di entrare anche noi a fare parte di quella storia, non abbiamo saputo resistere.
Questo libro non si accontenta di mettere assieme informazioni, ma cerca di coinvolgere il lettore nella ricerca di Omar da parte di Federico, che prende la forma di un viaggio iniziatico nel mondo della musica, nel mondo del Rock. Questo libro è un’impresa, così come dovrebbe essere ogni libro, così come dovrebbe essere l’editoria, l’industria, e anche la vita.
Delle tante vite di musicisti che ho avuto il piacere di pubblicare in questi ultimi tredici anni dedicati a Chinaski, ho sempre potuto riscontrare come tutti i grandi artisti, nessuno escluso, fossero completamente intrisi di dedizione alla loro materia, alla musica. L’impresa nel loro caso era proporre quella musica al mercato, per un riscontro che fi nanziatori intelligenti tramutavano in contante. Poi, i finanziatori hanno cominciato a giocare con il mercato, prevedendone le mosse, inducendone le risposte, fino a farlo crollare. Ma la Musica è rimasta in piedi. Ci sono ancora quelli che sanno entrare nelle orecchie, nella testa, nel cuore delle persone, e il nostro Omar è uno tra questi.
Questo libro vi porterà incontro all’uomo attraverso l’artista, e vi mostrerà quanto le vicende dell’uno e dell’altro si intreccino indissolubilmente. Il nostro “odisseo” Federico, con ingenuità quasi sfrontata, entra lentamente ad esplorare l’universo di Omar, fino a restarvi sostanzialmente intrappolato, e noi con lui. Piacerà, questo libro, a voi che conoscete Pedrini, che amavate i
Timoria, così come a voi che, come me, vi siete addentrati in questa storia dell’ennesimo Rocker più che altro per curiosità, per tributo alla passione, e adesso cominciate a rendervi conto di farne parte, da sempre.
Dei numerosi musicisti, più o meno famosi con cui mi è capitato di passare del tempo, scambiare impressioni, davvero pochi mi hanno comunicato qualcosa che desse valore aggiunto alla loro musica. Come a dire, in pochi casi sono stato davvero contento di averli conosciuti, di avere conversato con loro, e Omar è uno di questi, uno con cui si mangia volentieri – e si beve – uno
che sorride. Uno che ama i suoi fan, uno ad uno. Un grande umano, forgiato per la musica. Un cane sciolto, nel nome del Rock.

CANE SCIOLTO

Twin Peaks The Return: Impossibile comprendere Lynch senza avvicinarsi alla conoscenza vedica

Federico Traversa, autore di Boom-Viaggio nella Meditazione Trascendentale commenta il finale della terza stagione di Twin Peaks

Ho aspettato che questa attesissima terza stagione di Twin Peaks si concludesse per parlarne pubblicamente, nonostante in tanti mi abbiano chiesto un’opinione. E comunque, il fatto che qualche anno fa abbia avuto il piacere di ospitare Mr Lynch nel mio libro sulla meditazione trascendentale non mi ha dato poi sto gran vantaggio. Tra l’altro, proprio mentre negli States stava andando in onda lo scottante finale, il buon David era, per nulla preoccupato, in quel di Miami per un incontro di MT a cui partecipava anche il mio insegnante. Ma lui è così, pura beatitudine, a discapito degli incubi che racconta nei suoi film.

E proprio di un lungo sogno, a tratti tinteggiato nell’incubo, che parrebbe nutrirsi questa incredibile terza stagione di Twin Peaks.

Ma partiamo da un presupposto senza il quale credo sia impossibile avvicinarsi all’opera del regista dai capelli argentati: è impossibile comprendere Lynch senza avvicinarsi un minimo a quella conoscenza vedica che sta alla base della Meditazione Trascendentale.

Secondo gli antichi e saggi rishi vedici la creazione è avvenuta quando un campo infinito e non manifesto, piatto, unito e ricco di energia potenziale ha cominciato a prendere coscienza di sé stesso e a conoscersi. E in questo processo si è diviso in tre. È diventato cioè l’oggetto della conoscenza, il soggetto della  conoscenza e il processo con cui si attua quella conoscenza. In fisica questo processo viene chiamato ‘rottura della simmetria del campo unificato’.

