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Vinicio Capossela chi?
Julian Marley, Caparezza e il reggae del salento
PUBBLICAZIONI

La biografia evangelica del Messia cristiano sarebbe  stata costruita attingendo alla vicenda reale di due personaggi storici realmente esistiti: il figlio primogenito di Giuda il Galileo, discendente davidico della famiglia Asmonea e fondatore della setta degli zeloti. Dall’unione del messia sacerdotale Gesù e il Cristo nacque Gesù Cristo, a cui fu donata dignità storica e legittimazione divina.

Un libro-bibbia per gli amanti del rock, mai tirato tanto a lucido quanto nei giorni in cui spopolava lui, il madman Mr. Ozzy Osbourne, la più devastante e devastata figura mai apparsa nella storia della musica rock. Una cronaca non convenzionale che ripercorre l’incredibile percorso del cantante dai sobborghi di Birmingham agli esordi con i Black Sabbath.

Il calligrafo è un uomo che persegue la regola dell'antico Samurai ma ha perso il proprio equilibrio; ogni regola ha un guscio, la parte normativa, e un seme, il valore che la parte normativa conserva e protegge. Il calligrafo ha smarrito la strada, si è persuaso che l'esercizio della regola possa risolversi in un adempimento formale, nel decoro fine a se stesso. Che la colpa dei suoi mali sia del mondo...

Era una ragazzina fragile che viveva in una città corrotta. E' diventata una donna pericolosa, persa in un delirante universo partorito dalla sua mente disturbata. Le hanno stuprato l'innocenza e ora la sua bocca cola sangue. Una figlia che non sa bene dove andare, pericolosa, fuori controllo....

Il “prete da marciapiede” narra a cuore aperto il suo “camminare domandando” che ancora non si ferma nonostante i 79 anni compiuti: è il diario di viaggio, scritto a quattro mani con Federico Traversa, di chi ha vissuto l’esistenza non cercando un principio ideologico ma un cammino al fianco di chi non ha voce...

Scritta in collaborazione con la band, questa biografia copre tutti i ventisei anni della loro incredibile carriera, costellata di successi, con più di 50 milioni di dischi venduti.

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DIARI DI UN FOLLE SCRITTORE CHE INTERVISTA LE ROCKSTAR PER LA RADIO

Julian Marley, Caparezza e il reggae del Salento

Arrivai al festival che già avevano suonato un po’ di gruppi, era una calda serata estiva genovese. Un bastardo all’ingresso mi urlò in faccia che non c’era nessun accredito a mio nome e, se volevo entrare, avrei dovuto pagare il biglietto. Non avevo nessuna intenzione di litigare, volevo solo raggiungere il backstage, fare le mie intervista e rollarmi in santa pace il frammetto di ganja che avevo in tasca durante il concerto di Julian “il figlio di Bob” Marley.

“Non c’è nessun accredito, paghi o se ne vada” quello proseguiva come un disco incantato. Un uomo brutto, probabilmente incazzato con il mondo per il suo aspetto, mi stava bloccando la serata. Avrei anche pagato il biglietto, ma avevo dieci euro in tasca e questo non voleva farmi neanche lo sconto, fottuta guardia bulgara. Ero sul punto di mandarlo affanculo quando non vidi spuntare la corpulenta figura di Toni Plaza, il mio regista in radio, nonché collaboratore e amico, che stringeva in mano un bel pass rosso fuoco. Ghignai il mio disprezzo alla guardia che faceva cover up e seguii Toni dentro. Toni, che tipo... . Cinquant’anni, basso e chiatto, baffoni da boss mafioso, di professione fa l’infermiere, ma la sua passione sola e unica è la musica. Conosce qualsiasi cosa, dagli artisti riempi stadio all’ultimo sconosciuto che magari ha fatto un disco vent’anni prima e poi non se l’è più filato nessuno. Una volta lo vidi intervistare, nell’arco della stessa giornata, Alberto Camerini e Giorgia. Saranno diversi quei due, no? Eppure lui conosceva discografia, storia, influenze musicali di entrambi, quasi fosse uno di quei fan irriducibili. Ora, dico io, secondo voi esistono persone che possono essere sfegatati fan sia di Camerini che di Giorgia?

