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ESCE il 29.06.2017 LA BIOGRAFIA AGGIORNATA DEI DEPECHE MODE

 

Nota dell’ editore alla seconda edizione italiana

Di Marco Porsia

 

Sono passati undici anni da quando pubblicammo per la prima volta questo libro, nell’ottobre del 2006. Questo fu il primo contratto di edizione in Italia di un’opera proveniente dal mercato anglosassone, dato che il nostro inafferrabile Paisli tratta direttamente con noi (e con nessun altro). Fu uno dei nostri primissimi progetti da “grandi”, pensato per colmare una lacuna che l’editoria italiana non si era ancora degnata di colmare.

Fu Daniel C. Marcoccia, allora direttore di Rockstar, Rocksound e Groove a segnalarci il libro di Malins, e non possiamo che ringraziarlo ancora. Fui io a massacrare l’esistenza (e anche le palle, per chi ne disponeva) ai miei soci per acquistare i diritti di questo libro. I soci di una società che aveva appena aperto, che aveva appena gettato uno sguardo inesperto ed entusiasta sul mondo, tutt’altro che dorato, dell’editoria. I soci che ringrazio ancora per aver creduto in questa scelta.

Perché in questo paese, fino ad allora nessuno aveva mai preso in considerazione l’idea di pubblicare un libro che parlasse dei Depeche Mode. E io questo non riuscivo proprio a digerirlo, giacché per me questi signori sono, semplicemente, la Musica. Non tanto la musica che mi piace ascoltare, dato che amo ascoltare musica di ogni genere, perché moltissima musica è in grado di appassionarmi, di divertirmi, persino di commuovermi. Ma loro hanno sempre fatto la musica come mi piacerebbe farla, come ho provato a farla per qualche anno; lo fanno usando un linguaggio che mi è istintivamente vicino, che entra con facilità disarmante nelle mie orecchie e poi nella mia testa.

Ho incontrato la musica dei Depeche Mode nel 1983, in autunno. Stavo cominciando l’università, e mio padre mi aveva appena concesso di ricominciare a fare musica, cosa che mi era stata proibita per tutta la durata del quinto anno di liceo scientifico, fino a maturità ottenuta. Ero stato contattato da un gruppo che avevo conosciuto quando frequentavo l’ambiente punk genovese, tra il 1980 e il 1982, e che si era votato ad un progetto interamente elettronico. Questi pazzoidi, due aspiranti ingegneri e un futuro dentista, a cui si sarebbe aggiunto un organista di formazione classica, cercavano un cantante con la voce cupa, e io ce l’avevo eccome quella voce. Anzi era proprio quella voce scura, fin da pivello, che mi aveva un po’ precluso la strada da cantante rock. Però di quella musica fatta con le “scatole” non sapevo ancora praticamente nulla, e quindi al primo incontro con i miei futuri sodali fui debitamente indirizzato ad ascolti opportuni, e tra questi non potevano mancare loro, i ragazzi di Basildon. Comprai Construction Time Again, e lo ascoltai il numero sufficiente di volte per scolpirlo nel mio DNA. E lo ascolto ancora di tanto in tanto, per sicurezza.

Dal primo momento mi fu chiaro che quella musica mi piaceva; potevo poi passare settimane, o mesi, a chiarirmi il motivo per cui mi piacesse. Ma la realtà è che pensano la musica, e sovente anche i contenuti, in un modo che mi coinvolge senza alcuno sforzo. Molti appassionati, sia ascoltatori che musicisti, hanno un preconcetto verso l’elettronica, mentre sono proprio dei gruppi come i Depeche Mode che chiariscono come l’uso di determinate tecniche non debba vincolare troppo il prodotto artistico che ne deriva.

Ho visto per la prima volta un loro concerto nel 1986 a Pietra Ligure, in un minuscolo stadio di calcio dilettantistico, e li ho rivisti quasi tutte le volte che si sono ripresentati nel nostro paese; l’ultima, e ottava, volta il 18 luglio 2013 al Meazza a Milano, e li vedrò a Roma, qualche giorno prima che questo libro sia rilasciato sul mercato.