Da lì il campo unificato (Brahma/Dio) inizia a moltiplicarsi, manifestandosi in tutta la creazione. Come il seme di un albero che se lo apri è vuoto ma dentro c’è tutta la conoscenza dell’albero. Come il bing bang, anche quello era un seme che però conteneva tutto quello che esiste adesso.

Quello che i Veda sostenevano, alla fine, è la stessa cosa che dicono i fisici contemporanei e ciò ha dell’incredibile.

In questo processo noi cosa siamo? Semplicemente sogni. Un gioco dell’assoluto (Brahma), che sognando si manifesta attraverso di noi e altre forme di vita per conoscere sé stesso. E poi, sempre attraverso di noi, ripiega su di sé, ed ecco che noi torniamo all’assoluto.

Ed è questo, a mio modo di vedere, ciò che accade all’agente Cooper, o forse a Lynch stesso; lui nella serie è un piccolo Brahma che sognando sperimenta (crea) varie visioni di se stesso per conoscere e comprendere tanto i suoi tesori quanto le proprie miserie. E allora è un cinico killer posseduto in cerca di potere (Bad Dale) ma anche un paladino di giustizia che dispensa amore (buon Dale), una giovane maltrattata dalla vita (Laura), e via con tutti i personaggi della serie che sono creazioni di un unico sognatore.

Ora, le creazioni dell’assoluto, come sappiamo, non sono completamente buone anche se conoscono il bene assoluto (La Loggia Bianca/il Fireman) e non sono completamente malvagie anche se conoscono il male assoluto (La Loggia Nera, Bob, Judy). Esse si muovono fra questi due estremi in una perenne lotta che vede alternarsi i vincitori nelle varie battaglie ma non prevede un affermazione definitiva nella guerra. Perché quando il sognatore si sveglia è UNO, non più il molteplice.

Quando Cooper apparentemente si desta nell’episodio 18, infatti, non è più neanche lui ma Richard, un uomo abbandonato dalla propria fidanzata (Linda non più Diane) che cerca di alimentare la sua voglia di rivincita verso il male (la perdita dell’amore) salvando una ragazza in difficoltà (la signorina Page/Laura che non è più Laura). Ma attenzione, probabilmente questo è ancora un sogno, l’ennesimo gioco del sognatore, solo su un piano differente. È proprio l’urlo della Laura non più Laura a svelarci che siamo ancora in piena fase onirica, intrappolati in sogni che generano altri sogni mentre la battaglia bene/male prosegue all’infinito.

Alla fine cosa abbiamo visto?

È tutto finto?

È tutto un sogno?

Sì e no.

Sì se accettiamo che anche noi stessi lo siamo e pensiamo che tutto quello al di fuori dalla portata grossolana della materia non debba esistere.

No se invece pensiamo al sogno come a una vibrazione dell’assoluto (il sognatore) su frequenze diverse. E realizziamo che sul piano relativo quel sogno che viviamo è la nostra realtà.

Per questo e mille altri motivi Twin Peaks The Return è un capolavoro assoluto, addirittura superiore al suo predecessore. È metafisica, è surrealismo, è misticismo è arte che risplende osservandosi.

È una storia che si apre a più livelli di comprensione, che muta a seconda di chi la guarda. Un’esperienza influenzata tanto dal soggetto quanto dall’oggetto dell’esperienza stessa, esattamente come la particelle/onda nella fisica quantistica. Lynch riesce nel miracolo di farti vedere e capire quello che al momento il tuo grado di consapevolezza è in grado di comprendere. Ne più né meno.

Come nella prima stagione quando la spiegazione grossolana di un padre che violenta e poi uccide la propria figlia per paura reggeva. Esattamente come reggeva una spiegazione che coinvolgeva vari eventi ‘altri’ che non escludevano la prima spiegazione ma la allargavano coinvolgendo prospettive più ampie.

E nel eseguire questo bellissimo esercizio di comprensione, Lynch gioca con stili di regia differenti, ambientazioni ora sature ora rarefatte che oscillano fra richiami sixties teneri e sognanti, road movie metropolitani, roghi di redneck in camicia di flanella, eleganti uomini in nero, reginette della scuola o vecchi saggi seduti in riva al fiume.