Altra cosa non trascurabile nel Plaza è la sua enorme faccia da culo. In ogni festival riesce a entrare, non solo nel backstage, ma direttamente nel camerino degli artisti che vuole intervistare. Anche in quella calda notte di Giugno non si smentì e mi trascinò con se. Irretì la sicurezza con la sua mimica veloce fatta di gesti e incomprensibili frasi, superò in scioltezza gli insulti di un’addetta al controllo stampa incazzosa, ignorò ogni divieto pavoneggiando i due pass che avevamo (che comunque non ci concedevano di arrivare fino a lì) e si arrestò soltanto quando giungemmo dove volevamo.

Lui era lì, seduto comodamente su una panca, mi sembra in legno ma non ci giurerei, e stava tranquillamente fumando un grosso joint di ganja. Indossava un paio di jeans sbiaditi e un golf leggero con cerniera. Ai piedi portava una sorta di stivaletti marroni scuro, quasi identici a quelli resi famosi da suo padre. La folta chioma rasta era nascosta dal classico berrettone a cesta, sul viso, ciocche non omogenee di barba incolta gli adombravano il volto. Intorno a lui i membri del gruppo facevano un gran casino con le coriste, mentre ragazzi di colore spuntavano di tanto in tanto a portare da bere. Julian, se ne stava in silenzio. La somiglianza con Bob Marley, suo padre, era spaventosa, dal book del cd che avevo non sembrava, ma di persona ragazzi, una cosa incredibile. Avvertii una sensazione particolare, come se il fantasma di un mio mito di sempre, fosse finalmente venuto da me in carne ed ossa. Sapevo che non era così, ma era bello crederlo. C’era un’aria mistica intorno a Julian, nelle movenze lente di quel giovane rasta dalla pelle color cappuccino si captavano forme, suoni e colori di un tempo mitico ormai perduto. Di tutti i figli di Bob, da Ziggy in poi, era certamente il più somigliante, solo più e alto longilineo. Il suo ultimo disco “A time & place”, per la verità poco distribuito in Italia, era una miscela di puro roots reggae, al cento per cento, con testi impegnati e intrisi di grande speranza. Musicalmente era forse il meno moderno dei fratelli Marley, con una produzione eccelsa ma poco contaminata e meno incline a quegli occhieggi pop rock, presenti ad esempio nel disco del fratello Ziggy, uscito qualche tempo prima. Niente a che vedere poi, con la dancehall di Sean Paul, che stava andando fortissimo e sembrava segnare i nuovi confini della musica giamaicana. Fossi stato un critico rock, Dio me ne scampi, gli avrei dato tre stellette.

Toni insisteva per farmelo intervistare e mi trascinò verso di lui. Ero titubante perché quel disgraziato del Porsia, il nostro traduttore, aveva dovuto accompagnare sua moglie a un corso di non so quale cazzo di disciplina orientale tenuta da qualche guru, e ci aveva lasciato nella merda. Ora, il mio inglese era da schifo, quello di Toni inesistente, perché andarsi a cercare figure di merda? Intanto sentimmo che stavano annunciando Caparezza.

“Che vuoi fare Fe? Siamo venuti qui per Julian e non gli parli?” mi disse paternamente il Plaza.

“Non lo so, Toni, già parlo un inglese da cani, lui è pure giamaicano, non capirà e ci manderà vaffanculo” risposi, mentre quel soave effluvio d’erba mi solleticava le narici.

“Dai, andiamo a sentire il Frank Zappa molfettano e poi vediamo” conclusi prima di allontanarmi.

Caparezza non è male, una mia amica dice che è per l’Italia quello che Eminem è per gli Stati Uniti, ma non sono sicuro sia proprio un complimento. Me lo ricordo anni fa a San Remo, si faceva chiamare Miki Mix, coi capelli corti a cantare una litania rap dalla melodia imbarazzante, che secondo me poi gli hanno anche rubato i Sottotono. Oggi, con la testa a cespuglio, i testi al vetriolo e un sound abbastanza personale però funziona. L’ultimo disco è stato un successone e anche quello precedente non era male, quando dettava con Branduardi nella “Finta sassaiola dell’ingiuria”.

Quella notte live però, il “Capa” non confermò la buona impressione che avevo avuto ascoltando il disco. Dal vivo i pezzi perdevano smalto, le basi erano troppe e troppo marcate e la band che lo accompagnava non mi entusiasmò. E’ evidente che riprodurre produzioni rap dal vivo sia difficile, ma dall’artista molfettano mi aspettavo comunque di più.