Tu che hai comprato questo libro e sei come me un fan dei DM, sai bene di che parlo, e quindi non ti racconterò di come hanno fatto a diventare anche una grande band da concerto, cosa che per artisti reputati “non rock” è da considerarsi tutt’altro che banale. E neppure ti descriverò la loro impressionante crescita dal punto dei vista dei contenuti così come delle forme, la loro evoluzione nella capacità di assorbire nuovi modi, nuovi mondi. No, non ti dirò nulla di tutto questo.

Ti voglio fare solo riflettere su come la loro musica sia apprezzabile anche quando la fanno altri, cosa che non capita a tutti, e che mostra davvero quanta musica ci sia dentro a quelle canzoni. Penso a Stripped riproposta dai Rammstein, penso Personal Jesus trasfigurata dal leggendario Johnny Cash, penso alla sontuosa versione di Enjoy The Silence dei Lacuna Coil. Suonano sempre perfettamente e non ti deludono mai. Sono più bravi come autori o come interpreti? E un bel chissenefrega di risposta? Sono bravi perché sono un esempio di equilibrio dinamico in continuo sviluppo, che raccoglie energia e la riversa, per rigenerarla ancora. Adesso, dopo questo passaggio più quantico che elettronico, ho deciso di darti la mia personale recensione a Spirit, l’album che è uscito il 17 marzo del 2017 e che ho già sentito criticare, anche in modo aspro.

Con il presupposto di quanto sopra, ossia che sin dal primo ascolto quest’album non poteva non piacermi, ho trovato anche questa volta qualcosa di preziosamente tipico, qualcosa che prende l’orecchio con destrezza. In ogni caso qui di seguito, traccia per traccia, dico la mia in attesa di essere contraddetto. Però io qui non parlo da editore, e meno che meno da editore di libri sulla musica. Parlo dal profondo del fan club.

Going Backwards è un pezzo acre, che si poggia su un blues oscuro dal gusto di Mississippi, per aprirsi; sempre comunque graffiando. La voce di Gahan, qui come in tutto il resto dell’album, ha raggiunto una maturità tale da compensare appieno i (pochi) difetti che l’età, ahimé, comporta. Il colore delle sue note si è scurito, ispessito, ma la trama vocale che ne viene fuori è decisamente molto efficace.

Where’s The Revolution è un singolo impressionante, sia dal punto di vista del testo, che reputo uno dei più belli e sconsolati che siano stati scritti recentemente, sia dal punto di vista della musica e della prestazione vocale di DG, oltre alla consueta cura nelle parti corali. Sia questo pezzo che il precedente risentono molto dello sviluppo delle passioni americane sia di Gore che di Gahan, che da Music For The Masses in poi hanno trovato una dimensione rock che si è sempre più connaturata con il loro discorso musicale.

The Worst Crime è una traccia piuttosto tetra, anche se assai carazzevole, in cui la già decantata voce di Dave costruisce una struttura circolare che evoca un amaro carillon, che ogni tanto si schianta. I suoni, come in tutto l’album sono grigi ma non opachi, anzi estremamente nitidi, con una calibrata ampiezza di riverbero.

Scum cambia, almeno in parte, registro. Da un lato sembra di ritrovarsi in atmosfere simili a quelle di Exciter, ma il vero album di riferimento, l’album simmetrico a questo è Black Celebration, non a caso quello che dava il titolo all’edizione precedente di questo libro. Questo pezzo è cattivo, non duro ma cattivo, e vuole anche esserlo, e ci riesce assai bene. La finitura industrial dei suoni, e soprattutto delle voci, rende il tutto più tagliente, e funzionale al tema. Se dai dello stronzo a qualcuno non devi essere gentile.

