ESCE MANJA GANJA: LA CUCINA CON LA CANAPA SECONDO EPISCH PORZIONI

Nota dell’Editore Grasso

“Sono tutti buoni a essere magri!” Questo rispondevo a quell’amabile quanto losco figuro di Porzioni quando per la prima volta mi cucì addosso l’appellativo di Editore Grasso. Certo, a molti un nomignolo così avrebbe mandato in tilt l’autostima, ma tra me il Grasso, quello con la G maiuscola, come quella del punto G, c’è sempre stato un rapporto di profonda e ben contraccambiata stima. No, non ho mai esibito salvagenti troppo ingombranti, anche se ho sempre protetto da sguardi indiscreti i miei addominali, pronti a guizzare sotto una comoda tenuta stagna a base di trigliceridi bene assortiti.

La chimica che ho studiato mi ha permesso di comprendere come depositiamo bianche distese isolanti di strutto nei nostri tessuti, quando abusiamo di tutte le cose che meglio ci solleticano la mente. Il cibo non è solo una questione di bilancio energetico, altrimenti per vivere sani basterebbe mangiare una qualche sorta di crocchetta – come quelle dei cani – con dentro il fabbisogno in proteine, polisaccaridi, grassi, fibre, vitamine, e oligoelementi necessari all’organismo per funzionare. Per sopravvivere. Il cibo nutre da sempre non solo il corpo, ma anche la mente, lo spirito dell’uomo. Mangiare è diverso da nutrirsi. Ci si nutre quando si soddisfa il bisogno meno qualificato, quando quel bisogno sorge come atto irriflesso. Preparare il proprio cibo, il cibo per i propri amici, i propri cari, è un gesto rituale, che influisce profondamente anche sul modo in cui il cibo viene assimilato. E non fate quelle facce, dopo parlerò anche della mia cucina, e dei suoi rituali…

Viviamo un epoca in cui, come molte altre cose, il rapporto con il cibo è oggetto di una profonda schizofrenia, per cui da un lato assistiamo all’iconizzazione dei supercuochi e all’esaltazione dell’aspetto formale della cucina, con la glorificazione della ricchezza delle materie prime e dei sistemi produttivi utilizzati. Dall’altro invece, il consumatore è invitato all’inettitudine, con prodotti sempre più trasformati e resi di “pronto consumo”, ma completamente omologati nel gusto. Il cibo – mi duole dare ragione a Oscar Farinetti – diventa parte di noi, va a costituire il supporto alle nostre funzioni vitali. Non si può dedicare poco tempo al cibo, significa dedicare poco tempo alla vita.

Da sempre amo cucinare, preparare cene complesse e suggestive, così come una semplice insalata, per un paio di diecine di persone così come solo per me. Il cibo va valutato nei suoi ingredienti, curato nella preparazione, mangiato con attenzione, e comprensione, o almeno con l’intenzione di comprensione. Perché non si può fare a meno di comprendere ciò che fa parte di noi, che già di fatto comprendiamo.

E a questo punto, come andiamo a parlare di canapa in cucina? Da dove esce fuori la ganja? Beh, diciamo che i derivati della canapa ed io ci incontriamo molti anni addietro, agli albori degli anni ’80. Poi ci perdiamo di vista per un po’, e quando ricomincio ad interessami, accademicamente si intende, alla questione, rimango molto impressionato da una descrizione di una ricetta di preparazione di un dolce a base di hashish e cacao nei “Paradisi Artificiali” di Charles Baudelaire, e mi chiedo come mai non si usi più cucinare con l’erba e i suoi derivati. Qualche mio amico, immaginario si intende, mi spiega pazientemente che il prodotto, in quanto illegale, magari non ha una filiera produttiva così sana, e che quindi se vuoi cucinare qualcosa non ti resta che rivolgerti a qualche altro amico, anch’esso immaginario, che ne produca per suo conto, senza smerdarla con troppa chimica di sintesi, di quella inutile insomma. Quando provo a cucinare la ganja, in diverse maniere, tra le quali alcune citate in questo libro, scopro che è questo il segreto che tutti volevano nascondere con il proibizionismo e le altre facezie di regime: E’ BUONISSIMA!!!

Naturalmente, è più buona quando è buona di suo, ma lega splendidamente con tantissimi gusti, così come fanno tutte le spezie (tutte le droghe, parole che di fatto illustrano il medesimo significato) più nobili. E poi, il simpatico supporto che viene garantito al convivio nelle 2-6 ore seguenti e il benefico sopore successivo… Certo, mi rendo conto che sto parlando a briglia sciolta, sulle ali della fantasia, di cose che veramente non ho visto accedere, dato che tutto questo sarebbe illegale. Però la cosa che più mi fa riflettere sta nel fatto che l’ipotetico uso alimentare della canapa e dei suoi derivati ci fa diventare attenti a ogni possibile sofisticazione, e scegliamo un prodotto fidato, fatto con cura, cresciuto con amore. Per tutto il resto delle cose che ci introduciamo pigramente nell’esofago, normalmente ci accontentiamo delle specifiche sull’etichetta, come se lì ci fosse davvero la storia di quel prodotto. Come se bastassero, e si è già visto che non bastano, le leggi per far cessare le truffe alimentari. La nostra pigrizia è il motore degli affari, e la nostra mancanza di curiosità è la sua benzina. Sapere come viene prodotto il cibo, come si determina il suo costo, quanto vale dal punto di vista nutrizionale, sono tutti elementi che possono aiutare una scelta consapevole. Poi  magari decido di fare dei cubetti di mortadella glassati nel miele alla canapa, fasciati nel lardo di colonnata e guarniti da un fiocco di cannaburro, ma almeno ho scelto con cura, soprattutto la mortadella, che ne hanno fatto di quelle quasi radioattive.

La morale dell’Editore Grasso? Mangiate bene, tutte le volte che vi va, bevete meglio;  qualunque cosa beviate o mangiate, fatene un piacere e non un dovere. Mangiate con attenzione, dedicatevi alla preparazione del vostro cibo, e se pagate qualcun altro che cucini per voi, accertatevi che sia degno della fiducia del vostro organismo. Lasciate che il cibo vi scelga, che si presenti a voi nel modo che gli è più congeniale; divertitevi a mangiare. E non è sempre necessario aggiungere THC per divertirsi mentre si mangia.

A questo proposito, l’aria di – tiepida – rivoluzione che soffia in questi ultimi tempi ha fatto volare in alto il termine CANAPA LIGHT, che designa le infiorescenze delle piante destinate alla produzione di canapa industriale, provviste del basso contenuto di THC voluto dalla legge dello stato, canapofobo. Adesso, naturalmente con risultati meno eclatanti ma sempre interessanti, potremmo finalmente pensare di approcciare le gustose ricette di questo libro senza quel fastidioso tintinnio di manette a rovinare i piaceri del palato. Le ricette dovranno essere rivisitate in termini di dosaggi, qualità organolettiche, ma ciò che più conta è che questa spezia – questa DROGA – sia ora disponibile in una versione che non prevede rischi di detenzione. Almeno fino a quando non decideranno di vietare anche questa.

Da ultimo, venite ogni tanto a fare un giro in cucina con me; è ora di comprendere, e di essere compresi…

 

Marco Porsia

Rispondi