Toni lo incontrò dopo il concerto per l’intervista, anch io passai nel camerino a salutarlo, prima di ritornare a pochi metri da Julian, ancora incerto sul da farsi. Che poi, tolta la venerazione che ho per Bob, tolta la mia totale immedesimazione nella cultura mistico-scazzata dei rasta, il disco di Marley junior, come ho già detto, mi piaceva. L’avevo acquistato alla Fnac da circa otto mesi ed era rimasto ancorato in uno dei tre lettori presenti nel mio stereo da 

allora. Una presenza quasi storica per il divora musica che sono.

Mi avvicinai, smitizzando chi avevo di fronte, incredibile quanto si voglia ma sempre un uomo. Aveva ragione Lester Bangs, mi ripetevo. L’inglese da cinque meno dei miei studi partì.

“Excuse me, Julian,, a question for my radio”.

Mi guardò senza cambiare espressione, poi disse “ok”.

Ora ero nella merda, domande ne avevo ma non sapevo proferirle. Optai per qualcosa di semplice e diretto.

“What is rastafari today?” balbettai.

Gli si accesero gli occhi e parlò. “Rastafari is as well before beginning yeah, just like Samson is the rastaman; rasta is coming from creation you know......” e ancora parlò “ is the kings of kings, lion of Giuda, this is rastafarian”

Lo gurdai negli occhi, credeva a ciò che diceva, anche se non avevo capito molto l’avrei abbracciato.

” God bless you, Julian” gli dissi, convinto e tranquillo.

“God bless you too” mi rispose prima di darsi due colpetti sul lato del cuore. Mi allontanai sereno, mentalmente stavo a posto, ci credevo cazzo, ci credevo. Non a Dio, o a qualsiasi stronza religione, ma alla forza delle fede come “way of life”, all’esistere tranquilli ma senza ritenere la vita una cazzata; alle radici, al ciclo, all’amore, alla musica. Non erano state le parole di Julian, era tutto dentro di me, ma quel ragazzo fu lo specchio di un attimo, di una notte fissata dentro un istante. Domani ne avrei forse trovati altri di segnali, li avrei codificati a mio modo, li avrei fatti miei, avrei trovato in loro quello che cercavo da sempre: una via.” Rastafari is…” mi ripetevo come un mantra, “semplicemente rispetta ed esisti” era il sunto di quel credo, almeno per me.

Incontrai, in quello stato mistico, Toni, che si era appena congedato da Caparezza.

“Fe, ho appena regalato il tuo libro a Nando Popu dei Sud Sound System, ti vorrebbe conoscere”. Raggiunsi il camerino dei Sound e mi presentai a Nando e ai ragazzi della band. 

I Sud Sound System sono un ottimo gruppo reggae pugliese che personalizza il proprio giamaican sound con le influenze tipiche della musica popolare salentina. I loro testi, spesso in dialetto, sono toccanti, incisivi e mai ovvi. Come persone poi, mi fecero un’ottima impressione: ragazzi tranquilli, impallati di musica e buone vibrazioni, ma con un occhio sempre attento e critico a quello che succede nel “porco mondo”. Con Nando passammo una mezz’oretta insieme, parlando di musica, libri e vita. Era incuriosito dal titolo del mio romanzo “Il contorno del camaleonte” e ne discutemmo. Lo salutai quando Toni mi avvisò che Julian stava salendo sul palco.

Da quando mi occupo di musica, e di artisti ne ho incontrati tanti, Nando Popu è la persona migliore che ho conosciuto.

Prima salì sul palco la band, giamaicani con i contocazzi, poi le due coriste e il presentatore, un rastone d’età vestito da b-boy. “ Ladies and gentlemen, here in Genoa , the best roots reggae giamaican artist, mr Julian Marley”. Boato.

Genova è una città spesso fredda, difficile da stupire, ma a salutare il figlio della leggenda del reggae accorsero in tanti e di tutti i tipi: nostalgici, fattoni, neri, fighetti, pivelli, ce n’era per i beati. Lui si presentò saltando, in jeans, t shirt e camicia sbottonata. Finalmente iniziai a lavorare di cartina e filtrino, dopo tutto lo stress di quella sera, un bel cannone me l’ero proprio meritato. Mi sedetti a gambe incrociate, socchiusi gli occhi in una postura da fottuto hippy e mi godetti quello che, vent’anni prima, un bastardo tumore al cervello mi aveva portato via. 