L’ambientazione da primi anni del XXI Secolo continua con You Move, anche i suoni che qui echeggiano mi ricordano, soprattutto per l’abbondante uso della rottura di tempo, i Lamb dei loro anni migliori, che erano proprio quelli. Qui si lavora sulla cifra ipnotica della comunicazione, e Dave qui da il suo meglio in versione stracciamutande.

Con Cover Me continuiamo ad ascoltare un Gahan affabulatore di femmine, ma un po’ affabulatore di tutti, su delle atmosfere che affondano in suoni che fanno parte delle radici dei Depeche Mode e della musica elettronica, collocabili tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80.

Gore si presenta a cantare con Eternal, una breve pennellata dal testo catastrofico, che sorregge l’interpretazione struggente, sin troppo, della voce su di un impianto che richiama le canzoni yiddish, con fisarmoniche e pieni di orcherstra che incorniciano il cantato.

Poison Heart è un tuffo all’indietro nelle ballate di sapore americano, con l’evocazione di un’epoca tra gli anni ’50 e gli anni ’60, e il nostro supercrooner, come sempre, risplende in ammiccamenti, sicuro su dei percorsi che nulla lasciano al caso. Le sonorità sono davvero raffinate, e nascondono delle deliziose campionature di elettronica primordiale, che fanno venire in mente, a chi le ha conosciute, le tastiere Korg MS-10 e MS-20, e tutto quello che quel mondo comportava. L’epoca dell’analogico a vapore.

Quando comincia a ticchettare il ritmo di So Much Love ci rendiamo conto che l’ago della macchina del tempo si è spostato ancora, più o meno all’altezza di Sounds Of Universe, forse rimbalzando persino più avanti. Tuttavia anche questo pezzo, comunque giocato, come tutto l’album, sugli accordi minori, ha una quantità di stimoli motori ed emotivi, ovvero fa ballare e cantare che è un piacere.

Poor Man ripassa alle atmosfere blues, per offrirci suoni sulfurei, con la voce che scava ruvida dentro le macerie di una società che marginalizza, che esclude.

No More (This is the Last Time) è ancora un’incursione nel lato intimo, sentimentale della musica del gruppo, anche se in questo caso il principio di onestà su cui si fonda il testo è ben più generalmente applicabile rispetto al solo ambito della coppia. I suoni sono docili, con aperture assai limpide, e può venire in mente il linguaggio utilizzato in Violator.

Fail, che chiude il disco, è un pezzo che rientra come contenuti nel contesto di ispirazione sociale decisamente ricco in questo album; i suoni sono nuovamente molto datati, volutamente ed assolutamente in modo efficace. E mi ricordano tanto Construction Time Again, il mio primo disco dei DM. Torna a cantare Martin, che ha affinato le sue tecniche vocali un po’ trobadoriche, come si nota di più in Eternal, e che va a caccia nel testo di un perché difficile da trovare.

L’impressione che ti verrà fuori da questa recensione, caro amico fan, è che i nostri abbiano fatto un greatest hits di inediti, rimescolando con la sapienza di oltre trent’anni di musica. E non ti nascondo che, come noti dai miei commenti, è stata anche la mia prima impressione. Poi mi sono chiesto: sinceramente, ma chi è che è in grado di fare altrettanto, e di farlo bene? Poi, ho trovato la chiave in un pezzo tra i meno gettonati di Black Celebration, New Dress; in uno dei versi del ritornello, che dice “quando cambi un voto puoi cambiare il mondo”. A quel pezzo i DM di oggi rispondono: “Dov’è la rivoluzione?”

Ma adesso silenzio, incomincia lo spettacolo. Anzi, continua.

Depeche Mode – La Biografia di Steve Malins uscirà il 29 giugno

La biografia definitiva dei Depeche Mode scritta da Steve Malins – uno che li conosce dagli inizi – uscirà in Italia per Chinaski Edizioni il 29 giugno. Prenotate la vostra copia scrivendo a info@chinaski-edizioni.com o nella vostra libreria di fiducia.