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PUBBLICAZIONI
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Michael Jackson Dossier è l’unica biografia accurata e ampiamente documentata sul re del pop ad essere tradotta in Italia.
Il libro ripercorre tutta la vita di Jackson, i suoi grandi successi, le stranezze, bizzarrie e i due processi per pedofilia subiti dalla popstar americana. Senza dimenticare la musica.
Una lettura completa che permette di conoscere a 360 gradi uno degli artisti più geniali e controversi del nostro secolo.
Con un’ampia sezione riguardante l’improvvisa morte della popstar.. |
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Un documento unico. Attraverso la raccolta e traduzione di gran parte delle interviste rilasciate da Bob Marley nel corso della sua vita questo libro è una sorta di prima autobiografia della più grande star del Terzo Mondo. Un progetto epico, che permette di entrare in contatto con il leggendario artista attraverso le sue stesse parole. Bob ci parla del suo credo, delle sue convinzioni, del grande messaggio di pace e amore che ne ha fatto una delle poche autentiche leggende del XX secolo. Ma ci racconta anche il lato più privato della sua vita, i ricordi d’infanzia, il forte legame con la terra, la musica e il calcio. |
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Un
libro-bibbia per gli amanti del rock, mai tirato tanto a
lucido quanto nei giorni in cui spopolava lui, il madman Mr.
Ozzy Osbourne, la più devastante e devastata figura mai
apparsa nella storia della musica rock. Una cronaca non
convenzionale che ripercorre l’incredibile percorso del
cantante dai sobborghi di Birmingham agli esordi con i Black
Sabbath. |
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Scritta
in collaborazione con la band, questa biografia copre tutti i
ventisei anni della loro incredibile carriera, costellata di
successi, con più di 50 milioni di dischi venduti. |
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LO STAFF EDITORIALE
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Le
prime 3 pagine
1.
Ne avevo abbastanza dei miei fallimenti in campo letterario. Non ero riuscito a sfondare come scrittore e dovevo mettermi il cuore in pace. Dopo quattro romanzi e duecento rifiuti di pubblicazione e soprattutto una barca di soldi spesi per fotocopiare e spedire i manoscritti agli editori, decisi di abbandonare il campo mettendo da parte la mia ambizione. Ero stato ostinato come un mulo con gli occhi bendati. Aprii l’armadio traballante e ammaccato da scariche di pugni dove tenevo ammucchiati i miei romanzi, i miei racconti e le mie poesie, li buttai in terra e li presi a calci, strappai i fogli in mille pezzi e li usai come coriandoli. Man mano che procedevo nella distruzione dei miei lavori, avvolto da una pioggia vorticosa di parole mutilate, cominciai a sudare e a sentirmi meglio. Fu una vera scarcerazione, come accorgersi che era stato tutto un brutto sogno, un incubo, che ero stato imprigionato per sbaglio e che adesso ero tornato libero. Adesso ero me stesso, ero un uomo affrancato dalla propria ossessione. Mi sedetti sul divano sgualcito e fissai il muro scrostato sul quale la muffa avanzava espandendosi a vista d’occhio e lentamente mi addormentai, con un sorriso idiota sulle labbra, senza più angosce e umiliazioni, completamente rinnovato nello spirito, come averla fatta franca dopo una vita di sconfitte.
Quando mi svegliai mi sembrò che il pavimento dissestato fosse rivestito da una coltre di neve. I pezzetti di carta coprivano le piastrelle rotte e mentre mi avvicinavo alla finestra una mattonella sobbalzò ed io caddi battendo la testa contro il termosifone. Cominciai a sanguinare dal sopracciglio destro e la moquette di manoscritti fatti a pezzi s’inzuppò di liquido rosso ed io rimasi disteso sulle parole esangui e venni colto da una folgorante rivelazione: tutto ciò che dovevo scrivere lo avevo già scritto ed era impresso nel mio sangue. Non c’era bisogno che continuassi ad usare le parole. Le parole non serviranno più a niente, mi dissi. E’ il sangue ciò che conta veramente. Esso è la vita e la vita sono tutti i romanzi del mondo. In un bicchiere di sangue è racchiusa la verità genetica dell’umanità. Da oggi in poi mi limiterò a vivere. E vivendo coltiverò il mio sangue e con esso tutti i romanzi che il futuro produrrà sulla carta. Scriverò un romanzo diverso ogni giorno semplicemente respirando. Trasformerò la mia vita in una successione di romanzi e il mio editore sarà il mio corpo e l’universo sarà dentro di me e quando morirò sarà sufficiente cremarmi per impedire a chiunque di clonare il mio DNA. Uno come me basta e avanza.