Quando, sul finire del concerto, Julian intonò le note di Exodus, mi stavo già allontanando e non mi voltai. Continuai a camminare e sorrisi: un altro tassello della mia vita era andato a posto.

 

Fra Pinketts e Capossela mi manca il buon Caino

La fiera del libro di Torino si tiene ogni anno in maggio, nella zona Lingotto, vicino alla pinacoteca degli Agnelli. Tutte le case editrici, dalle più grandi, tipo sua maestà Mondatori, alle più piccole, vedi noi della Chinaski, partecipano in massa allestendo stand dove vengono venduti i rispettivi libri e promosse le iniziative. In quei cinque frenetici giorni la full immersion aperta al pubblico, previo pagamento di biglietto d’ingresso, ospita personaggi che gravitano in maniera più o meno attiva intorno al mondo della cultura. Si organizzano incontri, dibattiti e presentazioni di titoli importanti, qualche volta anche concerti. Detta così sembra una gran figata e, in parte, per chi ama leggere lo è… ma, c’è sempre un ma e presto ve lo racconterò, ma andiamo con ordine.

Nel Maggio del 2004 la Chinaski era una minuscola casa editrice con appena un titolo in catalogo, il mio, ma grazie alla gentilezza della Fratelli Frilli Editori che ci ospitarono nel loro stand, anche noi potemmo presenziare all’avvenimento.

Con me vennero su la responsabile editoriale Francesca D’ancona, la nostra giovane stagista Alessia Caporali, mio fratello Fabrizio e Luca, un mio amico medico fissato con i libri d’archeologia. Quel bastardo del Dottor Porsia invece, se ne andò a cantare in Germania con il suo coro gotico e non fu della partita. Partimmo un venerdì mattina, stipati nella golf di Luca a sgranocchiare crackers con la sopressata, bevendo buon vino rosso. Mio fratello si era da poco fidanzato con una tizia di Masone che, prima di partire, lo aveva riempito di cibo e nettare d’uva “ così penserai a me mentre sarai in viaggio” gli disse. Tutti pensammo a lei, mentre sciacquavamo le gengive con il buon vino. 

Alloggiamo in una locanda fuori Torino, a Cavour, un posto incantevole con il giardino interno all’edificio. L’unica fregatura fu che al telefono ci avevano assicurato che distava venti-venticinque minuti di macchina dalla Fiera, in realtà c’era un’oretta buona di trotto dalla campagna alla city.

Il primo giorno di Fiera ce lo giocammo tranquilli, posati, intimoriti e attenti. Non ci cagò nessuno.

Il secondo giorno, complice una notte allegra, eravamo tutti più spigliati e iniziammo a prendere qualche contatto. Per lo più inculate. Un tizio passò quaranta minuti a spiegarmi che avremmo guadagnato l’ira di Dio se accettavamo di far stampare i libri in Slovenia. Quando mi chiese un acconto di cinquecento euro, promettendomi che in sette giorni mi avrebbe consegnato tremila copie, copertina a colori, centoquarantaquattro pagine, di un libro che avrei dovuto mandargli via e-mail appena fossi rientrato a Genova, pensai di aver scritto coglione sulla fronte.

Sempre in quel secondo giorno riuscimmo a trovare il tempo per girare un po’ per gli stand, rovistando fra i titoli degli editori poco distribuiti per cercare qualche chicca. Non c’era molto d’interessante, sembrava che l’editoria italiana fosse, al sessanta per cento, dominata da due soli argomenti: Berlusconi e i terroristi. Per la serie creiamoci i casini e guadagniamoci sopra. Qualche eccezione c’era, quelli di Stampa Alternativa, ad esempio, presentavano più di un libro interessante; avevano anche da poco riproposto “L’isola della tartaruga” di Gary Snyder, un titolo importante di un premio Pulitzer impegnato nello studio delle bioregioni, nonché ispiratore de ”I vagabondi del Dharma” e poeta di talento, che in Italia non si fila nessuno. Infatti il grosso delle sue opere ero stato costretto a leggerle in lingua.

Carini, soprattutto per i progetti grafici, i titoli della Fandango, mentre per i contenuti, l’impressione e di non voler correre rischi. Biografie già usurate mai importanti: Maradona, Kerouac, Castro, qualche monografia e un pizzico di narrativa, ma collaudata.