E in questo sogno tinteggiato dai mille colori si alza e urla un unico monito: forzare le leggi naturali porta sempre delle conseguenze. Karma direbbero in India. E infatti in questo sogno liquido dalle mille interpretazioni solo un episodio esula da tutto il resto. Il numero 8 (e anche qui ci sarebbe da parlare). David lo gira in bianco e nero come fosse un mini film separato dal resto. E  racconta, con piglio sapiente, come il male nel mondo si liberi quando l’uomo (il sognato) vuole sostituirsi alla legge di natura (il sognatore).

Un monito che, tra l’altro, è il primo consiglio fornito a chi si avvicina alla pratica della Meditazione Trascendentale.

 

 

 

 

 

ESCE il 29.06.2017 LA BIOGRAFIA AGGIORNATA DEI DEPECHE MODE

 

Nota dell’ editore alla seconda edizione italiana

Di Marco Porsia

 

Sono passati undici anni da quando pubblicammo per la prima volta questo libro, nell’ottobre del 2006. Questo fu il primo contratto di edizione in Italia di un’opera proveniente dal mercato anglosassone, dato che il nostro inafferrabile Paisli tratta direttamente con noi (e con nessun altro). Fu uno dei nostri primissimi progetti da “grandi”, pensato per colmare una lacuna che l’editoria italiana non si era ancora degnata di colmare.

Fu Daniel C. Marcoccia, allora direttore di Rockstar, Rocksound e Groove a segnalarci il libro di Malins, e non possiamo che ringraziarlo ancora. Fui io a massacrare l’esistenza (e anche le palle, per chi ne disponeva) ai miei soci per acquistare i diritti di questo libro. I soci di una società che aveva appena aperto, che aveva appena gettato uno sguardo inesperto ed entusiasta sul mondo, tutt’altro che dorato, dell’editoria. I soci che ringrazio ancora per aver creduto in questa scelta.

Perché in questo paese, fino ad allora nessuno aveva mai preso in considerazione l’idea di pubblicare un libro che parlasse dei Depeche Mode. E io questo non riuscivo proprio a digerirlo, giacché per me questi signori sono, semplicemente, la Musica. Non tanto la musica che mi piace ascoltare, dato che amo ascoltare musica di ogni genere, perché moltissima musica è in grado di appassionarmi, di divertirmi, persino di commuovermi. Ma loro hanno sempre fatto la musica come mi piacerebbe farla, come ho provato a farla per qualche anno; lo fanno usando un linguaggio che mi è istintivamente vicino, che entra con facilità disarmante nelle mie orecchie e poi nella mia testa.

Ho incontrato la musica dei Depeche Mode nel 1983, in autunno. Stavo cominciando l’università, e mio padre mi aveva appena concesso di ricominciare a fare musica, cosa che mi era stata proibita per tutta la durata del quinto anno di liceo scientifico, fino a maturità ottenuta. Ero stato contattato da un gruppo che avevo conosciuto quando frequentavo l’ambiente punk genovese, tra il 1980 e il 1982, e che si era votato ad un progetto interamente elettronico. Questi pazzoidi, due aspiranti ingegneri e un futuro dentista, a cui si sarebbe aggiunto un organista di formazione classica, cercavano un cantante con la voce cupa, e io ce l’avevo eccome quella voce. Anzi era proprio quella voce scura, fin da pivello, che mi aveva un po’ precluso la strada da cantante rock. Però di quella musica fatta con le “scatole” non sapevo ancora praticamente nulla, e quindi al primo incontro con i miei futuri sodali fui debitamente indirizzato ad ascolti opportuni, e tra questi non potevano mancare loro, i ragazzi di Basildon. Comprai Construction Time Again, e lo ascoltai il numero sufficiente di volte per scolpirlo nel mio DNA. E lo ascolto ancora di tanto in tanto, per sicurezza.

Dal primo momento mi fu chiaro che quella musica mi piaceva; potevo poi passare settimane, o mesi, a chiarirmi il motivo per cui mi piacesse. Ma la realtà è che pensano la musica, e sovente anche i contenuti, in un modo che mi coinvolge senza alcuno sforzo. Molti appassionati, sia ascoltatori che musicisti, hanno un preconcetto verso l’elettronica, mentre sono proprio dei gruppi come i Depeche Mode che chiariscono come l’uso di determinate tecniche non debba vincolare troppo il prodotto artistico che ne deriva.