Aprii gli occhi e mi accorsi di essere disteso in terra con il viso coperto da tanti pezzi di carta appiccicosi intinti nel sangue. Capii di essere rimasto svenuto per un po'. Mi tirai su e rimasi seduto a guardarmi intorno. Uno spettacolo pietoso mi si presentava innanzi e, riflesso sullo specchio a sagoma intera appoggiato al muro, vidi il mio corpo fasciato nella carta sanguinante che sembrava il manifesto di un massacro. La stanza appariva come dopo un’esplosione ed io ero l’unico sopravvissuto. Cercai di ripulirmi ma non riuscii a levarmi di dosso tutte quelle parole mozzate incollate col sangue raggrumato ai miei vestiti. Mi spogliai e mi ficcai sotto la doccia. La ferita sul sopracciglio riprese a sanguinare un poco sotto lo scroscio dell’acqua ma quando mi asciugai tutto tornò normale, a parte il gonfiore sopra l’occhio. La guerra era finita. Mi vestii velocemente, riempii uno zaino con pochi indumenti, lo stretto necessario, infilai in tasca il passaporto e i soldi contanti che tenevo di riserva nel cassetto del comodino. Mi diressi verso la porta e in quel momento sentii dall’esterno una chiave girare nella toppa. Rimasi immobile e quando la porta si spalancò apparvero mia moglie e le mie due figlie sgambettanti che mi corsero incontro e mi saltarono in braccio. Mia moglie mi fissò e impallidì.
“Me ne vado” dissi rapidamente riponendo a terra le bambine e uscendo di casa. Scesi le scale saltando due gradini alla volta e quando fui fuori dal condominio respirai a polmoni pieni e allungai il passo verso la stazione ferroviaria.
2.
Ta-tun ta-tan, ta-tun ta-tan, ta-tun ta-tan e il treno sferragliava dentro la galleria e poi uscì prepotentemente nella luce del giorno ed io mi sentii come un feto che lascia la vita intrauterina per nascere in quella terrena. Non ero più protetto e non me ne importava nulla. Avevo lasciato alle mie spalle una moglie e due figlie, un lavoro fisso, una casa, una motocicletta e un vecchio computer che avevo usato per scrivere i romanzi ormai defunti. Non avevo rimpianti e neppure rimorsi e quando il treno si fermò alla stazione di frontiera prima di entrare in Francia, feci saltare la fibbia metallica della lattina e mi scolai la birra d’un fiato per festeggiare. In giornata avrei raggiunto Parigi ed ero molto eccitato. Non mi preoccupavo minimamente di come avrei potuto sopravvivere in quella città, e l’idea di ritrovarmi col culo per terra non mi spaventava. L’importante era andarsene via da una vita che non era più la mia e da parole che non significavano più niente. Parole come famiglia, responsabilità e dovere avevano schiacciato per anni la mia personalità e trasformato la mia unicità in un colabrodo che tratteneva soltanto le impurità, mettendo in evidenza le cose peggiori di me. Ero stato una pecora dominata dal bastone del pastore e dalle mascelle dei suoi cani fedeli, una vera nullità capace solo di produttività, e operativa in modo servile e succube del consumismo. Ero stato il prototipo di una società che lascia morire di sete e di fame milioni di esseri umani e che seguita a masturbarsi con le parole. Parole come progresso, benessere, globalizzazione, pace, sviluppo e ricerca scientifica servivano a camuffare il desiderio di potenza di pochi privilegiati e la massa uniforme dei perdenti nutriva le loro pance abnormi. Nessuno avrebbe sentito la mia mancanza, meno che mai mia moglie. Da tempo il livello di comunicazione era sceso a zero e le bambine m’incontravano di rado pensando che fossi un animale domestico e aspettavano smaniose di vedermi scodinzolare e abbaiare. Come centinaia di milioni di altre persone non avevo avuto che un paio d’ore di tempo libero al giorno, che scioccamente avevo sprecato guardando la televisione o litigando con mia moglie. La mia vita era stata vuota e senza sorprese, ripetitiva e umiliante, frustrante e inconcludente. Ero abbruttito da un lavoro avvilente e la mia dignità era stata consumata e calpestata. L’unico piacere che ricordassi era quello di ubriacarmi il sabato sera dentro un pub, e a pensarci bene non era neppure un piacere, semmai una necessità, un modo per evadere. Ma l’angoscia di svegliarsi al mattino e dover affrontare la giornata, sempre la stessa giornata di sudditanza consapevole, mi sconvolgeva la circolazione sanguinea ed ero arrivato ad un passo dal suicidio. Ma ora ce l’avevo fatta a tagliare la corda e fuori dal finestrino la Francia del nord-est scorreva sempre più piatta e immensa e le colline e gli altipiani del Lussemburgo erano ormai solo un ricordo, anche se era trascorso il tempo di una partita di calcio da quando ero partito. Tutto mi sembrava migliore. Il verde dei campi fuori dal finestrino era frizzante come le bollicine dello champagne che si produceva in questa regione e dopo Reims cominciai a studiare la prima mossa da fare appena giunto a Parigi. Dovevo subito trovare una stanza a buon prezzo per avere un tetto. Domani avrei pensato a procurarmi un lavoro.