Minimum Fax guai chi me la tocca, loro pubblicano le poesie di Bukowski e parecchia narrativa americana interessante, niente da dire, a parte i prezzi, decisamente troppo alti.

Marcos y Marcos l’andai proprio a cercare, sapevo che stavano per vendere i diritti dei titoli su Fante ad Einaudi e volevo comprarli con le loro splendide copertine, molto anni cinquanta. Volevo soffermarmi su tutta la loro produzione con calma, ma venni distratto dall’arrivo del buon A.G. Pinketts, direttamente dall’ ”Isola dei famosi” dove faceva l’opinionista ubriaco. Non lo conoscevo personalmente, ma lo fermai, scambiammo due parole, proprio due perché andava di fretta, e gli regalai il mio libro. Pinketts… che tipo, una sorta di Italian Bukowski un po’ fighetto, che occhieggia al noir per parlare dei cazzi suoi. Non ho letto molto di lui, ma considero comunque “ Il conto dell’ultima cena” uno dei più bei romanzi sul genere.

Dopo la venuta di Pinketts il gruppo si disgregò, Luca e mio fratello andarono alla ricerca dei libri “ sul mistero”, l’Alessia incontrò una sua amica di Torino e sparì, il sottoscritto rimase con Francesca che si lamentava per il mal di piedi dovuto al troppo camminare e ai tacchi alti.

Tornammo allo stand della Frilli per rifiatare un attimo e, passando vicino alla Fazi, mi sorpresi ad ipotizzare su quanti colpi avesse davvero preso Melissa. 

Poi, improvvisamente, vidi, a pochi metri da me, il poeta del Barrio.

Indossava jeans e una giacca scura, il capo coperto da un baschetto e una bottiglia di birra in mano. Ladies and gentleman: Vinicio Capossela. Effettivamente la sua venuta aveva un senso, era da poco uscito per Feltrinelli il suo primo romanzo: “Non si muore tutte le mattine”e quella sera avrebbe dovuto tenere un concerto-reading proprio lì alla Fiera. Alessia, che in quel momento appresi essere una sua fan, si alzò di scatto, afferrò una copia del mio romanzo e disse “cazzo, vado a regalarne una copia a Vinicio”, quindi si diresse verso di lui. “Dieci a uno che la manda a cagare” dissi alla Fra.

“Non è detto” rispose e restammo ad osservare la scena.

Infallibile intuito femminile. I due rimasero a parlottare per un po’, sorridenti, quando Vinicio se ne andò salutò Alessia con un bacio sulla guancia, allontanandosi con il mio libro in mano.

“Ragazzi è simpaticissimo e ci ha pure invitati al suo concerto, stasera sotto il tendone” fu la prima cosa che disse. “ Era entusiasta del nome della casa editrice, Chinaski, ha detto che un suo amico poeta si fa chiamare così e che gli dirà di inviarci le sue poesie” aggiunse.

“Stasera comunque vuol conoscerci tutti dopo il concerto” concluse. E brava Alessia, bella mossa.

Trascorremmo il resto del pomeriggio a girare per gli stand, elettrizzati dall’incontro con “il nuovo poeta alcolico italiano”. Mi ripromisi di comprare anche il suo libro, appena avessi avuto un momento per leggere.

Ci sgolammo un paio di birre nel piazzale, fumammo un paio di sigarette ed eravamo pronti per il concerto; poi, giunse inesorabile LA SFIGA.

Vidi mio fratello discutere al telefonino, vidi mio fratello urlare al telefonino e, infine, vidi mio fratello spegnere il telefonino e bestemmiare. “ Cazzo, le avevo giurato che sarei stato a Genova per cena e quella ha preparato le lasagne” attaccò.

Finsi di non sentirlo ma lui proseguì “no, che poi è una tipa tranquilla, se l’avessi avvisata non ci sarebbero stati problemi, ma così è logico che si incazzi”aggiunse. Mio fratello, sangue del mio sangue, stava pugnalando senza vergogna l’attività che avevo tirato su con il sudore della mia fronte.

“Comunque ragazzi, non c’è problema, se dobbiamo stare stiamo, pazienza, quel che sarà sarà…” mi guardava con gli occhi di un cagnolino bastonato, proprio lui che era allergico alla forfora animale, proprio lui che da piccolo non poteva dormire nei materassai di piuma d’oca perché gli venivano gli attacchi d’asma.