Ho visto per la prima volta un loro concerto nel 1986 a Pietra Ligure, in un minuscolo stadio di calcio dilettantistico, e li ho rivisti quasi tutte le volte che si sono ripresentati nel nostro paese; l’ultima, e ottava, volta il 18 luglio 2013 al Meazza a Milano, e li vedrò a Roma, qualche giorno prima che questo libro sia rilasciato sul mercato.

Tu che hai comprato questo libro e sei come me un fan dei DM, sai bene di che parlo, e quindi non ti racconterò di come hanno fatto a diventare anche una grande band da concerto, cosa che per artisti reputati “non rock” è da considerarsi tutt’altro che banale. E neppure ti descriverò la loro impressionante crescita dal punto dei vista dei contenuti così come delle forme, la loro evoluzione nella capacità di assorbire nuovi modi, nuovi mondi. No, non ti dirò nulla di tutto questo.

Ti voglio fare solo riflettere su come la loro musica sia apprezzabile anche quando la fanno altri, cosa che non capita a tutti, e che mostra davvero quanta musica ci sia dentro a quelle canzoni. Penso a Stripped riproposta dai Rammstein, penso Personal Jesus trasfigurata dal leggendario Johnny Cash, penso alla sontuosa versione di Enjoy The Silence dei Lacuna Coil. Suonano sempre perfettamente e non ti deludono mai. Sono più bravi come autori o come interpreti? E un bel chissenefrega di risposta? Sono bravi perché sono un esempio di equilibrio dinamico in continuo sviluppo, che raccoglie energia e la riversa, per rigenerarla ancora. Adesso, dopo questo passaggio più quantico che elettronico, ho deciso di darti la mia personale recensione a Spirit, l’album che è uscito il 17 marzo del 2017 e che ho già sentito criticare, anche in modo aspro.

Con il presupposto di quanto sopra, ossia che sin dal primo ascolto quest’album non poteva non piacermi, ho trovato anche questa volta qualcosa di preziosamente tipico, qualcosa che prende l’orecchio con destrezza. In ogni caso qui di seguito, traccia per traccia, dico la mia in attesa di essere contraddetto. Però io qui non parlo da editore, e meno che meno da editore di libri sulla musica. Parlo dal profondo del fan club.

Going Backwards è un pezzo acre, che si poggia su un blues oscuro dal gusto di Mississippi, per aprirsi; sempre comunque graffiando. La voce di Gahan, qui come in tutto il resto dell’album, ha raggiunto una maturità tale da compensare appieno i (pochi) difetti che l’età, ahimé, comporta. Il colore delle sue note si è scurito, ispessito, ma la trama vocale che ne viene fuori è decisamente molto efficace.

Where’s The Revolution è un singolo impressionante, sia dal punto di vista del testo, che reputo uno dei più belli e sconsolati che siano stati scritti recentemente, sia dal punto di vista della musica e della prestazione vocale di DG, oltre alla consueta cura nelle parti corali. Sia questo pezzo che il precedente risentono molto dello sviluppo delle passioni americane sia di Gore che di Gahan, che da Music For The Masses in poi hanno trovato una dimensione rock che si è sempre più connaturata con il loro discorso musicale.

The Worst Crime è una traccia piuttosto tetra, anche se assai carazzevole, in cui la già decantata voce di Dave costruisce una struttura circolare che evoca un amaro carillon, che ogni tanto si schianta. I suoni, come in tutto l’album sono grigi ma non opachi, anzi estremamente nitidi, con una calibrata ampiezza di riverbero.

Scum cambia, almeno in parte, registro. Da un lato sembra di ritrovarsi in atmosfere simili a quelle di Exciter, ma il vero album di riferimento, l’album simmetrico a questo è Black Celebration, non a caso quello che dava il titolo all’edizione precedente di questo libro. Questo pezzo è cattivo, non duro ma cattivo, e vuole anche esserlo, e ci riesce assai bene. La finitura industrial dei suoni, e soprattutto delle voci, rende il tutto più tagliente, e funzionale al tema. Se dai dello stronzo a qualcuno non devi essere gentile.