3.
Un mese dopo non avevo ancora trovato un lavoro. Alloggiavo in una stanza di una squallida pensione e trascorrevo le notti a bere e a pensare ai soldi che stavano per finire. Ero depresso e angosciato e non vedevo vie d’uscita. Ma quella notte accadde qualcosa. Stavo allungando il whisky scadente con l’acqua del rubinetto nel bagno comune in fondo al corridoio, quando udii dei passi e la voce di una donna che chiedeva aiuto. Aprii la porta del bagno e vidi la donna stramazzare al suolo, e il tonfo secco del corpo che cadeva a peso morto interruppe per un attimo il frastuono del traffico che saliva dalla strada. Mi avvicinai e misi una mano sotto la nuca della donna e le sollevai leggermente la testa. Aprì gli occhi e mi guardò senza capire.
“Sei caduta e sto cercando di aiutarti. Ecco, se vuoi bere un goccio ho qui un po' di whisky” dissi mostrandole la bottiglia.
Piantò i palmi delle mani sul pavimento e si raddrizzò a sedere. Sbatté le palpebre e si schiarì la voce.
“Devo essere scivolata” disse toccandosi le scarpe coi tacchi a spillo. Si coprì le gambe - insaccate in un collant nero a rete - con l’ala destra del vestito di raso nero con lo spacco centrale. Era truccata vistosamente e il rossetto era seccato sulle labbra, e una ciocca di capelli restava appesa a un lato della bocca.
“Ora cerca di alzarti” dissi porgendole la mano. Ella afferrò saldamente la mia mano ed io tirai su con cautela il suo corpo, ammirando le forme piene nel vestito attillato.
“Sei tu quello che resta sveglio tutte le notti? Vedo sempre la luce filtrare sotto la porta della 21. E’ la tua stanza, vero? Io abito alla 27, quella là” disse puntando il dito.
“Bene, adesso va meglio? Se non hai più bisogno di me, me ne torno a bere a casa mia.”
“Bevi da solo? Uhm, brutto segno. Fa male bere da soli. Si finisce nel delirio senza accorgersene. Perché non vieni da me e trinchiamo insieme?”
“Questo è tutto quello che mi è rimasto. Non credo basti per due” dissi agitando la bottiglia.
“Ho una discreta riserva per i momenti difficili. E questo è un momento difficile.”
“Allora accetto.”
Entrammo nella sua stanza e ci sedemmo sul bordo del letto. Lei aprì l’armadietto ed estrasse una bottiglia di Pernod.
“Non ho bicchieri, ma se ti fa schifo puoi travasare nella tua bottiglia” disse bevendo un lungo sorso a canna.
“Non sono così delicato” risposi.
“Beh, stanotte ho fatto un pompino a un cliente. Adesso che lo sai preferisci travasare?”
“Sì.”
Mi strappò la bottiglia di mano e ci versò dentro il Pernod che si mescolò al whisky annacquato. La bevanda cambiò colore e mi affrettai a tracannare un lungo sorso.
“Non prendertela per ciò che ho detto prima. Non sono cattiva, ma dopo una notte con quei borghesi mi passa il buonumore.”
“Sto cercando lavoro. Hai qualche idea?”
La sua voce roca proruppe in una fragrante risata. Poi disse: “Hai un bel culo, potresti farlo rendere.”
“Ho finito i soldi e fra due giorni se non pago in anticipo la stanza per un’altra settimana mi sbatteranno fuori.”
Smise di ridere. Mi fissò e si accese una sigaretta.
“E lo chiedi a me?” disse.
“Sei l’unica persona che mi abbia rivolto la parola.”
“Lo sai dove sei? Sei a Parigi, caro mio. E Parigi non è come nelle cartoline. E’ molto, molto di più.”
Rimasi ad osservarla mentre si scolava il Pernod.