Ero sul punto di mandarlo al Diavolo quando pensai a mia madre, la mia piccola disperata seppur dolce madre. Mio fratello era stato scapolo per tre anni, girovagando come un elfetto del vino di bar in bar, rincasando mai prima delle quattro di mattina, a volte in compagnia di ossute donne nere. La mamma lo sapeva. Quante volte, dopo pranzo, mi prendeva da parte e mi diceva “ Fede, figlio mio, ma che tu sappia tuo fratello ha qualcuna? Sono così preoccupata per lui, quando troverà una brava ragazza?”. E io, con il magone sempre le rispondevo” non lo so mamma, porta pazienza”. Allora mia madre, sul filo della disperazione mi diceva” sono stufa di stirargli i vestiti, andare da lui tre volte a settimana a sistemargli la casa, lavargli i panni, cambiargli le lenzuola perché Dio solo sa chi ci porta, non ce la faccio più… ha trentasei anni”.

A questo pensai mentre il mio fratello maggiore bastonato come un cane mi osservava scodinzolando speranzoso. Valutai l’ipotesi Caino, poi vidi il viso di mamma e come un Cesare ubriaco di Rubicone dissi”andiamo via”.

Sulla strada del ritorno quel piccolo bastardo mio con sanguigno ebbe anche il coraggio di dirmi” non ce ne stiamo andando via per me, vero? Perché non è proprio il caso”.

“Non lo faccio per te, ma per mamma…” gli risposi.

E lui, candido come l’imene di una vergine “perché anche lei ti aspetta per cena?”.

 

MARCO “MR MALFUNK” COCCI

Pioveva, sdraiato comodamente sui sedili posteriori dell’auto, con Fabri, Frances e Ale, stavo andando a Milano, dove dovevo incontrare Marco Cocci, cantante dei Malfunk, (un gruppo rock underground abbastanza conosciuto), attore di un paio di film di successo e di uno spot su un’automobile. 

Qualche settimana prima avevo pensato, d’accordo con tutte “le furie letterate” della Chinaski, di realizzare, dopo il mio libro, un’antologia di racconti dal taglio ‘rock’, alternando i nostri giovani autori con personaggi sufficientemente credibili della scena musicale italiana. Così, una notte, me ne stavo a ‘cazzeggiare’ su internet quando mi venne in mente questo cantante-attore con i dreadlocks e l’aria un po’ scazzata di cui avevo ascoltato l’ultimo disco trovandoci una buona profondità di testi che, fra l’altro, scrive da solo.

Scovai la sua e-mail e gli mandai la mia bizzarra proposta: scrivere un racconto per noi. Poi spensi tutto, mi fumai una sigaretta e raggiunsi Francesca, già addormentata, a letto.

L’indomani accesi il computer e trovai la sua immediata risposta. La cosa sembrava interessargli e mi lasciò il numero di cellulare. Due giorni dopo lo chiamai e ci mettemmo d’accordo per incontrarci il venerdì successivo in occasione del concerto dei Malfunk a Milano.

Oltre a piovere faceva anche un gran freddo, il riscaldamento funzionava male e avevo sonno, la sera prima avevamo organizzato un reading in un locale del centro e non avevo visto il letto fino alle tre del mattino.

Il tratto Genova-Milano stendeva il consueto tappeto di nebbia, mio fratello Fabrizio, al solito distratto, quasi fece baciare il paraurti davanti della macchina con un camion e ancora venni assalito dalla febbre del “Caino”, un uomo giusto, che comprendevo. 

Arrivati alla barriera d Milano, il nulla. Fabri, sempre lui, aveva scaricato da internet una cartina che via per via avrebbe dovuto condurci tranquilli come dei Bhudda metropolitani al Transilvania, dove si teneva il concerto, ma, quando in lontananza intravedemmo l’aeroporto di Linate, realizzammo di aver sbagliato qualcosa. 

Ci vollero trenta minuti per raggiungere viale Liguria, poi si girammo senza punti di riferimento, mentre la cartina diventava un aereo di carta. Milano è una città disgraziata, puoi girare quanto vuoi fra doppi sensi e rotatorie ma se non hai qualcuno del posto in macchina, ti perdi. Di giorno è anche parecchio bruttina ma la notte, fra luci, palazzi e parchi, esercita un certo fascino. La sensazione che ovunque stia succedendo qualcosa di importante si avverte all’ingresso di ogni locale, via, naviglio. Gonfiata dal mistero del buio, la city dei pierre, delle pubblicità, dei negozi griffati e della borsa si riprende un po’ di credibilità. 