L’ambientazione da primi anni del XXI Secolo continua con You Move, anche i suoni che qui echeggiano mi ricordano, soprattutto per l’abbondante uso della rottura di tempo, i Lamb dei loro anni migliori, che erano proprio quelli. Qui si lavora sulla cifra ipnotica della comunicazione, e Dave qui da il suo meglio in versione stracciamutande.

Con Cover Me continuiamo ad ascoltare un Gahan affabulatore di femmine, ma un po’ affabulatore di tutti, su delle atmosfere che affondano in suoni che fanno parte delle radici dei Depeche Mode e della musica elettronica, collocabili tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80.

Gore si presenta a cantare con Eternal, una breve pennellata dal testo catastrofico, che sorregge l’interpretazione struggente, sin troppo, della voce su di un impianto che richiama le canzoni yiddish, con fisarmoniche e pieni di orcherstra che incorniciano il cantato.

Poison Heart è un tuffo all’indietro nelle ballate di sapore americano, con l’evocazione di un’epoca tra gli anni ’50 e gli anni ’60, e il nostro supercrooner, come sempre, risplende in ammiccamenti, sicuro su dei percorsi che nulla lasciano al caso. Le sonorità sono davvero raffinate, e nascondono delle deliziose campionature di elettronica primordiale, che fanno venire in mente, a chi le ha conosciute, le tastiere Korg MS-10 e MS-20, e tutto quello che quel mondo comportava. L’epoca dell’analogico a vapore.

Quando comincia a ticchettare il ritmo di So Much Love ci rendiamo conto che l’ago della macchina del tempo si è spostato ancora, più o meno all’altezza di Sounds Of Universe, forse rimbalzando persino più avanti. Tuttavia anche questo pezzo, comunque giocato, come tutto l’album, sugli accordi minori, ha una quantità di stimoli motori ed emotivi, ovvero fa ballare e cantare che è un piacere.

Poor Man ripassa alle atmosfere blues, per offrirci suoni sulfurei, con la voce che scava ruvida dentro le macerie di una società che marginalizza, che esclude.

No More (This is the Last Time) è ancora un’incursione nel lato intimo, sentimentale della musica del gruppo, anche se in questo caso il principio di onestà su cui si fonda il testo è ben più generalmente applicabile rispetto al solo ambito della coppia. I suoni sono docili, con aperture assai limpide, e può venire in mente il linguaggio utilizzato in Violator.

Fail, che chiude il disco, è un pezzo che rientra come contenuti nel contesto di ispirazione sociale decisamente ricco in questo album; i suoni sono nuovamente molto datati, volutamente ed assolutamente in modo efficace. E mi ricordano tanto Construction Time Again, il mio primo disco dei DM. Torna a cantare Martin, che ha affinato le sue tecniche vocali un po’ trobadoriche, come si nota di più in Eternal, e che va a caccia nel testo di un perché difficile da trovare.

L’impressione che ti verrà fuori da questa recensione, caro amico fan, è che i nostri abbiano fatto un greatest hits di inediti, rimescolando con la sapienza di oltre trent’anni di musica. E non ti nascondo che, come noti dai miei commenti, è stata anche la mia prima impressione. Poi mi sono chiesto: sinceramente, ma chi è che è in grado di fare altrettanto, e di farlo bene? Poi, ho trovato la chiave in un pezzo tra i meno gettonati di Black Celebration, New Dress; in uno dei versi del ritornello, che dice “quando cambi un voto puoi cambiare il mondo”. A quel pezzo i DM di oggi rispondono: “Dov’è la rivoluzione?”

Ma adesso silenzio, incomincia lo spettacolo. Anzi, continua.

Depeche Mode – La Biografia di Steve Malins uscirà il 29 giugno

La biografia definitiva dei Depeche Mode scritta da Steve Malins – uno che li conosce dagli inizi – uscirà in Italia per Chinaski Edizioni il 29 giugno. Prenotate la vostra copia scrivendo a info@chinaski-edizioni.com o nella vostra libreria di fiducia.

Rock is dead alla Feltrinelli di Genova

Rock is dead è il nuovo progetto firmato Federico Traversa aka F.T. Sandman ed Episch Porzioni. Un libro e un programma radiofonico di successo in onda su Radio Popolare. Gli autori lo presenteranno mercoledì 24 maggio alle ore 18 alla Feltrinelli di Genova, in via Ceccardi.