“Parigi è una bella donna che simula l’orgasmo e finge d’amarti, e appena sei convinto di possederla ti succhia il sangue e ti lascia crepare all’angolo di una strada fra piscio di gatto e merda di cane. Qui non è facile per nessuno. Ma credo che sia così ovunque. Forse qui c’è più lusso, più sfarzo, e farsi fregare può sembrare più bello, quasi romantico. Lo prendi in culo ma ti dici che va bene, sì, è tutto bello, perché sei a Parigi e qui vale la pena anche prenderlo in culo. Ma un giorno apri gli occhi e stai male dappertutto, dentro e fuori, e non sai più se hai un’anima, o se sei solo un pezzo di carne sul tavolo di un macellaio. Perché sei venuto qui?” mi chiese.
“Ho mollato tutto e ho pensato che Parigi fosse magica abbastanza per farmi rinascere” risposi.
“Era così brutta la tua vita?”
“Come un cesso intasato.”
“E la mia come ti sembra?”
“Non lo so, ti conosco appena.”
La sua risata echeggiò nella stanza, ma venne sopraffatta dalla sirena della gendarmeria, vellutata come una tromba che tossisce.
“Mi chiamo Sophie. E tu?” disse tendendo la mano.
“Tony” risposi stringendola.
“Bene, adesso che siamo intimi amici posso anche chiederti di alzare le tende. Sono stanca e ho bisogno di una doccia. Capisci?”
Mi alzai dal bordo del letto e andai verso la porta.
“Tony, se so qualcosa per un lavoro te lo faccio sapere” disse Sophie.
“Grazie” dissi chiudendo la porta dietro di me. Rientrai nella mia stanza e continuai a bere. Non avevo altro da fare. Malgrado tutto l’alcool che avevo ingurgitato ero abbastanza lucido per capire che per qualche giorno avrei fatto meglio a rimanere sobrio ed efficiente, e intensificare la ricerca di un lavoro, uno qualsiasi, compresi quelli che avevo scartato a priori, e cioè tutti quei lavori di fatica che avevo fatto in gioventù.
Mi affacciai alla finestra e piantai i gomiti sulla mensola e appoggiai la testa sui palmi delle mani. Rimasi immobile ad osservare il traffico notturno in Boulevard Clichy e la fitta pioggia fine che bagnava l’asfalto. Le luci dei locali notturni coloravano i palazzi e si riflettevano sulle pozzanghere creando strani disegni. Le auto circolavano lente e fumavano dai tubi di scappamento e ogni tanto il suono di un clacson destava la mia attenzione. Parecchia gente trascinava la propria vita sui marciapiedi, qualcuno per lavoro, altri per diletto, ma si vedeva che era tutto falso. O forse era troppo vero. Tentai di scindere la realtà dalle proiezioni immaginarie ma restai aggrovigliato nel mio inconscio senza capire se ciò che vedevo era straordinario o semplicemente identico a tutte le altre città. Ripensai alle parole di Sophie, a come il mito di Parigi possa generare confusione nella mente di chi vede a tutti i costi ciò che vorrebbe vedere, rischiando di non vedere affatto, ma solo immaginare. Ma non volevo che quell’idea potesse limitare il mio desiderio di vivere in questa città. Dopotutto ognuno di noi si crea una realtà soggettiva, pensai. Si può vivere felici in un posto schifoso, se le cose girano per il verso giusto. Il mio sogno era sempre stato di vivere qui ed ora che ci ero arrivato avevo intenzione di restarci e di fare in modo che le cose girassero per il verso giusto. Se quello che vedevo era solo un cumulo di menzogne prodotte dalla mia mente, beh, pazienza, purché fossero davvero come le desideravo.
Sentii picchiare sulla porta e andai ad aprire. Sophie si era cambiata i vestiti e indossava un paio di jeans scoloriti e un maglione nero, scarpe da ginnastica e un giubbotto di pelle bordeaux. I capelli raccolti in uno chignon le allungavano il viso e intorno agli occhi un filo di matita nera fungeva da cornice ai suoi grandi occhi verde smeraldo. Sembrava una ragazzina che non dormisse da tre giorni.
“Ehi, sono io, Sophie!” disse sventagliandomi la mano sugli occhi. “Andiamo a fare colazione, offro io” disse tirandomi il braccio.
La gente per strada non ci degnò di uno sguardo e giungemmo in un bistrot dove prendemmo caffè e croissant caldi.
“Ti andrebbe di fare il barista? Dove lavoro io ce ne vorrebbe uno di fiducia. E’ un locale dove la gente coi soldi viene per rimorchiare ragazze come me, a volte vengono in coppia, e le donne sono le più esigenti. E’ importante chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie. Se ti va, andiamo dal mio capo e ti presento. Mi sembri un tipo a posto” disse Sophie.
“Non c’è problema. Non sono ambizioso.”
Mezzora dopo eravamo nel locale. Un’ora dopo avevo un lavoro.
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