Alla fine, dopo un’ora di giri a vuoto e il definitivo rogo della cartina di Fabri, posteggiammo in uno dei pochi spazi dove era consentito e prendemmo un taxi che ci portò al locale, scoprendo dopo neanche cinque minuti d’auto e dieci euro spesi, di esserci passati davanti almeno tre volte. 

All’ingresso del Transilvania c’era già casino ma non facevano ancora entrare, chiamai Marco al cellulare e mi venne a prendere.

Non aveva più i dread ma l’aspetto da ragazzo impertinente dei suoi film non era cambiato. Indossava un paio di jeans lisi, una maglia nera con l’effige di un teschio e scarpe da ginnastica. I capelli, lunghi fino a metà orecchie e ricci erano coperti da un berretto tipo baseball con visiera. Ci sedemmo sui divanetti, ordiniamo due birre e parlammo un po’. Alto, magro, viso simpatico ma attraente, mi ricordava molto Claudio, il mio migliore amico. La proposta di scrivere un racconto lo stuzzicava, ma manifestava le comprensibili remore di chi non ci aveva mai provato.

Giunse il momento del concerto, ci salutammo dandoci appuntamento per l’after-show, poi lui scomparve dietro il palco per prepararsi al concerto, io raggiunsi gli altri per mangiar qualcosa. Ci accomodammo ad un tavolo fra teschi, lampadari con finte tele di ragno, lapidi ai muri, luci soffuse e cameriere vestite da vampiri. Ordinai un panino col salame e una coca, giusto per aprirmi lo stomaco, poi andai di gin-lemon. 

Quando salirono sul palco i Malfunk non c’era ancora il pienone e riuscimmo a spostarci vicino al palco. 

Che dire del gruppo? I Malfunk hanno un bel suono, potente e compatto, forse poco radiofonico, ma efficace. La voce di Cocci è vibrante e rabbiosa, il suono, nonostante le distorsioni, arriva pulito, sicuramente un ottimo gruppo, anche se poco innovativo che suona un po’ di già sentito( Pearl Jam su tutto).

Tirai giù il secondo gin-lemon e, sarà che avevo mangiato poco, ma lo sentii al punto da ordinarne un terzo. Francesca mi fece notare due tipe che ‘lesbicheggiavano’ a qualche metro da noi, lingua in bocca e un mezzo struscio, niente di particolare, comunque un bell’effetto. Una era completamente vestita di nero con la testa rasata, la faccia bianchissima e le labbra sepolte da una ‘bocconata’ di rossetto nero, un perfetto stereotipo. L’altra sembrava più curiosa: gonna nera da pipistrello con sotto calze a righe colorate in tinta con la maglietta giallorossa, viso pallido e capelli lunghi raccolti in sottili treccine, praticamente il cantante dei Joy Division dopo una notte a casa di Peter Tosh. 

Il concerto finì senza grandi sussulti e mi incontrai nuovamente con Marco nel back-stage. Parlammo ancora un po’ e scattammo due foto insieme, ripromettendoci che ci saremmo sentiti al più presto. 

Nel tragitto che ci riportò alla macchina parlò solo Fabri, io, Francesca e la Ale eravamo troppo infreddoliti. Continuava a piovere, il freddo era arrivato all’improvviso, soltanto qualche mese prima si bolliva e adesso il gelo. Sentii il bisogno di un anziano che si lagnasse della perdita delle mezze stagioni. 

Che vita ragazzi!

Per la cronaca Marco Cocci lo rividi dopo un paio di mesi a Genova dove stava girando un nuovo film. Trascorremmo una bella serata insieme, come due vecchi amici e mi fece un’ottima impressione. Trovammo l’accordo per il libro e concordammo di vederci la settimana successiva. Non l’ho più rivisto. 

Gli ho scritto qualche e-mail ma non mi ha mai risposto. Giuro che quella notte non avevo neppure bevuto… boh. Ultimamente l’ho visto alla tele, su Mtv a condurre Brand New. Se lo vedete ditegli pure che lo sto ancora aspettando.


 

Federico Traversa
federico.traversa@chinaski-edizioni.com

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